Il continente sudamericano subisce dalla sua scoperta/conquista violenza estrattivista da parte del mondo occidentale e, da secoli, alcuni popoli attuano pratiche di resistenza.
L’esempio forse più celebre di popolo nativo che lotta per il riconoscimento del suo territorio ancestrale è quello Mapuche, che vive nel sud del continente, tra il Cile e l’Argentina.
I Mapuche hanno resistito alla colonizzazione spagnola e, dalla nascita degli Stati-nazione cileno e argentino, combattono quotidianamente per il recupero delle loro terre, ricche di risorse e quindi facile preda per il sistema capitalista. Le comunità Mapuche sono consapevoli della ricchezza dei loro territori, con la fondamentale differenza che ciò che il capitalismo neoliberale chiama «risorse», sono chiamate «forze» dai Mapuche, ovvero le sorgenti che abitano il mondo. In questo breve articolo vorrei riportare un episodio particolarmente paradigmatico per capire cosa significa, nel concreto, attuare una resistenza postumana e transpecie al capitalismo globale.
Che cos’è un’alleanza multispecie? In ottica postumana e ecofemminista, l’alleanza multispecie è una pratica costruttiva di relazione con ciò che non è umano, relazione che implica collaborazione e rispetto anziché sfruttamento delle risorse, della Terra e dei suoi abitanti; è una pratica di resistenza a un sistema economico e politico che, come sottolinea più volte Moira Ivana Millán – attivista e scrittrice mapuche – nelle sue interviste[1], è un sistema che sacralizza la proprietà privata e promuove la morte.
Ma, in concreto, come funziona un’alleanza multispecie? Se teoreticamente funziona togliendo Homo sapiens sapiens dal suo piedistallo antropocentrico e ripensando all’evoluzione non come una competizione per la vita, bensì come una cooperazione[2], a livello pratico la lotta multispecie contro il capitalismo trova esempio specialmente nel Sud Globale, dove la neocolonizzazione è evidente. L’appropriazione di risorse del Sud da parte del Nord non danneggia esclusivamente l’ambiente ma anche la vita delle comunità indigene stesse, profondamente legate ai loro territori e a uno stile di vita non pervaso dal consumismo e dall’estrattivismo.
L’esempio con cui concludo questo articolo è un episodio del Sud America, che riguarda in particolare le risorse del fiume Chubut. Il Chubut – che nomina l’intera regione dello stato argentino – nasce sulle Ande argentine, attraversa la zona dei laghi di Bariloche e sfocia nell’Atlantico. È una fonte preziosissima di acqua dolce e casa di milioni di individui. Nel 2022, questo fiume è stato preso d’assalto da Tamim bin Hamad Al Thani, principe del Qatar, che si è appropriato delle sue sorgenti, minacciando di fatto tutte le vite che lo abitano, umane e più-che-umane. L’Emiro del Qatar, come riportato dalla stampa argentina, possiede già moltissimi ettari nella Patagonia e al confine con il Cile; fu, inoltre, incoraggiato dallo stesso ex-presidente dell’Argentina Macri a comprare appezzamenti in Patagonia, terre che sono parte del territorio ancestrale dei Mapuche. L’Indigenous Women and Diversity Movement for Good Living ha denunciato apertamente queste azioni ecocide e terricide (per usare un termine di Millán): «Li riteniamo tutti responsabili, e in particolar modo il principe del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, per le loro azioni distruttive, per essersi appropriato della sorgente di un fiume, per aver introdotto specie animali non autoctone per le loro attività di tortura, per aver invaso il territorio ancestrale dei Mapuche e per aver corrotto funzionari corrotti con il loro capitale distruttivo, oltre ad avere un seguito di persone violente che lavorano per lui».
Fin qui, non c’è nulla di nuovo nella lotta al capitalismo estrattivista. È sempre Moira Millán[3], in un’intervista, a raccontare di un’alleanza: mentre il principe del Qatar tenta di recintare le sorgenti del fiume Chubut, i Mapuche facevano pressione per tenere libera quell’acqua potabile che nutre e alimenta le comunità indigene in quelle terre, terre che hanno riconquistato faticosamente. In contemporanea, una comunità di cervi ha iniziato a danneggiare le recinzioni per poter abbeverarsi. Da una parte i Mapuche, dall’altra i cervi: non è una coincidenza, è lotta transpecie, è lotta postumana, è una lotta di difesa co-condotta insieme agli animali non umani, i quali a loro volta vogliono recuperare il loro territorio. I Mapuche – e in generale queste comunità resistenti – ci dicono che il potere è nella terra, che la terra è saggia, che gli animali non umani possono combattere e che ogni risposta ai problemi attuali si può trovare in un rapporto di reciprocità e convivenza con la Terra, vista non più come un ammasso di risorse capitalizzabili bensì come un insieme di forze da ascoltare e rispettare.
Bibliografia
[1] Le trovate tutte su youtube.
[2] Cfr. Margulis, Lynn e Sagan, Dorion. Microcosmo. Quattro milioni di anni di evoluzione microbica. A. Balzano (a cura di) Milano, Mimesis 2026 (forthcoming).
[3] https://youtu.be/A4UZBIXFC4E?si=G_51KCORvJ6QnFK4