Le riflessioni antispeciste sono più che giustamente costellate di preoccupazioni rispetto al tema dell’antropocentrismo e delle proiezioni umane sulla cosiddetta natura (che sappiamo non esistere, di fatto, ma questa è un’altra storia) e sulle altre soggettività animali.
È chiaro che continuare a ritenercimisura del mondoenormarispetto alla quale giudicare tutte le mancanze altrui non fa che rafforzare l’oppressione specista – ma questo vale facilmente anche per altre oppressioni: continuare a usare il maschile come “neutro” (una contraddizione in termini: il maschile non può essere neutro) per indicare i ruoli professionali anziché declinarli al femminile per chi usa il femminile per sé, perpetua il messaggio secondo cui il massimo dell’ambizione per le persone femminizzate sarebbe provare a essere assimilate al maschio bianco cis-etero borghese, e dunque che essere ingegnere o medico sia rispettabile mentre l’ingegnerao lamedicanon esistano, chelapresidente, se vuol essere presa sul serio, farà meglio a farsi appellareilpresidente, e che il maestro sia autorevole mentre lamaestra sia tutto sommato umile, e ancor peggiore fama ha lamaestrina; continuare a dire che“al cane manca solo la parola” significa mantenere viva l’idea che l’unica forma di comunicazione auspicabile e all’“apice dell’evoluzione” sia quella verbale umana, mediamente istruita, standard non dialettale, del nord del mondo bianco (con implicazioni classiste, abiliste, razziste, xenofobe, colonialiste e non da ultimo, ovviamente, speciste) e che non abbiamo intenzione di cercare di comprendere cosa l’individuo che abbiamo di fronte stia cercando di comunicare secondo le sue caratteristiche di specie e le sue inclinazioni personali, preferendo la proiezione e la negazione dell’alterità.
Tuttavia al momento sembra un fatto – se è lecito utilizzare un assoluto del genere – che i diversi individui e le diverse specie non solo filtrino la realtà secondo la propria prospettiva, ma percepiscano soltanto ciò che, del cosiddetto reale, sono fisiologicamente in grado di rilevare ed elaborare a livello sensoriale e cognitivo. È, questa, lateoria dell’Umwelt, che ci ricorda (semplifichiamo ai fini del discorso) come ogni specie – e a sua volta ogni individuo calato in una sua biografia e in un suo contesto relazionale e corporeo – non percepisca altro che una minima parte di tutti gli stimoli in realtà esistenti, che sarebbe impossibile (oltre che inutile ed energivoro) elaborare in contemporanea.
Le predisposizioni fisiologiche di ogni specie non sono sentenze scolpite nella pietra ma rappresentano delle potenzialità e dei limiti, insomma un campo d’azione entro cui possiamo muoverci, più o meno ampio, più o meno flessibile – ricordiamoci che anche tutte queste congetture e studi scientifici sono continuamente in evoluzione e sottoposte a sguardo critico. LeUmwelten– chiamiamole pure“realtà di specie”– sono senz’altro almeno parzialmente sovrapponibili, e grazie a ciò specie diverse possono interagire, comunicare e comprendersi. È chiaro che il mio naso di umana non sarà mai come quello di un lupo, e anche se l’uso della vista è estremamente soggettivo (ci sono umane che vedono e umane che non vedono, umane che vedono da più lontano, che mettono a fuoco più o meno bene da vicino, che distinguono sfumature di colori che altre non percepiscono, che sanno cogliere più velocemente la differenza fra specie diverse di uccelli in volo, e così via) difficilmente sarò in grado di percepire l’ultravioletto che invece un uccello può vedere. D’altro canto però, il mio essere mammifera coincide con l’essere mammifero del lupo, e questo fa sì che molte nostre esperienze siano simili, soprattutto sul piano emotivo, e non per proiezione antropocentrica.
