– Prima Parte –
«Gli animali si curano. Gli animali si drogano. Gli animali hanno comportamenti sessuali privi di finalità procreative, inclusa l’omosessualità. Gli animali hanno una coscienza»[1]
Venticinque anni fa, l’etnobotanico e studioso di antropologia delle droghe, Giorgio Samorini pubblicava con Telesterion un libro dal titolo tanto insolito quanto accattivante: Animali che si drogano[2]. Si tratta di un piacevole saggio divulgativo in cui sono raccolti svariati esempi ed aneddoti legati alla ricerca e al consumo di sostanze psicoattive da parte di alcune specie animali.
Samorini ha dedicato una vita di studio e ricerca alla fenomenologia delle droghe psicoattive nell’animale umano apportando contributi significativi in questo ambito in maniera trasversale, spaziando tra etnologia, storia e archeologia[3].
La sua incursione in territorio etologico emerge a partire dall’esigenza di mettere in dialogo fra loro: 1) la consapevolezza preistorica, storica ed etnografica che il “fenomeno droga” sia un fenomeno arcaico e transculturale; 2) il dato zoologico, a cui in precedenza non era stato attribuito particolare interesse, che l’autore ha raccolto in questo testo a testimonianza di un uso intenzionale di sostanze psicotrope[4] nel regno animale.
Da codesto sposalizio epistemico nasce la domanda che ci pone Samorini: perché animali e uomini si drogano? Una possibile risposta viene formulata al termine di un articolato percorso che passa attraverso la critica a prospettive antropocentriche ed etnocentriche, al behaviorismo e alla negazione di una mente animale, sorvola teorie psicologiche, biologiche ed evolutive approdando ad un responso (aperto) che poggia su due ipotesi principali affidate all’edizione del testo riveduta e aggiornata[5]. Si tratta soprattutto di un augurio e di un invito agli etologici di mestiere a proseguire ciò che il suo lavoro ha iniziato e portato all’attenzione del pubblico non specialistico. L’autore scrive:
«Riguardo le motivazioni che spingono gli esseri viventi a drogarsi, si potrebbe dunque considerare l’ipotesi adattiva come l’ipotesi stretta, e l’ipotesi della funzione biologica primaria come l’ipotesi estesa, intese entrambe come riferimenti, non certo unici, su cui sviluppare le future indagini.»[6]
Da una parte quindi viene proposta una funzione adattogena, ovvero il fatto di considerare le droghe come sostanze che, in qualche modo e in alcuni casi, risultano dei facilitatori dell’adattamento all’ambiente circostante per determinati individui. Questa valenza evolutiva adattiva sarebbe amplificata dalla cultura nel caso umano e negli animali non-umani (a seconda dei casi specie-specifici), circoscritta a una funzione di automedicazione o di miglioramento temporanea della performance.[7] Questa ipotesi ristretta però, non prende in considerazione la possibilità di ragionare in termini di stati di coscienza negli animali[8] assecondando, di conseguenza, l’idea che il rapporto animale con sostanze psicotrope in natura debba essere considerato non intenzionale, o in ogni caso, quale esito secondario di finalità esclusive quali la nutrizione e l’automedicazione se non l’occorrenza di una mera fatalità occasionale. Stupefacenti effetti collaterali. Samorini, pur riconoscendo le difficoltà e problematicità di indagare il vissuto interiore animale e riscontrando la penuria di osservazioni e dati scientifici, rigetta comunque questa prudenza metodologica partendo dal dubbio che l’uso delle droghe sia ben più diffuso nel mondo animale di quanto ad oggi noto e suggerendo un’ulteriore possibile considerazione:
[…] drogarsi non sarebbe una funzione biologica adattiva, bensì sarebbe una funzione biologica primaria, che si manifesterebbe in determinati contesti e come risposta a certe condizioni interne ed esterne di una specie – ancora più che di un individuo -, in base a variabili e con finalità per noi ancora non chiare.[9]
Secondo l’autore nulla esclude che il comportamento di ricercare sostanze psicotrope possa essere diffuso in tutte le specie animali[10]: «È impensabile per la maggior parte degli studiosi ragionare in termini di stati di coscienza negli animali. Antropocentrici come siamo, siamo soliti negare qualunque forma di coscienza presso le altre specie, ancor più negli animali inferiori»[11]. E ancora a questo proposito scrive: «Invece di elemosinare briciole di coscienza umana agli animali – percettiva o arcaica che sia -, sarebbe forse meglio aprirsi alla possibilità di differenti forme di coscienza di cui sarebbero dotati questi altri esseri viventi, e magari in maniera più ampia e non “briciolosa”»[12].
