“Dov’è Wally?”
si chiedono i lettori dei bizzarri libri di Martin Handford, pieni di illustrazioni che ritraggono una folla di personaggi. Tra loro si cela uno spilungone con la maglia a righe rosse e bianche, gli occhiali ed il cappello.
Se lo segui attraverso le pagine, ricostruisci la storia.
Ma trovarlo non è per niente facile, in mezzo a quella baraonda. Ci perdi la testa.
Wally all’opposto ci sguazza, in questi mucchi di persone e di oggetti.
C’è una sorta di orrore del vuoto nelle tavole in cui compare, che ricordano l’atmosfera soffocante degli arredi di età vittoriana.
Little Nemo, invece, è tutta un’altra storia.
Già il suo nome, che era poi quello del cane di Winsor McCay, il suo geniale disegnatore, ti dice che nella vita reale questo bambino di 5 anni è Nessuno. Non esiste.
I genitori, quando è sveglio, gli parlano solo di regole, di scuola, di catechismo, di bignè e di cipolle crude.
Ma la sua vera vita è altrove.
A Slumberland. Il paese dei sonnellini. Il più fantastico luogo che ci sia nel cielo.
Nemo ci arriva insieme ad un mansueto pony bianco che si chiama Somnus, attraversando le stelle per milioni di chilometri e incontrando personaggi e animali stranissimi e mutanti.
Lo ha convocato Morpheus, il sovrano dei sogni. Gli ha mandato ambasciatori per chiedergli di fare compagnia all’ incantevole Principessina sua figlia.
Le peripezie di Little Nemo si svolgono tutte in questo territorio franco, questa terra di Nessuno dove il sovraffollamento e le imposizioni del mondo reale si dissolvono e ogni volta il protagonista compone le sue avventure come con i segni che si tracciano sulla riva del mare, rinnovando ad ogni tavola le infinite possibilità di riscrittura.
Quanti di noi oggi sentono parlare solo di precetti e di cipolle crude?
Quanto affollata è la baraonda in cui le nostre città ci costringono e in cui fatichiamo a trovarci?
Quanto è lontana la nostra Slumberland e quanti pisolini ci separano dalla vita che vorremmo vivere?
C’è anche per noi un saggio Morpheus che ci manda ambasciatori per guidarci a quello che sogniamo?
Forse no.
Dismaland, il “parco del disorientamento” creato nel 2015 a Somerset dal genio di Banksy, una “attrazione per le famiglie che riconosce la disuguaglianza e la catastrofe imminente”, ha mostrato quali contorsioni nella loro vita sono disposti ad accettare con tranquillità non solo gli adulti ma anche i bambini.
Dovremmo rifletterci.
E dovremmo estendere la riflessione a tutti i viventi.
Dovremmo capire quanto è difficile rincorrere i nostri desideri dopo che ci siamo ridotti a seguire regole e mangiare bignè e pasticcini che ci appesantiscono il sonno.
Dovremmo essere liberi. Come Nemo nei suoi sogni.
E non i tristi e mediocri visitatori di una Terra del Disorientamento.

