Filosofia Postumanista Italia

Arte macabra e antispecismo: intervista al progetto “Debitum naturae”

Articolo di Giulia Heliaha Di Loreto per il Centro Studi di Filosofia Postumanista Italia

Tempo di lettura: 5 minuti

“Debitum naturae” è un progetto che si occupa di divulgazione ecologica e antispecista, creando opere artistiche a partire dai resti di animali non umani. Nella seguente intervista, proveremo a chiederci:è possibile fare arte macabra per sensibilizzare sul nostro rapporto con le altre specie animali? E’ etico impiegare resti animali per promuovere l’antispecismo? Perché occuparsi di arte, quando ci troviamo in una società industrializzata ed in un contesto di crisi climatica?

Ciao Heliaha, grazie a te per la diponibilità e al Centro Studi per l’ospitalità per realizzare questa intervista. Venendo al quesito,“Debitum naturae” è un collettivo nato attorno ad un interesse comune: il rapporto tra gli esseri umani, la natura, la morte e la trasformazione attraverso di essa. La nostra realtà collabora a stretto contatto con un altro progetto, “Afterlife“, fondato da Sirah circa 15 anni fa, che è la prima persona in Italia ad aver iniziato ad incidere ossa e altri resti biologici con la tecnica delloskull-carving. Abbiamo iniziato a lavorare insieme e nel corso del tempo si sono aggiunti o rimossi artisti differenti, ma la formazione attuale comprende anche Magda di“ArsMacabra“.

E’ importante per noi precisare che tutti utilizziamo unicamente resti di animali recuperati in maniera etica — ossa, crani, corna, palchi, denti e così via — che vengono incisi, dipinti, scolpiti o inseriti in opere complesse ed installazioni, il tutto portato avanti con un’energica divulgazione. I temi di cui più ci occupiamo sono più o meno direttamente coinvolti nel movimento filosofico delrewilding, quali ad esempio l’antispecismo, il femminismo, il poliamore e, non per ultima, l’ecologia.

Il nome del nostro progetto riassume molto bene tutto questo:“Debitum naturae” significa letteralmente “debito dovuto alla natura” o “tributo alla natura”. Secondo il nostro “motto”, riportato anche sul nostro sito:“Death provides. Nature entrusts. We shape“. In altre parole:

"La morte procura, la natura ce lo cede in eredità e noi le diamo forma".

La morte “strappa” la materia alla natura: noi raccogliamo e interveniamo su una piccola parte di quella materia, non per negare la morte in sé, ma per farne un racconto, una testimonianza. In latino,“Debitum naturae reddere” è una locuzione che significa letteralmente “rendere debito alla natura”, che è una metafora per indicare l’atto di morire, generalmente di morte naturale.

Grazie a te. In realtà entrambe le cose. Come espressione diteknésiamo artigiani e produciamo alto artigianato, tuttavia quando l’opera diventa veicolo di un messaggio specifico, come ad esempio il cambiamento climatico, il rapporto uomo-animale, la decomposizione, la rinascita in senso filosofico, allora possiamo affermare di creare a tutti gli effetti dell’arte. Per riassumere, la risposta cambia in base al motivo per cui realizziamo qualcosa, e non al come.

Negli ultimi anni questa direzione è diventata sempre più evidente: abbiamo infatti cominciato a ragionare meno come produttori di singoli oggetti e maggiormente in termini di collezioni, installazioni, cataloghi e ambienti espositivi. Nel 2026 abbiamo sperimentato una vera e propria impostazione immersiva per quanto riguarda gli stand di festival ed eventi ai quali abbiamo partecipato, mentre l’anno scorso siamo riusciti ad approdare con le nostre opere in un museo nel Regno Unito.

Non abbandoniamo ne abbiamo intenzione di abbandonare l’ambito artigianale solo perché tendiamo poi a celare un messaggio anche nel semplice manufatto di artigianato, accompagnandoli sempre con volantini, informazione e divulgazione mirata.

Crediamo che forse, dato il nostro contesto, abbia ancora più senso, proprio perché viviamo in una società industrializzata. Se possiamo ordinare in pochi secondi qualcosa come diecimila oggetti, tutti esattamente identici tra loro e provenienti dall’altra parte del mondo, il valore di qualcosa che non è riproducibile industrialmente allora aumenta anziché diminuire, e vale ancora di più per il modo in cui noi lavoriamo.

