Nella storia della cultura, il concetto di “norma” è stato usato per definire ciò che è giusto, ordinato, lecito, auspicabile. Una norma stabilisce ciò che si deve fare, come ci si deve comportare, quali sono i confini della legittimità e della devianza. Ma da dove trae legittimità una norma? La principale risposta offerta dalla filosofia morale, dal diritto, dalla religione e persino dalla scienza è: dalla natura. Fin dall’antichità, infatti, le civiltà umane hanno cercato nella natura modelli normativi che potessero ispirare o giustificare le regole sociali. Tuttavia, come ha sostenuto con rigore e acume Lorraine Daston, storica della scienza e filosofa della conoscenza, questa connessione tra natura e norma non è affatto neutra o “naturale”. Al contrario, è una costruzione culturale di grande potenza. Nei suoi due libriAgainst Nature(2019) eRules: A Short History of What We Live By(2022) Daston mette in discussione le fondamenta stesse dell’idea che la natura possa fungere da autorità normativa e mostra come, in culture ed epoche diverse, si sia fatto ricorso a una presunta naturalità della norma per legittimare assetti di potere che sono, in realtà, storicamente e culturalmente situati.
Nel pensiero di Lorraine Daston, la norma non è semplicemente una consuetudine interiorizzata o un obbligo imposto: è una tecnologia morale, un dispositivo che produce autorità, orienta i comportamenti e organizza la realtà sociale. Una delle sue caratteristiche fondamentali è infatti quella di presentarsi come universale e vincolante, indipendentemente dal contesto, dall’intenzione o dalla situazione particolare:
«Che tali regole riescano effettivamente a raggiungere l’universalità e la precisione a cui i loro ideatori aspirano è una questione furiosamente dibattuta nelle scienze umane […]. La mia posizione è che, anche se storici e antropologi avessero ragione nel sostenere che l’efficacia delle regole che pretendono di trascendere il contesto e l’interpretazione sia un’illusione, si tratta comunque di un’illusione potente e diffusa, che esige spiegazione» (Rules, p. 19).
Questa aspirazione all’universalità è ciò che distingue la regola da altri strumenti normativi, come i consigli, gli esempi o i codici informali. La regola – specialmente nella sua forma moderna – mira a occupare una posizione astratta e impersonale che le conferisce una parvenza di neutralità. Ma proprio questa pretesa di neutralità è uno degli aspetti più problematici della regola come forma di autorità.
Daston ricostruisce storicamente questa pretesa, mostrando come essa sia emersa con forza nel contesto della burocrazia moderna e delle istituzioni statali centralizzate. Qui la regola non è servita tanto a trasmettere un sapere esperienziale, quanto a sostituire il giudizio individuale con un meccanismo impersonale e potenzialmente automatizzabile. Il fine non era l’equità situata, ma la coerenza e la prevedibilità del comportamento collettivo:
«Le regole esplicite non hanno soltanto soppiantato le regole–come–modelli; hanno anche reso sospette le capacità cognitive necessarie per seguire le regole–come–modelli – o quasi ogni regola. Discrezione, giudizio e ragionamento per analogia, tutte facoltà richieste per selezionare quale regola si adatti a ciascun caso e per adattare la regola a una migliore applicazione, rischiano di scivolare nelle oscure regioni abitate dall’intuizione, dall’istinto e dall’ispirazione, tutte opache al vaglio critico» (ivi, p. 274).
Questa trasformazione ha un doppio volto. Da un lato, rende il sistema normativo più inclusivo, permettendo a chi non è esperto di operare all’interno di procedure regolate. Dall’altro lato, però, depotenzia la funzione critica del giudizio, spinge verso una standardizzazione che può risultare cieca alle differenze, alle eccezioni, ai contesti. Il potere della regola deriva dalla sua astrattezza, che è anche il suo punto di vulnerabilità.
L’universalismo della regola è dunque un progetto moderno – e, come ogni progetto, è storicamente situato e politicamente orientato. Daston invita a non accettare acriticamente tale progetto, ma a chiederci quali valori, interessi e forme di vita siano incorporati in ciò che viene presentato come neutro e oggettivo.
Già inAgainst Nature, Daston insiste sulla tendenza a presentare le norme morali o sociali come “naturali”, cioè come derivanti da un ordine ontologico superiore, non negoziabile:
«Per trasformare quell’ “è” in “dovrebbe essere” c’è bisogno di un atto di imposizione – o di proiezione – da parte degli esseri umani. […] Chi opera inferenze simili sta incappando della cosiddetta “fallacia naturalistica”: una sorta di operazione di contrabbando grazie alla quale prima si trasferiscono i valori culturali alla natura, dopodiché ci si appella all’autorità della natura per puntellare quegli stessi valori» (Contro natura, p. 20).
