Una mandria di sardo-brune e qualche pecora escono d’improvviso da una viuzza laterale della strada principale che da Limpiddu porta al mare. Due vitellini saltellano accanto alla madre che lesta si porta in cima al corteo, mentre le altre seguono a passo svelto battendo gli zoccoli sul duro asfalto incandescente. Una vecchia Panda color amaranto, a lato della carreggiata, segue la processione bovina accennando qualche rapida incursione verso il bestiame indisciplinato che esce dai ranghi, invadendo con uno scatto la corsia opposta. Il venerabile e affaticato ringhio metallico del bicilindrico Fiat, rinforzato dall’abbaiare stanca di una marmitta traballante e rosicchiata dalla ruggine, è sufficiente per riordinare la mandria convincendo i giovani più indisciplinati e recalcitranti a rientrare in gruppo. La fila, tra la polvere che lenta si solleva e si addensa in una cortina velata che risplende controluce di scintille di silice, si dirige diritta verso il sole che oramai rosso e vibrante, volge e ripara verso ovest.
Mi sono trovato difronte a questa scena pastorale sarda che mi ha colpito per un motivo in particolare: la totale assenza del cane da questo, seppur breve, processo di transumanza di ovini e bovini verso il pascolo – a dire il vero situato non molto distante dal luogo del misfatto- e la sua sostituzione con una Fiat Panda anni ottanta 4×4. Pastori contemporanei, si potrebbe banalmente obbiettare. Davvero ti aspettavi ancora il buon vecchio pastore vestito di gilet di lana grezza, pantaloni di fustagno e grette sugli stivali, con una bella coppola nera a coprire il capo e un bastone nella mano a segnare il cammino? E perché non dovrebbe anche la pastorizia, persino l’antica arte della pastorizia sarda, beneficiare dei prodigi della tecnica? Perché ostinarsi al sacrificio e alla sofferenza quando, oggi, si può tranquillamente sostituire il duro e faticoso lavoro del pascolo e della transumanza a piedi sotto il sole cocente per chilometri con la comodità di due finestrini elettrici (perché quella Panda, l’aria condizionata non ce l’ha) e di quattro ruote motrici? Roba da mito del buon selvaggio insomma, da retaggi folkloristici e arcaiche sopravvivenze di ciò che nutre un immaginario situabile tra la leggenda e l’attrazione turistica per chi ha sete di naturalità, di tradizioni millenarie autentiche, originali, integre e incontaminate, intatte. Eppure, il buon compagno a quattro a zampe che media tra pastore e mandria, tra gregge e pastore, che guida e protegge, è qualcosa a cui faccio davvero fatica a rinunciare nelle mie aspettative di totale ignorante in materia e di turista medio. Questo cyber-pastore motorizzato a gasolio su ruote non mi convince, oppure, più semplicemente, lo trovo davvero brutto da vedere ancora più cha da accettare, la causa di una discrepanza tra credenza e attesa tutto sommato molto personale e di poco conto. Ciò che penso possa essere interessante è invece la relazione tra animale umano e strumento tecnologico nel momento in cui esso subentra sostituendo un partner etero o conspecifico. Alla eco-ansia da cambiamenti climatici apocalittici si affianca oggi una rinnovata preoccupazione verso una automatizzazione digitale di molte professioni attraverso l’impiego dell’intelligenza artificiale e quindi – non è ancora chiara la necessità di tale consecutio – un’imminente invasione robot, di computer sempre più potenti in grado di emanciparsi, organizzarsi e tramare contro il proprio creatore. Altro che sostituzione etnica e immigrati che ci rubano il lavoro…in gioco, secondo alcuni, sembra esserci la nostra stessa umanità. In realtà pare più una questione di copyright che ontologica: le nostre peculiari e strabilianti capacità tipicamente umane, le nostre doti esclusive, i riflessi profani della nostra sacra anima, sono in pericolo. Le prove tangibili e inequivocabili della nostra superiorità sono sotto assedio cibernetico. Qui il rischio è di scoprirsi meno esclusivi del previsto… e non è poco! Ma siamo davvero così speciali? Davvero l’utilizzo di strumenti ci allontana da ciò che siamo piuttosto che testimoniare più semplicemente ciò che siamo sempre stati? Raccoglitori di relazioni, collezionisti di alleanze e di ibridazioni. L’intelligenza più che la qualità strategica applicabile al fine di risolvere un problema, sembrerebbe più la possibilità di essere coinvolti in un assemblaggio di complessità altra. Non un sintomo teleologico, incrementante, performativo in termini di efficienza ma piuttosto di affordance, un esperimento relazionale di mediazione e congiunzione: un divenire problema, un processo aperto creativo inquanto volontà di potenza piuttosto che un evento chiuso, risolutivo e dissipativo. Il desiderio di un’ulteriore domanda possibile, piuttosto che la necessità di un’unica risposta accettabile.
Ci piace immaginare un vaccaro-centauro, metà uomo e metà cavallo, e un pastore-mannaro, tutt’uno con il suo lupo, li troviamo decisamente più bio-compatibili, l’innesto, il trapianto organico tra questi animali è reso maggiormente fisiologico da millenni di coevoluzione, da strutture e funzioni limitrofe in cui immedesimazione, empatia e attrazione sono intense e ad un livello molto profondo, quasi inconsapevole. Con gli strumenti della tecnica si fa più fatica ad innescare e pensare come naturali questi nodi di ibridazione, queste coagulazioni relazionali, eppure passione, dedizione, emozioni e persino cura – non è un mistero- sono proiettabili e riservate anche a oggetti, a cose inanimate. Lo sport a livello amatoriale e professionistico, il collezionismo, gaming e realtà virtuali sono alcuni esempi di occorrenze in cui si può raggiungere un coinvolgimento analogo a quello biologico, con il pericolo anche, di sviluppare relazioni tossiche simili. Gli strumenti che utilizzano l’intelligenza artificiale hanno la peculiarità di imitare ciò che siamo, ma cosa siamo se non il risultato di ibridazioni biotiche e abiotiche, di materia organica e inorganica? Dopo quello animale, il robot rischia di diventare l’ennesimo specchio polarizzante. Sta a noi scegliere cosa fare e come gestire quel riflesso, il suo gioco di prestigio. Questa intelligenza è più artificiosa che artificiale. L’animale umano, parte integrante integrata della natura, non può che esprimersi e divenire inquanto natura. L’artificio umano non è altro quindi che un percorso imitativo della natura che imita sé stessa, niente di poi così distante da un processo estetico. L’arte è il potere di un inganno, la forza di un’illusione, l’ossessione di un desiderio, l’epifania chiassosa dell’intima e incessante mediazione e congiunzione tra noi stessi e qualcosa d’altro-con noi (e non di altro da noi): il concatenamento pastorale tra umano e canino o tra umano ed equino, tra un cyber-pastore e la sua Panda 4×4 bicilindri color amaranto.
Chissà la mandria di sardo-brune e il gregge di pecore cosa ne pensano.
T. Morton, Ecologia oscura. Logica della coesistenza futura, LUISS, Milano, 2021,