"Un'opera realizzata su un cranio specifico esiste una volta sola".

Quel cranio ha infatti una forma, un’età, delle imperfezioni, una provenienza. L’artista deve adattarsi alla materia e, come diciamo spesso, è come essere dei pittori che si mettono all’opera con delle tele che già di per se stesse sono uniche. Ciò tuttavia non significa che sia necessariamente un buon modello economico, al contrario, ma non ci siamo mai arresi e non abbiamo intenzione di arrenderci. Bisognerebbe smettere di valutare l’arte esclusivamente attraverso la propria dimensione economica e riconoscerne la dimensione culturale, specialmente dal momento in cui realizziamo delle opere per veicolare messaggi che riteniamo importanti, che si battono anche contro l’attuale paradigma egemonico.

Crediamo di sì, ma solamente se non attribuiamo all’arte poteri che non ha. Un’opera non abbassa da sola la temperatura globale e una mostra non sostituisce una mirata politica climatica, sarebbe ingenuo sostenere il contrario. Allo stesso tempo però, la crisi attuale non è esclusivamente un problema tecnico, è anche un problema di immaginario, di valori, di consumo, di rapporto con le altre specie e di ciò che consideriamo desiderabile. Persino l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) sottolinea come le norme sociali, la cultura, i comportamenti e l’organizzazione dei sistemi di produzione e di consumo abbiano un ruolo chiave nella mitigazione climatica, insieme alle trasformazioni infrastrutturali e tecnologiche. Ed è esattamente in questo frame che ci inseriamo

E’ come se, attraverso il messaggio che veicoliamo insieme alle opere – o accanto ad esse, nel caso di pezzi artigianali -, riscattassimo altresì l’impronta ecologica di quello che abbiamo prodotto. Riportiamo un esempio pratico per far comprendere al meglio il concetto: anni fa abbiamo realizzato la collezionePost Fata Resurgo, a partire dai resti di una raccolta che appartenevano ad un naturalista, scampati alle fiamme di un incendio. Tale linea artistica conteneva, tra le altre, un’opera costruita attorno ad un cranio di orso polare, gravemente danneggiato dall’incendio succitato: proprio su questo animale abbiamo deciso di rappresentare una foresta in fiamme.

Il pezzo diventava dunque il punto di partenza per noi per sensibilizzare a proposito di cambiamento climatico e surriscaldamento globale. Parallelamente alla lineaPost Fata Resurgo, abbiamo deciso di realizzare una pubblicazione omonima per raccogliere visivamente le opere tra loro e raccontarne la storia, senza tralasciare l’aspetto etico dedicato all’aspetto ecologico.

Crediamo che prima o poi, quando le IA avranno sufficienti mezzi “meccanici” per agire sulla realtà, allora inizieremo ad esserne minacciati, tuttavia per ora la nostra opera mantiene ben due livelli di sicurezza. Il primo è l’idea: l’arte prodotta attraverso strumenti di IA può essere comunque considerabile arte, perché nell’arte contemporanea l’elemento centrale è l’idea stessa che viene veicolata, e non necessariamente la difficoltà tecnica dell’esecuzione. Insomma, ciò che conta è anche “chi immagina”, che partecipa dell’opera stessa, non soltanto chi o cosa materialmente esegue. Di conseguenza, data la forza del nostro messaggio e la vividezza della nostra visione, siamo abbastanza “al sicuro” da repliche meccaniche. Il secondo aspetto consiste nell’unicità della realizzazione.

Ogni opera, a differenza di una pura creazione figurativa, ha due elementi che la rendono speciale: l’idea di chi la realizzerà e la “tela”, e cioè l’elemento biologico, completamente unico e diverso da tutti gli altri. Due disegni identici su due crani di volpe saranno comunque differenti per la diversità della “base” sulla quale il disegno viene realizzato. Non sarà facile per l’IA o per qualcuno che la usasse superare entrambi questi livelli. Ci capita ogni tanto di utilizzarla anche per crearereferencesspecifiche, impossibili da trovare in rete, necessarie proprio per l’unicità di ogni lavoro che non si svolge mai su una semplice tela piana e dalla forma regolare come nel caso della pittura.