Regole e natura condividerebbero una funzione simbolica: entrambe agiscono come fonti di un’autorità che sembra sottrarsi alla negoziazione, che pretende di essere ciò che semplicemente “è”, non ciò che “potrebbe essere altrimenti”. In tal modo, la norma si presenta come ciò che risolve i conflitti prima ancora che siano formulati: una scorciatoia verso l’obbligazione, senza passare per il dibattito.
Ma Daston non si limita a criticare. La sua proposta – implicita ma insistente – è quella di restituire visibilità alla storicità e contestualità delle regole, mostrando che ogni norma ha un’origine, un contesto d’uso, una traiettoria evolutiva. Questo non la rende meno utile, ma la riporta nel dominio del giudizio e della responsabilità umana, sottraendola all’aura dell’assoluto.
Natura-norma-potere: la posta in gioco politica
L’indagine storica e concettuale condotta da Lorraine Daston sulle norme non è un esercizio teorico fine a sé stesso: essa ha un’evidente rilevanza politica. Le regole – soprattutto quando vengono giustificate facendo appello alla natura – non sono mai neutrali: sono strumenti di potere, che possono tanto regolare la convivenza civile quanto legittimare gerarchie sociali, esclusioni, oppressioni. Comprendere chi definisce le regole, chi le subisce, chi le può violare e con quali conseguenze significa entrare nel cuore della dinamica del potere moderno: «Persino le regole apparentemente più semplici e inequivocabili – regole algoritmiche come il proseguimento di una serie numerica – non possono sfuggire all’interpretazione» (Rules, p. 273).
La necessità di interpretaresemprele regole risalta particolarmente se si guarda alla lunga storia del ricorso alla “natura” come fondamento normativo. Le norme fondate sulla natura non sono state presentate come scelte politiche, ma come conseguenze necessarie di un ordine oggettivo. In questo modo, esse hanno naturalizzato le disuguaglianze, rendendole non solo accettabili, ma inevitabili: dalle giustificazioni aristoteliche della schiavitù alla medicina ottocentesca che codificava la “fragilità naturale” delle donne, fino alle ideologie contemporanee che presentano come “naturale” il mercato, l’individualismo, l’eteronormatività o l’intelligenza misurabile. In tutti questi casi, la natura ha funzionato come autorità silenziosa e indiscutibile.
In realtà, come l’autrice documenta con precisione, l’idea stessa di “natura normativa” è una costruzione culturale selettiva. Ciò che viene estratto dalla natura per trasformarlo in regola è frutto di scelte, filtri, pregiudizi. Non ogni fenomeno naturale diventa norma; si scelgono quelli che confermano l’ordine sociale esistente, e si ignorano quelli che lo contraddicono:
«La natura è disponibile, opulenta nella sua varietà, e ordinata in ogni possibile accezione del termine. Non sorprende troppo quindi che ci si rivolga alla natura per estrarre le raffigurazioni dell’ordine, di qualsiasi ordine. L’impulso umano a conferire significati alla natura è spiegabile grazie a due osservazioni finora fatte a proposito dell’ordine: la normatività ha bisogno di ordine; la natura fornisce esempi di qualsiasi ordine concepibile» (Contro natura, p. 82).
La natura si è trasformata in una retorica del potere, una macchina autoritaria che evitava il confronto democratico e nascondeva il carattere arbitrario delle scelte normative. È la forza politica della “naturalizzazione” – quel processo per cui ciò che è culturalmente prodotto appare invece come originario e universale. Per questa ragione,
«l’ordine naturale, da solo, non può stabilire quali specifiche norme seguire, se non altro perché in natura gli ordini sono tantissimi. In quanto a varietà, la natura ne abbonda quanto la cultura. Di conseguenza, sperare che le norme estrapolate dalla natura siano più coerenti e convincenti di quelle inventate liberamente dall’uomo è un’illusione. In altre parole, pensare di combattere il relativismo con la strategia della naturalizzazione è una guerra persa in partenza» (ibid.).
Ma proprio perché le regole e le norme hanno effetti politici così rilevanti, Daston invita a non rinunciare ad esse. Il suo obiettivo non è abolire le regole, ma renderle visibili nella loro storicità e fallibilità, riportarle entro il campo del giudizio umano. Per farlo, è necessario smontare il dispositivo natura–norma–potere, che troppo spesso ha funzionato da scorciatoia ideologica per chiudere il dibattito.
Ripensare le regole significa ripensare il potere: non come imposizione dall’alto, ma come capacità di creare orizzonti condivisi di senso e di azione. Solo riconoscendo il carattere storicamente situato e politicamente connotato delle regole possiamo renderle oggetto di responsabilità democratica, piuttosto che strumenti di delega o oppressione.
Bibliografia
- Lorraine Daston,Contro natura, Timeo, 2024 (ed. or. Against Nature, MIT Press, 2019).
- Lorraine Daston,Rules: A Short History of What We Live By, Princeton University Press, 2022.

