Filosofia Postumanista Italia

Urbe Angusta. Filosofia, arte e capitalismo: intervista alla pittrice Marta Volonté

Articolo di Giulia Heliaha DI Loreto per il Centro Studi di FIlosofia Postumanista Italia

Tempo di lettura: 5 minuti

La pittrice Marta Volonté è dottoressa in Filosofia e, a partire da un’indagine interiore, si è scoperta denunciare l’urbanizzazione del sistema capitalista attraverso la sua arte. In questa intervista cercheremo di rispondere alle seguenti domande:è possibile fare arte e vivere nella società capitalista? Come può l’arte essere uno strumento di indagine e di decostruzione dei meccanismi del capitale? Come si può coniugare la filosofia con questo tipo di arte?A partire da queste premesse, riportiamo in forma scritta l’intervista fatta alla nostra ospite.

Ciao Heliaha, grazie a te per l’invito e al Centro Studi per la disponibilità. Fin da che io ricordi, ho sempre amato esprimere i miei stati emotivi attraverso l’arte. Ho iniziato il mio percorso scegliendo la via per me più naturale, e cioè il liceo artistico, per apprendere quella parte più teorico-tecnica relativa al disegno. Tuttavia, i miei studi universitari mi hanno portato a specializzarmi in Filosofia, indirizzo che ha contribuito a formarmi anche in quanto pittrice.

L’arte infatti è stata da sempre una modalità personale per esprimere la mia interiorità, il mio sentire e gli stati d’animo che mi accompagnavano nel corso degli anni. La filosofia mi ha fatto scoprire, rappresentando la mia solitudine interiore attraverso gli agglomerati urbani, il ruolo che il capitalismo ha giocato e continua a giocare nel renderci sempre più isolati, passando attraverso un progetto durato ben sette anni, dal 2017 al 2024, intitolatoUrbe Angusta.

Quando ho iniziato questo percorso non avevo un intento a lungo termine e non sapevo quando sarebbe effettivamente finito. Tutto è iniziato da una mia trasferta nella città di Berlino, dove sono rimasta sconvolta dall’assenza di balconi nell’area urbana. Tornata a Milano, dove ancora attualmente abito, ho sentito il bisogno di tradurre il disagio che provavo realizzando le mie prime quattro rappresentazioni di Berlino. Sentivo una grande urgenza di dover decifrare il mio sconforto e metterne in luce le cause.

Certamente! Il soggiorno a Berlino è stato molto importante per me, in quanto mi ha permesso di cogliere alcune sfaccettature del capitalismo, meccanismi che in realtà già avevo intuito relazionandomi con l’urbanizzazione di Milano.

L’assenza di balconi a Berlino è stata per me estremamente ingombrante, l’ho percepita – ossimoricamente – come una presenza soffocante. Questo sconforto mi ha permesso di riflettere filosoficamente sulle motivazioni logistiche che portano la società ad organizzare il proprio contesto abitativo, privando le case di balconi. La mia arte, attraversoUrbe Angusta, ha mantenuto a lungo ilfocussulla città: riproducendo artisticamente l’architettura capitalista, cercavo l’evocazione del silenzio in uno spazio in cui per antonomasia questo ci viene negato.

Nella città il silenzio viene meno, in quanto si trova rimpiazzato dal perenne rumore della folla che l’attraversa, nonché dei rumori delle strade, come automobili, tram, treni e binari, clacson, semafori che emettono suoni a intermittenza e così via. Questi sono tutti elementi che interferiscono con il nomale funzionamento del nostro sistema nervoso, richiedendo uno sforzo costante di adattamento e aumentando le possibilità di stress a cui il nostro corpo deve far fronte. Inoltre,

"La metropoli, essendo una grande città, diventa la proiezione della solitudine dell'individuo."

Nelle mie opere infatti, se ci si fa caso, non compaiono mai persone, anche se è possibile vedere di tanto in tanto qualche luce accesa proveniente dalle finestre degli edifici, che ne suggerisce la presenza. Un elemento chiave di queste mie rappresentazioni consiste nell’alternarsi di luce e buio, di quiete e rumore.