La premessa fondamentale da fare è che non consideriamo l’essere umano come qualcosa di esterno alla natura, men che meno superiore. Noi siamo animali e siamo parte di ecosistemi. Questa prospettiva cambia anche il modo di intendere gli altri animali: non come comparse, simboli o risorse costruite intorno alle nostre necessità, ma come soggetti con esigenze proprie e con conflitti nei nostri confronti: semplicemente animali non umani.

Per questo motivo, ha sempre fatto parte del nostro lavoro anche la divulgazione legata alrewilding, come il rapporto con grandi carnivori, la conservazione degli ecosistemi, latheriofobia, l’ecologia profonda e l’etica animale. Sul piano pratico, questo principio significa anche opposizione alla caccia finalizzata alla produzione dei nostri materiali, l’acquisto su siti dove la provenienza è dubbia e così via. La nostra etica è chiaramente esposta sul nostro sito ed è uno dei primi articoli a cui rimandiamo da leggere a chi ci scopre per la prima volta.

Secondo noi sì, fortemente sì e può persino diventarne un manifesto. Tuttavia, devono necessariamente esserci delle condizioni. Un’opera realizzata con dei resti animali non è antispecista in sé o semplicemente per il fatto che l’artista si dichiari tale. La questione decisiva è: in che modo sono stati procurati i resti su cui l’opera si basa?

Se comprassimo a basso prezzo teschi, pelli o denti senza preoccuparci della loro provenienza oppure se alimentassimo una filiera nella quale degli animali vengono uccisi o sfruttati perché esiste una domanda economica per quelle “porzioni”, staremmo effettivamente trattando l’animale come una semplice materia prima: questo è specismo.

Se invece l’animale non viene ucciso per produrre l’opera, nemmeno in modo indiretto, il suo resto proviene da morte naturale, e dunque recupero, vecchie collezioni o altri circuiti che non generano nuova domanda di uccisione, di conseguenza la situazione etica cambia, potendo diventare addirittura opposta.

"Dando nuovo valore ai resti di un animale non più vivo, si può riportare l'attenzione su interessi, bisogni e capacità di soffrire che aveva quell'animale prima di morire".

Creare un’opera significa quindi anche conservare quel resto, conoscerne la storia, impedirgli di diventare uno scarto anonimo e trasformarlo in altro, attraverso cui parte di quella vita precedente continua, almeno simbolicamente, a portare con sé vita e valori. La società prende miliardi di individui non umani, li sfrutta, li uccide, ne getta gli scarti che non utilizza e non recuperiamo quello scarto per renderlo opera o gioiello pagati spesso anche cifre consistenti. Questo non può non considerarsi antispecismo.

Potremmo dire che gli animali siano un “mezzo”, mentre l’ecologia è il nostro fine. Il fatto che lavoriamo con le ossa rende inevitabilmente l’animale assai presente nell’immaginario di“Debitum naturae“. Ciò che tuttavia ci interessa è la relazione: l’animale con l’ambiente, l’uomo con l’animale, la morte con la vita, la decomposizione e la rinascita. Negli anni abbiamo parlato non solo di animali selvatici, ma anche di piante, funghi, cambiamento climatico,rewilding, ecosistemi, consumo delle risorse, il tutto attraverso le opere o la divulgazione diretta – a sua volta alimentata dai proventi delle opere. Abbiamo creato una sorta di ecosistema secondario che parte dallo scarto della società antropocentrica per cercare così di ribaltarla.

Più che un consiglio, ci daremmo un avvertimento e una speranza: sarà più dura di quanto pensiate, ma darà molte più soddisfazioni di quanto crediate. Dateci dentro!

Vorremmo dire due cose: la prima è che siamo tutti parte della natura e siamo in debito con essa per ogni azione, bisogno, interazione che abbiamo come individui e come specie. Dovremmo dunque agire e pensare tenendo conto di questo debito. La seconda è che:

"Della natura fa parte anche la morte, la putrefazione e la disgregazione".

Allontanare da noi la sofferenza e la morte – atteggiamento che ci influenza per la presenza secolare della religione cristiana – rischia altresì di allontanare anche la possibilità di evoluzione e rinascita.

Per rimanere in contatto con il collettivo“Debitum naturae“, si vedano:

Instagram:@debitumnaturaeofficial

Sito web:Debitum naturae

Per approfondire la parte divulgativa del progetto, si vedano:

N. Feltrin,Into the (re)wilding.

N. Feltrin,Orme selvagge: un cammino zooantropologico e spirituale.

Corsi “Rewild Academy”

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