Il modo in cui poi queste potenzialità di specie si declinino nell’individuo o in una data popolazione, dipende da tantissimi fattori: genetica, leggi dell’apprendimento ed esercizio precoce, predisposizioni individuali, interazioni con il carattere personale e con l’ambiente, relazioni, conoscenze ed esperienze specifiche; e ciò vale anche per le cosiddette opinioni o convinzioni, che sono calate in (e frutto di) una biografia, un contesto storico, uno “spirito del tempo”, un ambiente prossimo, e sono in relazione con traumi, tratti identitari politici etc. Questo è un punto molto importante per il pensiero intersezionale, che sottolinea come ogni prospettiva siasituata.
Seguendo questo ragionamento e rimanendo sulla cruda fisiologia, tutto sommato possiamo dire che in qualche modo anche un pesce èpescecentrico. La fisiologia, la nostra predisposizione personale e del nostro qui-e-ora materiale, ontogenetico ed emotivo, e la nicchia di mondo in cui viviamo (il microcosmo di un insetto, le profondità delle creature abissali, e così via) influenzano per forza di cose la percezione, ma è in questo punto che dobbiamo fare attenzione a non reintrodurre l’eterno dualismonatura vs cultura, per cui noi umane saremmo in grado ditrascenderela nostra natura grazie alla razionalità, per elevarci al di sopra dell’antropocentrismo epistemologico(che riguarda, cioè, il modo in cui osserviamo, classifichiamo, conosciamo il mondo) e dirci che noi, a differenza degli altri animali, possiamo non essere“-centriche”. Rischiamo infatti di tornare a una filosofia umanista, mentre il nostro scopo potrebbe essere quello di riflettere su come le nostre prospettive situate siano in relazione con dei princìpi antispecisti, anti-gerarchici e anti-antropocentrici.
La filosofia postumanista recupera un’idea di “natura umana” non come a. mancante di specificità di specie e quindi paradossalmente totipotente, né come b. portatrice di unicità assoluta, letteralmente avulsa dal resto della “natura” e dagli “animali” coi quali nega continuità o sovrapposizione di metapredicati propri del vivente e dell’animalità. La recupera in quanto unica nel suo generetanto quantoè unica la natura del cardellino, del polpo, dell’ape, dell’iguana e del nematode.
L’essere umano non può essere distaccato dalla cosiddetta natura, anzitutto perché ogni corpo è relazione (per questo l’incontro è possibile solo se leUmweltensono almeno parzialmente sovrapponibili), e in secondo luogo perché una delle caratteristiche di specie diHomo sapiensè proprio l’incredibile capacità mimetica e la permeabilità – non avremmo mai pensato di danzare, recitare, cantare, costruire oggetti volanti, fare della moda un’arte, se non avessimo visto qualcuna di altra specie farlo.
Il punto, forse, non è sapere realmente quanto e cosa sentiamo ed esperiamo in modo simile all’altra (conspecifica o meno), perché antispecismo è anche rispettare l’autodeterminazione altrui senza doverci somigliare, e al contempo esisterà sempre qualcosa di ignoto-non detto-inconoscibile di cui sentiremo il peso quanto più propendiamo a una certa malinconia filosofica ed esistenziale, così come continueranno a esistere degli spazi di condivisione, scambio e sovrapposizione, se non altro di derivazione evoluzionistica.
Sarà il tipo di sguardo a fare la differenza sul nostro antropocentrismo – se cercheremo scuse nella fisiologia o nelle artificiali classificazioni biologiche, o se proprio alla luce della consapevolezza di essere un individuo che percepisce una briciola della realtà esistente, lo sguardo ridimensionerà la percezione di se stesso e dell’individuo che ne è portatore, rispetto allo sguardo colonizzante che invece gioca proprio sulla supposta certezza della propria locazione granitica da cui osserva il resto del vivente (e non) dall’alto verso il basso. Introdurre il dubbio nelle nostre percezioni e opinioni diventa fondamentale non per vuoto relativismo ma come strumento critico di lotta contro le oppressioni che si reggono (anche) sullo sguardo coloniale, gerarchizzante e appropriativo sulla realtà, come se tutto e tutte dovessero sempre essere lette in relazionea noi.1
- Per approfondire: Roberto Marchesini, Feeling like a bat: a critique of Thomas Nagel
https://www.academia.edu/143273582/Feeling_like_a_bat_a_critique_of_Thomas_Nagel↩︎