"La società capitalista, incarnata nell'architettura urbana, risulta satura di rumore, luci artificiali, persone che si muovono all'interno di questo spazio in modo caotico. La città è, in altre parole, uno strumento che aliena gli individui: nonostante le metropoli siano gremite di persone, il singolo risulta profondamente solo."
Agosto in città, 40×60 cm, 2020

L’Urbe Angustaè quindi abitata, ma non vi è traccia di coloro che la abitano. Essa è piena di gente, ma queste persone non godono della compagnia reciproca, al contrario sentono uno sconforto esistenziale, che si riflette sulla duplice valenza di silenzio e rumore. La città è rumorosa, ed il rumore implica fastidio, allerta ed è un potenziale segnale di pericolo. Il silenzio evocato nelle opere riflette quindi la profonda desolazione individuale, generata a sua volta dalla desolazione urbana.

I rapporti umani dipendono completamente dai ritmi del capitale: benché la città riunisca al proprio interno, in modo quasi soffocante, le persone, queste repellono, nel profondo, la vicinanza tra i propri simili. Pensiamo, ad esempio, a chi prende la metropolitana di Milano, specialmente all’ora di punta, e a quanto gli individui risultino stipati in scatolette di metallo: il contatto è forzato, non autentico e spontaneo, motivo per cui chi vive in città spesso non apprezza la sua organizzazione.

Come per il silenzio ed il rumore, così anche la luce ha una propria rilevanza simbolica all’interno delle mie opere: la luce della città è quella artificiale, di lampioni e altri dispositivi luminosi, tendenzialmente frutto di logiche securitarie. Anche in questo frangente, il nostro sistema nervoso non è progettato per sostenere qualcosa di così innaturale.

La luce artificiale è presente in modo perenne, e lo vediamo soprattutto di notte. Quando cala il sole, non troviamo – finalmente, diremmo – la speranza di un vero silenzio, a causa dei rumori della città. Similmente, la città, che per definizione risulta essere satura di gente, mostra la presenza umana attraverso la luce artificiale, che si scorge dalle finestre dei palazzi. Tuttavia, non vi sono segni di vita.

Grazie per questa domanda! In realtà sono tornata anche altre volte a Berlino, per cogliere ulteriore ispirazione e portare avanti la mia riflessione critica. Tuttavia, per il progettoUrbe Angustasono stata anche, ad esempio, ad Astana in Kazakistan, così come a Praga in Repubblica Ceca. Devo ammettere che, nonostante ciò che ho provato in questi luoghi derivi da un mio profondo senso di disagio nei confronti della vita all’interno del sistema capitalista, quello che Berlino mi ha suscitato non è stato così intenso in altri contesti.

Questo è sicuramente un aspetto interessante: credo che Berlino sia stata per me la spia per qualcosa di più grande. Per questo motivo infatti, l’elemento principale nelle mie opere riguarda l’oppressione relativa alla vita di città, che si contrappone all’esperienza che ho fatto personalmente della vita rurale.

Da un lato ho cercato di ricevere impressioni esterne, ricreandole anche artificialmente visitando, come dicevo, Astana e Praga, per indagare filosoficamente e artisticamente quello che provavo, così da tradurlo in opere vere e proprie. Dall’altro lato invece ho tentato di mettermi nelle condizioni perché potessi confrontarmi con quel sentimento di desolazione, per evocarlo in me e poi riprodurlo su tela.

Le metropoli, proprio perché sono la manifestazione più lampante del capitalismo, si assomigliano architettonicamente un po’ tutte. Diventa difficile per un osservatore poter cogliere a quale città io mi sia ispirata confrontando le mie opere tra loro. Non è così importante quindi conoscere il riferimento specifico della città, quanto più ciò che la città in sé rappresenta. Tuttavia, sicuramente Berlino ha acceso in me un sentore e mi ha permesso di comprendere meglio quello che provavo e pensavo rispetto all’urbanizzazione capitalistica più in generale.

L’Urbe Angustaè, come affermavo in precedenza, l’emblema della città desolata. Nei miei quadri, essa diventa la proiezione della solitudine di coloro che la abitano, appartenenti ad un contesto alienato. I contatti tra individui non sono equilibrati o naturali, perché i ritmi frenetici del capitale ci sottraggono questa possibilità.

"La città non permette di respirare, perché ha dei ritmi incompatibili con la vita. La campagna invece, dove la natura ha ancora margine per essere presente, per quanto antropizzata, ci tiene ancorati ai nostri bisogni e al nostro naturale ciclo biologico."

Aver avuto la possibilità di conoscere e vivere una realtà non urbanizzata mi ha profondamente formato, prima ancora che io iniziassi il mio percorso filosofico e artistico. A livello personale, ha giocato molto il fatto che io abbia passato le mie estati in campagna, dove c’è ancora sintonia rispetto al ciclo naturale delle stagioni.

