Ancora Sardegna, ancora vacche, ancora corna e zoccoli. Questa volta il bronzo ne immobilizza i movimenti esuberanti e scomposti, ne ammutolisce il muggito profondo e vibrante. Stanno in una mano ma sono raccolti in piccole mandrie e gelosamente custodite all’interno di teche di cristallo nel Museo Archeologico Nazionale di Cagliari. La terra ed il buio li hanno nascosti per migliaia di anni conferendogli un colore e una patina tipici ed unici. Un trattamento, per chi apprezza il genere, capace di emozionare ed evocare lo scorrere del tempo. Come fa qualcosa che non esiste a trasformare così profondamente la materia? Quelle vacche sciupate dal tempo conservano tuttavia intatto tutto il loro fascino, tutto il loro potere e tutta la loro forza evocativa suscitando, a distanza di millenni, ancora emozioni. Chi le possedeva, chi ne fu il sacro “mandriano”? Chi, modellando la cera e carpendone le forme e i volumi, ne ha rapito la consistenza? Da dove provenivano il rame e lo stagno con il quale sono state fuse? Perché qualcuno ha avvertito la necessità o si è sentito in dovere di miniaturizzare, metallizzare e conferire potere ad una vacca di bronzo? Il fascino dei reperti archeologici sta nella estrema banalità e specificità delle domande che possono ispirarci e nella limitatissima e refrattaria possibilità di trovare delle risposte all’altezza di tali ispirazioni. In questo iato, tra noto ed ignoto, su questa soglia si spalanca l’orizzonte del possibile e si saldano contatti tra passato, presente e futuro. Qualcosa si intravede tra i fumi degli spruzzi di materia scintillante, tra i bagliori di fasci di luce termoluminescente e di decadimenti radioattivi. Il manufatto mostra ma non svela: lascia spazio alla fantasia e, soprattutto, insegna a fare i conti con le proprie domande. Quella che più mi ha tormentato durante la visita al museo è stata: perché fissare nella pietra, nel metallo, nel legno, nell’osso, nel vetro o nell’argilla (oggi nella plastica o altri derivati del petrolio e non solo [es. nel silicio]) ciò che ci circonda? Ecolalie, o meglio, eidolalie, ovvero una “patologica” ossessione e propensione a riprodurre, a ripetere configurazioni altrui: le forme dell’alterità. Una vera mania che è evidente già nella ripetitività sulla quale si basa il linguaggio la cui consistenza è, a mio modo di vedere, precipuamente materica, ossia ricavata e scolpita nell’esperienza mediante strumenti metaforici[1] ridondanti, trasmessi, cablati o progettati a partire da una percezione gnoseologica (approfondiremo il tema altrove). Questi echi di alterità hanno fin dal paleolitico una vera predilezione per il mondo animale[2]. Gli uri (antenati dell’odierno Bos taurus), i cervi e i cavalli, soprattutto, della Grotta di Lascaux sembrano galoppare dal calcare della Dordogna al bronzo della Barbagia. Sono i sintomi estetici (eidolalie) di un morbo, un virus bio-culturale che si è innestato nel nostro dna dando vita ad una relazione endosimbiotica “specifica” di cui, in un modo o nell’altro[3], non riusciamo attualmente più a fare a meno. Le testimonianze preistoriche sono cariche di questi specchi mediante cui ci siamo polarizzati rispetto agli eterospecifici. Nella Grotta di Chauvet guardo[4] le linee morbide e sinuose dei grandi felini nella loro sequenza dinamica e viva, ma quello che guardo non è solo un leone delle caverne, non è solamente la rappresentazione figurativa esterna di un’idea astratta interna, ma l’eco di una vera e propria ibridazione tra homo e felino, l’eco di una prossimità segnata col carbone e con l’ocra su calcare, una distanza tracciata nel mondo, vedo quanto di umano c’è in quella Panthera spelea e quanto di quella Phantera c’è nell’umano. Attraverso gli occhi e le forme degli altri animali abbiamo imparato a riconoscerci e ad innamorarci di noi stessi. Questo narciso teriomorfo lascia sfuggire nelle sue continue adulazioni verso sé stesso, desideri, ambizioni, invidie e paure, rifiuti e attrazioni. Attraversando il Museo Archeologico di Cagliari, che dal Neolitico arriva al medioevo passando attraverso fenici, greci e romani, ho visto l’opulenta, ingombrante e sacra presenza degli altri animali assottigliarsi e ridursi sempre più nel corso dei secoli e dei millenni. Più cresceva la figura umana più si rimpiccioliva quella animale, più l’Uomo prendeva forma più l’animale si faceva marginale, presenza ancillare e diminuita nella sua ontologia. Ho visto lentamente un dio tramutarsi in una bestia. La pinacoteca del museo, posta a conclusione di un percorso (involontariamente, inconsciamente) quasi “ascendente”, è stato l’apice di tale metamorfosi. Nei dipinti dal XIV al XIX secolo gli animali sono soggetti molto rari e la loro presenza ha spesso un elemento puramente simbolico in cui il non-umano incarna nella rappresentazione virtù umane o fa le veci della divinità. Dio aveva letteralmente perso le corna e con esse la sua divina animalità.
Il passato affiora attraverso le sue testimonianze materiali portandosi dietro qualcosa di ciò che è stato suggerendo quesiti oggi che riguardano anche il domani. I reperti archeologici non sono solo resti della creatività, della abilità e di culture scomparse ma dispositivi sempre carichi capaci di suscitare emozioni, di evocare riflessioni e di influenzare prospettive. Il Museo ha l’oneroso e arduo compito di esporre e liberare il potere di tali dispositivi. E’ il luogo dove il passato accade meravigliandoci con i misteri di ciò che sembra irrimediabilmente lontano e ormai perduto. Può costruire percorsi, condividere conoscenze e valorizzare la bellezza che l’animale umano è in grado di generare, ma il Museo non è solo un luogo dove trovare risposte su chi eravamo ma anche, e soprattutto, deve essere l’occasione per domandarci chi siamo.
[1]Metafora e vita quotidiana, Lakoff & Johnson, Bompiani, Milano 1998.
[2] Tutta colpa di un irresistibile Animal Appeal, Marchesini & Andersen, Perdisa Editore, Milano 2003.
[3] Ad es. i Linguaggi dei segni o la Scrittura analogica o virtuale che sia.
[4] Non guardo proprio niente, ahimè, perché l’ingresso alla grotta è interdetto dal 1994 al volgare pubblico come il sottoscritto.