-Seconda Parte-
La presa di coscienza che anche altri animali oltre all’uomo facessero un uso intenzionale di sostanze inebrianti avrebbe potuto contribuire al processo di de-moralizzazione del “fenomeno droga” inserendolo all’interno di una prassi diffusa e ordinaria nel mondo animale, riformulandolo nei termini di un intreccio narrativo tra fisiologia e filogenesi? Oppure si rischiava di sancirne ulteriormente la natura esclusivamente problematica proprio perché riconducibile alla dimensione negativa e diminutiva della degenerazione animalesca, devianza residuale di una primordiale, istintiva, più che mai incivile e anti-sociale regressione al bestiale? Non sono sicuro, all’alba del 2000[1], quale tra queste due prospettive avrebbe ricevuto maggiore consenso. Ciò che oggi, forse e a fatica, appare meno eretico rispetto a vent’anni fa è pensare all’umano nei termini di un animale, di un corpo tra i corpi, di qualcosa di profondamente ibrido e intimamente compromesso dall’ambiente di cui fa parte e dalle alterità con cui lo condivide. Niente di così puro, autonomo ed equilibrato come eravamo abituati a immaginarlo, anzi. Eccessi ed estremi che per millenni abbiamo culturalmente interpretato come forme comportamentali degenerate, impure, eticamente deplorevoli ed evolutivamente sconvenienti oggi subiscono decifrazioni differenti. Qualcos’altro emerge da un mero agire contro natura. In natura, a quanto pare, c’è spazio per molti comportamenti considerati in passato esagerati, bizzarri: sbagliati.
Si sgretolano i mosaici che ricostruiscono la natura come se fosse l’orto idilliaco e paradisiaco di Dio, il giardino perfetto e ordinato di una qualche divinità di cui noi, creatura prediletta, saremmo il custode, l’essere libero dalla mostruosità della metamorfosi, anima intelligente e candida che con distacco osserva, giudica e gioca con gli oggetti della sua custodia. È tempo di un riposizionamento e di un ridimensionamento.
Homo anima(le) migrante
Estremo ed eccesso. Due stimolanti e perturbanti evoluzionistici che hanno caratterizzato anche le configurazioni dell’umano. Negli ultimi 2.000.000 di anni ci siamo spostati spesso, con grande variabilità coprendo distanze notevoli. E lo abbiamo fatto su due zampe. Il bipedismo perfetto dei nostri antenati ci ha portato lontano, più volte, mettendoci a contatto con ambienti e climi diversi, decretando l’incontro, il rapporto e la relazione con una pluralità e variabilità di piante, virus, altri animali (incluse altre forme di umanità tra loro coeve), batteri, metalli e minerali che nella repulsione, nella cooperazione, nella competizione e nell’ibridazione hanno contribuito al nostro percorso trasformativo. Mi piace pensare che anche piante dal potere psicoattivo abbiamo svolto un ruolo decisivo lungo la nostra evoluzione, accompagnando e sostenendo, nell’arco di migliaia di anni, la diffusione del genere homo fuori dall’Africa. La storia dei nostri antenati ha visto erectus giungere fino all’estremo oriente, neanderthal colonizzare il continente europeo ed euroasiatico accanto a denisova, sapiens coprire l’intero globo giungendo fino alla Patagonia, i Poli e oltre: la Luna.[2] L’automedicazione, la conoscenza e l’uso di piante e sostanze psicotrope[3] potrebbe avere influenzato la nostra capacità migratoria rendendo maggiormente sostenibile ed evolutivamente vantaggioso questo comportamento che, anche rispetto ad altri animali definiti migratori, resta un comportamento decisamente estremo. La variabilità e flessibilità delle nostre rotte migratorie potrebbe essere stata favorita dalla conoscenza e alleanza con determinate piante psicoattive (stimolanti, anoressizzanti, sedative, etc.)[4]. Lo saranno anche le migrazioni future, al di là dell’atmosfera terrestre, nello spazio inospitale? Che ruolo giocheranno le percentuali di geni ancestrali di altre specie umane che ci portiamo dentro? Quale ibrida formulazione genetica sarà la favorita nell’esplorazione astronomica? Gli eccessi ed estremi comportamenti di oggi – penso, ad esempio, a determinati stili di vita, al nostro rapporto con gli altri animali e con gli ecosistemi in generale – quale evoluzione umana stanno favorendo? Quali nuove domesticazioni, con quali piante e\o altri animali, favoriranno l’umanità di domani?
Il comportamento migratorio, nel nostro percorso di antropogenesi, ha sempre contribuito all’ innesco di processi, di relazioni e portato a strategie significative ed evolutivamente decisive.