Il tempo della campagna non risulta scandito dagli stessi ritmi della città, del lavoro, degli appuntamenti d’ufficio, delle folli corse da un posto ad un altro, delle tempistiche dei mezzi di trasporto. Al contrario, esso è in accordo con la natura, per quanto sia comunque una natura legata al lavoro agricolo, riflesso dell’azione umana, e non un contesto prettamente selvaggio. La campagna tuttavia permette di vivere ancora secondo i propri tempi, la percezione stessa del tempo risulta diluita e le priorità quotidiane sono completamente diverse, legate al raccolto e all’attesa.

Quando ho iniziato l’università, avevo già intrapreso il mio percorso pittorico. Avevo timore, se avessi intrapreso il percorso in accademia, di soffocare per via dei ritmi predisposti. Scegliere filosofia mi ha permesso di assecondare una fascinazione che era presente in me da tempo, che pensavo potesse essere arricchente e vicina ai miei interessi personali, senza rinunciare alla mia vita. In effetti, la filosofia ha accompagnato il mio percorso artistico. La mia produzione artistica è di chiara matrice post-impressionista, che tende all’astrazione: abbandono volutamente le proporzioni e le regole tradizionali per far emergere una visione emotiva più intima.

Se penso allaUrbe Angusta, l’unico occhio osservatore vero e proprio è quello che potremmo trovare nella famosa opera di George Orwell,1984. In questo parallelismo, l’Urbe Angustacorrisponde al mondo, dove la città è divoratrice della natura. Pensiamo a Praga, a Milano, ad Astana, anche a Berlino: non è importante di che città si tratti, quale città io abbia ritratto o da cui abbia preso ispirazione.

"L'Urbe Angusta è il simbolo della città capitalista, che fagocita tutto ciò che la circonda."

Lo vediamo bene con la natura: le aree che chiamiamo “naturali” sono pressoché sparite, si trovano ridotte in modo estremamente drastico ed è una questione che dovrebbe preoccuparci seriamente, perché ci riguarda tutti e concerne ciò che ci viene sottratto in modo permanente. Inoltre, queste zone sono minacciate dalle logiche di mercato e mettono a rischio la sopravvivenza delle specie selvatiche.

Le aree limitrofe rispetto alla città riguardano in realtà la periferia, che è composta da zone rurali e agricole, perciò comunque inevitabilmente antropizzate. Ad ogni modo, l’Urbe Angustasimboleggia non solo la città che fagocita ciò che la circonda, negandole la vita, ma anche le città che si fagocitano tra loro. Questo, riportato su una scala ancora maggiore, ci permette di riflettere ulteriormente:

"L'Urbe Angusta è un mostro che divora il mondo intero, una chimera insaziabile. Essa non mangia, ingurgita in modo bulimico finché, alla fine, non collassa su se stessa, per poi riprendere a fagocitare nuovamente quel che ne rimane, e così all'infinito."

Tornando ora alla tua domanda, quando mi sono trovata a scrivere la mia tesi di laurea, ho deciso di concentrarmi sulla filosofia di George Berkeley. Il suo immaterialismo, in concomitanza con il fermento culturale illuminista del tempo, lo faceva apparire come un folle ai miei occhi. Tuttavia, trovavo estremamente affascinante la sua teoria della percezione e le riflessioni che ne ho tratto hanno inevitabilmente influenzato il mio lavoro al progetto.

Urbe Angustainfatti è frutto dell’alienazione del protagonista, che abita una città deserta. Tale spazio in realtà altro non è che un’allucinazione e, per estensione, incarna l’alienazione dell’uomo che non sopporta di stare con le persone. Berkeley, insomma, ha permesso di dare un contributo finale rispetto alla mia ricerca artistica.

Un altro autore che ha accompagnato la mia indagine pittorica è sicuramente Arthur Schopenhauer, da sempre affascinato dall’Oriente: tutta la sua impalcatura filosofica deve molto alle filosofie orientali, com’è ben noto.Urbe Angustamostra sicuramente il mio rifiuto per l’assetto occidentale, per le dinamiche capitalistiche, e la visione del sogno, dello squarcio del cosiddetto “velo di Maya” ha dei richiami evidenti con il mio nuovo progetto,I sogni dell’ipnagogo, iniziato l’anno scorso.

Per approfondire e rimanere in contatto con Marta Volonté, si vedano:

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