San Francisco – Seattle, 1992
Ci sono dei posti, nel mondo, che sono come dei giganteschi osservatori astronomici su un’idea.
Una lente, non necessariamente grande, dove tutto ciò che si è pensato intorno a qualcosa sembra convergere come l’acqua nel buco di scarico di una vasca da bagno dopo che si è tolto il tappo.
Quando dentro si è stati a mollo per un bel po’.
Non sono necessariamente posti reali. Possono essere luoghi fantastici in cui qualcuno ha viaggiato anche solo per una volta. Visioni. Sogni. Epifanie improvvise.
E ci sono idee che nascono da bagni molto lunghi. Diciamo almeno quanto il mondo intero, dai tempi del brodo primordiale.
Uno di questi posti è l’occhio di Rachel Rosen investito da un sottile fascio di luce bianca proveniente da un apparecchio manovrato da Rick Deckard, il cacciatore di androidi gocciolato da un romanzo di Philip Dick nel film Blade Runner.
Deckard sta somministrando all’affascinante fanciulla il test di Voigt-Kampff, un sofisticato sistema che consente a un’umanità ormai desolata e sparpagliata nelle colonie extra-mondo di individuare gli androidi, simulacri che replicano in tutto e per tutto gli esseri umani.
In tutto e per tutto meno che in una cosa. E questa è l’idea.
Mica liscia. Cartesio, per dire, non ci avrebbe perso la testa.
Perché lui, quest’idea, l’aveva risolta in maniera semplice e l’aveva inchiodata sui due assi di un piano qualsiasi. L’essenza dell’uomo è di essere pensante. Gli animali sono automi: non pensano e non provano emozioni. Qualunque cosa si faccia loro è come farlo ad una macchina.
Ecco che arriva a dire: “l’esempio di molti corpi composti dall’artificio degli uomini mi è molto servito: poiché non riconosco alcuna differenza tra le macchine che fanno gli artigiani e i diversi corpi che la natura compone, se non che gli effetti delle macchine non dipendono che dall’azione di certi tubi o molle o altri strumenti, che, dovendo avere qualche proporzione con le mani di quelli che li fanno, sono sempre sì grandi che le loro figure e movimenti si possono vedere, mentre che i tubi o molle che cagionano gli effetti dei corpi naturali sono ordinariamente troppo piccoli per essere percepiti dai nostri sensi. Ed è certo che tutte le regole delle macchine appartengono alla fisica, in modo che tutte le cose che sono artificiali sono con questo naturali”[1].
Sarebbe, già di per sé, un pensiero aberrante anche per la mente di un solo uomo. Ma, lo sappiamo tutti, l’idea si è cominciata a diffondere. E Cartesio ha dato inizio all’età moderna.
E l’età moderna ha prodotto automi sempre più sofisticati. Fino ad arrivare al Nexus-6. Che è, precisamente, il modello di Rachel Rosen, di fronte a cui si trova seduto il nostro cacciatore di androidi in una fabbrica di replicanti umani di Seattle nel pomeriggio di un giorno come gli altri del 1992.
Le sta facendo delle domande e misura i tempi di reazione.
Le risposte di Rachel tradiscono una mancanza di empatia nei confronti degli animali.
Ella può provare gelosia, irritazione, nervosismo, nostalgia. Può perfino innamorarsi. Ma l’unica cosa che la distingue da un autentico umano è quella. Non è capace di immedesimarsi nella sofferenza provata da un animale.
In un mondo in cui gli uomini hanno portato ad estinzione tutte le altre specie viventi, in cui non c’è un filo d’erba ma solo palta di un uniforme colore grigio che ricopre ogni cosa, in cui le relazioni tra le persone sono l’effetto di impulsi elettrici autoguidati, chi è sopravvissuto sogna di possedere animali autentici ma deve accontentarsi di pecore elettriche.
Consideriamo adesso un altro piccolissimo pezzetto di mondo. Potremmo sceglierne tanti, perché in verità oggi non siamo poi tanto lontani dalla realtà immaginata da Philip Dick negli anni ’60.
Ma fermiamoci qui. Giusto per rendere facile il paragone. Puntiamo il nostro fascio di luce nell’occhio di chi sta mangiando un’aragosta o maltrattando un cane o anche uccidendo un ragno nella vasca da bagno.
Io dico che non ci sarebbero dubbi. È un replicante.
Deckard lo ritirerebbe. Che è un eufemismo per dire che lo sopprimerebbe.
E nemmeno Cartesio in persona riuscirebbe a salvarlo.
[1] R. Descartes, I principi della filosofia, in “Opere filosofiche”, vol. III, Laterza, Roma-Bari 1986, p. 361.