La funzione biologica primaria, anche se attualmente non proprio chiara come ammette lo stesso autore, sarebbe però da mettere in intima relazione con la funzione di de-schematizzazione (depattering) presente nell’animale umano, come formalizzato in ambito linguistico dallo psicologo maltese Edward DeBono[13], e che Samorini ipotizza potrebbe essere estendibile biologicamente anche al resto del vivente quale strumento a disposizione delle specie per evolvere, adattandosi e modificandosi, al fine di garantire la propria sopravvivenza. Inebriarsi dunque per lubrificare, stimolare e rendere maggiormente flessibili quegli schemi rigidi e consolidati rispondenti al principio di conservazione di ciò che è stato già filogeneticamente acquisito. Samorini arriva a queste conclusioni ispirato da paradigmi biologici come il Post-Darwinismo (Kull 1999) e quello dell’Esuberanza Biologica (Bagemihil 1999), lanciandosi in ardite considerazioni sul rapporto specie-individuo che provano a coinvolgere anche la fisica quantistica ( ispirate a prospettive olistiche sulla realtà come quelle di Kuhn e Capra).
Il motivo di una diffusa tendenza ad irretire la coscienza con tecniche e erbe inebrianti sarebbe da ricercarsi, quindi, tra quelle funzioni indispensabili alla preservazione della specie (alla pari di nutrirsi e riprodursi, per intenderci). L’audace testo di Samorini metteva più di vent’anni fa in discussione pregiudizi e stereotipi all’epoca ancora molto solidi e diffusi all’interno della comunità scientifica stimolandola ad intraprendere linee di ricerca, se pur controverse, meritevoli di attenzione.
Ho avuto il piacere di intervistare Giorgio Samorini qualche giorno fa e di parlare a lungo con lui di questo testo. A proposito della sua genesi mi ha riferito che tutto nacque da incontri inaspettati, da aneddoti curiosi, da tracce marginali spesso celate nelle note dei testi di otto e novecento che studiava attentamente per documentarsi sul fenomeno droga umano. Ma anche dall’esperienza etnografica sul campo, come durante i suoi viaggi tra i Fang del Gabon, dove di frequente gli capitava di notare la comune dipendenza dal tabacco dei tabagisti e dei loro pet, scimmiette con le quali condividevano le sigarette («…e guai a non dargliele quando le richiedevano!»). Nonostante la sua ricerca vertesse specificamente sul rapporto tra determinate piante psicoattive e gruppi etnici sparsi per il globo, gli altri animali e le loro disavventure con frutti fermentati, erbe inebrianti, funghi velenosi e semi di ogni tipo colpirono sempre la sua attenzione di osservatore attento e curioso. L’incontro decisivo che lo convinse ad andare oltre la semplice curiosità aneddotica e a tentare questa impresa scientifica, avvenne però con l’opera dello psicofarmacologo statunitense Ronald K. Siegel, Intoxication: life in pursuit of articifical paradise[14].
Ciò che lasciò Samorini perplesso e insoddisfatto di questo testo pionieristico, che forse per primo approfondiva il tema del rapporto tra intossicazioni volontarie e regno animale riportando numerose osservazioni scientifiche e aneddotiche, fu da un lato il servirsi del dato non umano mantenendo però il focus sull’umano, e dall’altro il non aver accuratamente differenziato i casi di assunzione animale di sostanze psicotrope condizionati da azione o da ambiente antropici, da quelli che, invece, riguardavano un consumo naturale e indipendente dalla relazione con l’uomo[15].
