Alcuni contributi teorici alla filosofia dell’ambiente:Maurice Merleau-Ponty
La fenomenologia della percezione e della corporeità di Maurice Merleau-Ponty offre un linguaggio potente per pensare i rapporti tra vivente e mondo. Fin dallaFenomenologia della percezione(1945), Merleau-Ponty sostiene, contro il riduzionismo naturalista e contro l’idealismo astratto, che il corpo non è semplicemente nello spazio come una cosa, masadov’è, percepisce ˗ esadi percepire ˗ la propria condizione spaziale:
«Al pari di una cosa, mi limiterei allora aesseredove sono: se però so dove sono e vedo me stesso in mezzo alle cose, è perché sono una coscienza, un essere singolo che non risiede in nessun luogo e può rendersi presente ovunque in intenzione. Tutto ciò che esiste esiste come cosa o come coscienza, e non c’è via di mezzo. La cosa è in un luogo, ma la percezione non è in nessun luogo: infatti, se fosse situata, essa non potrebbe faresistere per se stessale altre cose, giacché riposerebbe in sé alla maniera delle cose. La percezione è quindi il pensiero di percepire»[1].
Questo atteggiamento epistemologico sposta l’attenzione dalla concezione di soggetto come spettatore neutrale a quella di soggetto come essere incarnato, che vive e sente in un mondo che lo avvolge.
NeIl visibile e l’invisibileMerleau-Ponty introduce la nozione di carne (chair) per descrivere l’intreccio originario tra corpo e mondo. Qui il filosofo scrive: «Di tutto ciò che io vivo, in quanto lo vivo, io ho presso di me il senso, altrimenti non lo vivrei, e non posso cercare nessuna luce concernente il mondo se non interrogando, esplicitando la mia frequentazione del mondo, comprendendola dall’interno»[2].
Questa concezione incontra la filosofia dell’ambiente nella misura in cui dissolve l’idea di un osservatore esterno che descrive il “dato naturale” da un punto di vista neutrale: ogni sapere ambientale è incarnato, situato, intrecciato con pratiche percettive. L’“ontologia della carne” mette in risalto la reciprocità tra viventi e mondo; vedente e visibile, toccante e toccato, non sono che variazioni di prospettiva all’interno dello stesso campo sensibile:
«Io, il vedente, sono anche visibile; ciò che costituisce il peso, lo spessore, la carne di ogni colore, di ogni suono, di ogni testura tattile, del presente e del mondo, è il fatto che colui che li coglie si sente emergere da essi grazie a una specie di avvolgimento o di raddoppiamento, fondamentalmente omogeneo a essi, il fatto che egli è il sensibile stesso veniente a sé, e che, reciprocamente, il sensibile è ai suoi occhi come il suo duplicato o un’estensione della sua carne. Lo spazio, il tempo delle cose, sono dei lembi di lui stesso, della sua spazializzazione, della sua temporalizzazione, non più una molteplicità di individui distribuiti sincronicamente e diacronicamente, ma un rilievo del simultaneo e del successivo, una polpa spaziale e temporale in cui gli individui si formano per differenziazione»[3].
Merleau-Ponty mostra che la relazione col mondo è sempre un rapporto incarnato e reciproco. Una riflessione possibile, che trae ispirazione dalla filosofia di Merleau-Ponty, è che l’ambiente non è mai solo un oggetto da gestire, ma è sempre anche un’esperienza vissuta, carica di spessore affettivo e corporeo. Un paesaggio quindi non è riducibile alle sue coordinate fisiche o ecologiche, ma è un orizzonte incarnato, che ci costituisce tanto quanto noi lo abitiamo. La Terra non è sfondo ma compresenza, tessitura che ci include.
L’esperienza percettiva è determinante: ciò che percepiamo e come lo percepiamo orientano le nostre possibilità d’azione. La fenomenologia di Merleau-Ponty fornisce il fondamento ontologico di questa intuizione: gli spazi non sono mai neutrali, perché siamo fisicamente e affettivamente parte di loro.
Inoltre Merleau-Ponty fa riferimento alla dimensione storica della percezione, che si sedimenta in abitudini e pratiche. Questo ci suggerisce di pensare l’ambiente come una memoria vivente: i luoghi portano in sé tracce di esperienze passate, che continuano a modellare i nostri rapporti con essi. Le trasformazioni ambientali ˗ urbanizzazioni, deforestazioni, desertificazioni ˗ non cancellano solo risorse materiali, ma modificano il tessuto percettivo con cui ci rapportiamo al mondo.
Una filosofia dell’ambiente che assuma questa lezione si muoverà non nell’astrazione, ma nella concretezza dei corpi e dei luoghi, riconoscendo che prendersi cura dell’ambiente significa anche prendersi cura delle condizioni percettive ed esperienziali che ci legano ad esso.
Conclusione: buoni propositi
La filosofia dell’ambiente offre concetti critici che ci consentono di leggere i rapporti tra i viventi e la Terra. In questo senso, il valore della filosofia dell’ambiente non è tanto offrire un paradigma nuovo o definitivo, quanto formulare e raffinare strumenti di descrizione e di giudizio. La filosofia dell’ambiente può, inoltre, orientare pratiche concrete. Pensiamo ai progetti di restaurazione ecologica: qui la dimensione estetica non è un lusso, ma parte integrante della riuscita. I progetti di restaurazione devono mediare tra funzionalità ecologica e significato culturale; ciò significa che spazi “ben riusciti” non sono quelli che riproducono in modo artificiale un paesaggio originario, ma quelli che rispettano e rendono percepibili i processi ecologici, permettendo così una forma di educazione percettiva.
Un simile approccio può guidare anche la progettazione urbana e territoriale: creare spazi che non occultino i processi ecologici, ma li mostrino; che non anestetizzino la percezione, ma la stimolino; che facciano sentire la coappartenenza dei corpi ai luoghi. In questo senso, l’estetica, contestualizzata all’interno di una filosofia dell’ambiente aggiornata e scientificamente fondata, diventa un dispositivo relazionale e una risorsa ecologica importante.
[1]Maurice Merleau-Ponty,Fenomenologia della percezione, trad. di Andrea Bonomi, Milano, Bompiani, ed. digitale 2017, paragrafoL’«attenzione» e il«giudizio», posizione 1149.
[2]Maurice Merleau-Ponty,Il visibile e l’invisibile, trad. di Andrea Bonomi, Milano, Bompiani, ed. digitale 2014, paragrafoLa fede percettiva e la riflessione, posizione 892.
[3]Ivi, paragrafoInterrogazione e intuizione, posizione 2316.