Partorirai con dolore
Lo stesso può dirsi della neotenia che ci caratterizza, un meccanismo biologico ed evolutivo che ha favorito e inaugurato configurazioni dal potenziale e dai vantaggi straordinari esponendoci però, parallelamente, a notevoli rischi. Il nostro essere animali neotenici è direttamente connesso ad una pratica estrema, molto pericolosa per la femmina umana:
il parto[5]. Il bipedismo e la nostra migrabilità ad esso collegato, ha agito profondamente sulla struttura anatomica del bacino femminile che ha dovuto ad un certo punto fare i conti con l’aumentare delle dimensioni del nostro cranio. Mentre il canale del parto delle femmine neanderthal era più ampio del nostro così come più grande risultava nel feto la dimensione del cranio, è la forma di quest’ultimo, maggiormente stretta e allungata (a palla da “rugby”) rispetto a quello sapiens più arrotondato e globoso, ad aver fatto la differenza in termini di sicurezza. La struttura anatomica del bacino delle femmine sapiens quindi non permetteva lo sviluppo completo del feto e di portare fisiologicamente a termine la gestazione poiché il canale del parto non poteva che lasciar passare un individuo prematuro (in termini di ampiezza di cranio e spalle), rimandando la crescita del cranio globoso e del cervello negli anni (!) successivi alla nascita della prole[6]. Prole che veniva dunque partorita totalmente inetta per un numero di mesi che non ha eguali nel resto del regno animale. Questa strategia estrema di riproduzione e di accudimento, è ciò che, attraverso l’esperienza diretta e la sperimentazione al di fuori del grembo materno per parecchi anni, assieme alle cure parentali estese nel tempo e al gioco, ha probabilmente influito sulla nostra prosocialità e inclinazione alla cooperazione, favorendo il linguaggio umano come lo conosciamo. Ha altresì potuto sfruttare un notevole arco temporale di esposizione e di apertura ontogenetica da organismi ancora immaturi nei confronti delle alterità favorendo anche il processo di autodomesticazione e di una selezione dei tratti neotenici. L’esplorazione, il gioco e l’empatia verso i cuccioli di altri animali da parte degli stessi cuccioli umani e dei membri adulti sensibili ai tratti neotenici intra e interspecifici ha probabilmente favorito il processo di domesticazione di altre specie, primo fra tutti, per quanto ad oggi noto, il lupo. L’alleanza e reciproca domesticazione tra umano e lupo sono state un processo diffuso e complesso decisamente significativo che approfondiremo altrove.
Muoversi. Non sapere come si fa a restare fermi, come si possa semplicemente “stare”. La dinamica della vita sembra votata alla ricerca costante e ossessiva di una variazione. Ogni singola proteina, ogni cellula è artefice di quel magma di divenire in cui è immersa e che al contempo contribuisce con la sua mania a innescare e ad alimentare. Che sia terra, che sia acqua, che sia aria o il freddo e oscuro orizzonte dello spazio anecoico, la vita vibra spostando l’inerte moto della materia che attorno, sopra, sotto, dentro e fuori vorticando la trattiene.
Bibliografia
Suggerisco una lettura che ha ispirato molto alcune delle mie osservazioni:
Pievani T. e Remuzzi G. (2015), Dove comincia l’uomo, Solferino, Milano.
[1] Periodo di pubblicazione del libro di Giorgio Samorini, Animali che si drogano, oggetto del post precedente.
[2] Raggiunta però, con esso, da pezzi di denisova e neanderthal e chissà quale altra specie ancora non isolata ma presente come un “fantasma” nel nostro genoma.
[3] Ad oggi non sono ancora state trovate evidenze archeologiche fossili dirette che possano testimoniare un inequivocabile e sistematico uso di piante psicotrope da parte di altre specie umane. Questa ipotesi è quindi, ad oggi, una mera speculazione che però è supportata da analogie in campo etologico provenienti dalle nostre cugine antropomorfe e dal comportamento sapiens accertato già nel periodo preistorico.
[4] Come lo fu, a partire da 30.000 anni fa circa, l’alleanza con il lupo e la comparsa del cane.
[5] Anche per quanto concerne l’analgesia ostetrica abbiamo testimonianze molto antiche dirette e indirette (neolitico, età dei metalli, antico egitto, etc…), che sia una pratica che ha supportato il genere umano anche nel paleolitico?
[6] Rispetto ai nostri cugini scimpanzè, ad esempio, alla nascita lo sviluppo cerebrale è al 70% mentre in sapiens al 23% della sua capacità.