Quindi: Animali che si drogano, in cui, ribaltando la cornice proposta a fine anni ottanta da Siegel, il discorso antropologico viene subordinato a quello zoologico. Il libro ripercorre gli ostacoli epistemologici che contribuirono a ritardare la formulazione di ipotesi e possibili soluzioni a questi quesiti, primo fra tutti l’interpretazione prevalentemente patologica del fenomeno droga in generale. Quello di Samorini fu un invito ad etologi e biologi a non ignorare la ricerca intenzionale di intossicazioni temporanee da parte di ogni genere di specie ma, soprattutto, a non accontentarsi di descrivere ed interpretare frettolosamente tale fenomeno come la risultante di incontri inattesi o quale esito secondario di obbiettivi altri (es. nutrizione, automedicazione, gioco, etc.). L’ipotesi accidentale così come quella dell’effetto collaterale è carica di pregiudizio e per nulla esauriente. Per Samorini alla base di questa analisi superficiale o della cecità scientifica difronte alla ricerca zoologica dell’ebrezza (da cui, in parte, potrebbe derivare anche la penuria di dati), ci sono sempre stati, da una parte la negazione di una coscienza animale che vada oltre a quella percettiva e, dall’altra la forte tendenza ad equiparare l’intossicazione volontaria ad un comportamento degenerato, dannoso, negativo, soprattutto anticonservativo e quindi “eticamente” e ragionevolmente improbabile. Come si evince dal suo libro e come mi ha confermato durante la nostra chiaccherata, nella cultura occidentale dominano ancora tre principali equivalenze, comprese tra i limiti del tabù e del moralismo tipici della nostra tradizione: 1. La ricerca del piacere equivale all’eccesso (patologico) di ricerca del piacere; 2. Il fenomeno droga equivale al problema droga; 3. La ricerca di esperire stati altri di coscienza equivale ad una evasione, ad un tentativo di fuggire la realtà.[16]
Per più di quarantanni, ci tiene a sottolinearmi Samorini, si è dedicato e speso in favore di un cambio di paradigma per contribuire ad un approccio metodologico in ogni ambito del sapere che fosse il più possibile scevro dai pregiudizi di un moralismo imperante e censore alla base delle considerazioni sul rapporto uomo-droghe. Nel nostro panorama culturale vige e domina l’idea che questo tipo di relazione sia senza eccezioni un fenomeno di degenerazione: un problema. Samorini precisa subito che un problema droga esiste, è reale, e non solo esiste ma è un problema che abbiamo anche diffuso in tutto il mondo esportando presso altri gruppi umani le nostre droghe, le nostre modalità di assunzione e le nostre motivazioni per usarle. Con le molecole abbiamo anche esportato quegli stessi paradigmi drogologici del XX secolo[17] ai quali, secondo Samorini, è possibile ricondurre quel processo di «patologizzazione degli stati modificati di coscienza» che ha origine nel rinascimento. A partire dall’inizio del nuovo millennio comincia ad intravedersi qualche passo verso questo cambio di paradigma supportato anche da nuove pubblicazioni che confermano le precedenti osservazioni grazie anche al contributo di nuove tecniche e possibilità di indagine da parte dei ricercatori.
Il successo mediatico di Animali che si drogano fu lampante ma ancora tarda a farsi sentire l’eco del suo messaggio che come un tuono voleva scuotere l’attenzione scientifica da un torpore viziato da «una morale puritana o drogofobica che influisce sulle metodologie di ricerca».
Al di là della innovativa panoramica riportata in dettaglio e appoggiandosi il più possibile alle fonti scientifiche allora disponibili, questo compendio ebbe il merito e il coraggio di inserirsi all’interno di un discorso all’epoca piuttosto scomodo e ancora acerbo, specie in Italia: gli animali possiedono una coscienza e gli piace pure sballarsi. Molto.
Animali che si drogano solleva questioni zooantropologiche, secondo me, molto interessanti e di particolare ispirazione che meritano oggi di rinnovata considerazione alla luce dei nuovi dati disponibili e, soprattutto, della tecnologia interpretativa a nostra disposizione costruita a partire da svolte interpretative come quella postumanista. Ad esempio, Samorini cita numerose droghe il cui effetto psicotropo sarebbe stato suggerito alla nostra specie, in tempi più o meno remoti, da altri animali, osservandone il comportamento. Un caso di zoomimesis particolare che diventa probabile tenendo conto della familiarità filogenetica con questo genere di comportamenti. Sono molteplici e scientificamente ben documentate le testimonianze di zoofarmacognosia nei primati e in generale in tutto il regno animale. La variabilità dell’azione molecolare di diversi composti psicoattivi in relazione alle differenti configurazioni del sistema nervoso specie-specifici, ci suggerisce una pluralità di ragioni, di valutazioni in termini di costo-benefici e di esiti. Se anche la modificazione dello stato di coscienza fosse il risultato secondario di una funzione diversa dalla ricerca del piacere o della conoscenza, nel corso dell’evoluzione tale esito deve essere passato dall’essere una reazione indesiderata ad essere un effetto desiderato. Certo soddisfare una simile velleità sembra in prima istanza un comportamento anticonservativo, altamente improbabile poiché una modificazione dello stato di coscienza espone ad un serio rischio per la sopravvivenza individuale, specie se si rientra nel novero delle prede[18].
Eppure i comportamenti estremi ed eccessivi non sono così rari nel dominio del vivente. Al pari della moderazione e della conservazione, abuso ed estremismi sono fattori evolutivi rilevanti per la vita. Penso al cannibalismo sessuale adottato da mantidi e ragni, alla riproduzione suicida di salmoni e opossum, alle lotte violenti tra molti mammiferi per l’accoppiamento, alla tanatosi o all’infanticidio, al sacrificio del polpo gigante del pacifico come a quello di molti insetti eusociali in favore della propria prole o di altri individui. Nel caso specifico dell’animale umano credo che ci siano due fenomeni particolarmente estremi che hanno condizionato in maniera intima e profonda la nostra evoluzione: la nostra migrabilità[19] e la neotenia.
Continua…
[1] Samorini 2013, p.154.
[2] Samorini G. (2000), Animali che si drogano, Telesterion, Vicenza.
[3] La nicchia specialistica di riferimento è quella della archeo-etno-botanica delle piante psicoattive che studia, attraverso l’analisi delle testimonianze archeologiche materiali e immateriali (archeo-) il rapporto umano-piante (etnobotanica) nello specifico con quei vegetali che hanno un’azione sul sistema nervoso in grado di modificare lo stato psico-fisico del soggetto (psicoattive). Un compendio delle sue pubblicazioni, contributi e risultati è contenuto ne suo sito internet: https://samorini.it/.
[4] L’autore distingue questo tipo di comportamento intenzionale, o presunto tale, in tre categorie principali: I) comportamento intenzionale indotto; II) comportamento intenzionale forzato; III) comportamento intenzionale naturale. Mentre i primi due comportamenti sono indotti o, addirittura forzati dall’influenza umana ( i.e. I) gatti che frequentano fumerie d’oppio e sono assuefatti a questa sostanza; II) cavie sfruttate nella ricerca psicofarmacologica), il terzo concerne quei casi in cui il comportamento intenzionale (o presunto tale) è stato osservato nei rispettivi habitat di appartenenza in contesti “naturali”. Cfr. Samorini 2000, pp. 14-15.
[5] Samorini G. (2013), Animali che si drogano, ShaKe edizioni, Milano.
[6] Samorini 2013, p164, [Cors.d.A.].
[7] Ivi, p144-145.
[8] Cfr. ivi, p146.
[9] Ivi, p163.
[10] Ivi, p146, [Cors.d.A.].
[11] Ivi, p146 ma già presente in Samorini 2000, p99.
[12] Ivi, p148.
[13] Ivi, p161-163.
[14] Siegel, R. K. (1989), Intoxication : life in pursuit of articifical paradise, Dutton, NewYork.
Questo libro, forse per la prima volta, tenta di esaltare la matrice biologica ed evolutiva insita nella ricerca di sostanze capaci di modificare lo stato di coscienza. Secondo il suo autore, oltre a fame, sete e sesso ci sarebbe un quarto impulso biologico universale nell’essere umano (una quarta pulsione) coincidente con la necessità di sperimentare alterazioni della percezione. Nel testo di Siegel gli animali sono il correlato e radice naturale da cui ha origine il fenomeno culturale umano. Esiste una innata propensione ad intossicarsi che ci proviene e condividiamo con molti altri animali.
[15] Vedi nota n.4.
[16] Il volume rende onore ad un autentico pioniere italiano di questo tipo di ricerche, l’antropologo Paolo Mantegazza che già a fine XIX secolo cercava di forzare, con la leva della ricerca scientifica, dogmi e pregiudizi allora ancora più potenti di oggi intorno ad un tema, quello delle sostanze inebrianti, relegato all’esotismo di pratiche ancestrali considerate primitive e inferiori oltre che decisamente sconvenienti secondo il codice etico occidentale e contrarie alla morale cristiana imperante.
[17] L’autore mi ha confidato che sta lavorando ad un articolo proprio su questo tema e che presto si svilupperà in un vero e proprio libro.
[18] Il genere homo ha nei suoi geni una lunghissima storia filogenetica da preda e il suo divenire predatore sempre più abile e agguerrito a partire da homo erectus, 2 milioni di anni circa, è un ribaltamento di ruoli evolutivamente parlando molto recente.
[19] Termine che impropriamente mutuo dalla tanatologia in cui indica però specificamente la migrazione delle macchie ipostatiche (livor mortis) utilizzata per determinare il tempo trascorso dalla morte nei cadaveri.