Filosofia Postumanista Italia

Musica, cervello e legame sociale: verso una biotecnologia esosomatica dell’umano

Da decenni neuroscienze ed estetica tentano di spiegare perché la musica abbia un potere emotivo così profondo sull’essere umano. Molte teorie la fanno originare dalla struttura del cervello, dall’elaborazione sensoriale o dall’esperienza estetica individuale. Eppure queste spiegazioni lasciano fuori qualcosa di essenziale: la capacità della musica di unire gli esseri umani, sincronizzando emozioni e comportamenti in modi che il linguaggio ordinario non riesce a raggiungere.

Il neuroscienziato Walter J. Freeman propone una lettura radicalmente diversa. Secondo i suoi studi, il cervello umano non riceve il mondo esterno come un’informazione oggettiva, ma costruisce attivamente significati attraverso dinamiche caotiche, non lineari, che trasformano ogni percezione in un’esperienza unica e irripetibile. Questo porta a una conseguenza sorprendente: man mano che apprendiamo, i nostri cervelli diventano sempre più diversi. Ognuno vive in un mondo significato da sé. Freeman chiama questa condizione solipsismo epistemologico: non il delirio per cui “esisto solo io”, ma la constatazione biologica che ciascun cervello non può accedere direttamente al contenuto dellaltro.

E allora come facciamo a capirci? Come superiamo questa distanza?

La risposta, per Freeman, sta in un’evoluzione profonda: gli esseri umani hanno sviluppato strumenti biologici e culturali per costruire fiducia e coesione sociale, superando quindi l’isolamento implicito della loro condizione percettiva. Tra questi strumenti, uno dei più potenti è proprio la musica, sempre intrecciata con il movimento ritmico, la danza, e – in epoche più recenti – il linguaggio.

Musica e danza come tecnologie del legame

Le ricerche in neurobiologia mostrano che la musica non coinvolge solo l’udito, ma anche i sistemi motori e somatosensoriali: quando ascoltiamo una ritmica, il corpo “risponde”, preparandosi al movimento. Ritmo e ripetizione creano una forma di sincronizzazione interpersonale che può trasformare profondamente lo stato emotivo.

Freeman collega questa capacità a un meccanismo biologico evolutosi per la cura parentale negli animali con cuccioli indifesi (come l’umano): la liberazione del neuropeptide ossitocina, lo stesso coinvolto nell’orgasmo, nel parto e nella relazione madre-bambino. L’ossitocina dissolve temporaneamente connessioni neurali precedenti, rendendo il cervello più plastico e predisposto a creare nuovi legami di fiducia.

La musica e la danza – specie quando ripetitive, intense e collettive – possono indurre stati simili: trance, abbandono, senso di unità. Antropologi e etnopsichiatri hanno documentato innumerevoli rituali in cui intere comunità danzano fino allo sfinimento, passando attraverso stati di coscienza alterati che “ricodificano” l’identità del singolo dentro il gruppo. È, secondo Freeman, una vera e propria biotecnologia ancestrale per formare coesione.

Carlo Sini: il linguaggio come strumento esosomatico

Carlo Sini, filosofo e professore emerito di Filosofia teoretica, elabora un modello di pensiero che, a mio avviso, presenta una notevole coerenza teorica con l’impianto concettuale sviluppato da Freeman.

Sini afferma che il linguaggio non è dentro la mente come un contenuto, ma è un dispositivo esosomatico: uno strumento esterno, materiale, che l’umanità ha inventato per trasformare il proprio ambiente e se stessa. “Esosomatico” significa fuori dal corpo: penne, libri, libri contabili, mappe, sistemi di segni, fino ai linguaggi digitali. Il linguaggio, per Sini, è una tecnica: un insieme di gesti, pratiche, abitudini corporee e simboliche che costruiscono il mondo condiviso. È, dunque, una tecnologia dellumano, non un semplice mezzo di comunicazione.

La sua tesi può essere estesa alla musica seguendo l’intuizione di Freeman: la musica è unaltra forma di linguaggio esosomatico, forse più antica della parola, capace di aggirare il solipsismo percettivo e creare sincronizzazione tra individui.

Come il linguaggio verbale, la musica non trasferisce informazioni: genera contesti condivisi, disposizioni, forme di vita. È un atto, un fare: un modo di costruire il noi.

Dalla biologia alla filosofia: musica come biotecnologia della formazione di gruppo”

Una sintesi tra Sini e Freeman porta a una conclusione affascinante:
musica, danza e linguaggio sono strumenti tecnologici nel senso ampio e antropologico del termine che lumanità usa per produrre gruppi, comunità, società.

Sono tecnologie bioculturali perché:

  1. Agiscono su strutture corporee: sistemi sensoriali, motori, emozionali, neuroendocrini.
  2. Sono estesissime nel tempo e nello spazio: rituali, partiture, registrazioni, scrittura, codici.
  3. Modellano identità e comportamenti: un coro che canta all’unisono o una folla che balla si comportano come un super-organismo coordinato.
  4. Costruiscono fiducia: generano un senso di apertura verso l’altro, dissolvendo temporaneamente i confini del sé.

La musica, dunque, non è solo un fenomeno estetico né un processo neurale isolato. È un dispositivo di sincronizzazione, una tecnologia esosomatica di gruppo, nata per permettere a esseri biologicamente solipsistici di condividere mondi.

Se la parola crea concetti, narrazioni, regole, la musica crea presenze, intenzioni condivise, emozioni collettive. È la forma di linguaggio che più di tutte permette di “sentire insieme”, prima ancora di “capire insieme”.

Perché oggi è ancora attuale

In un mondo ipertecnologico, la musica conserva la sua funzione originaria:

  • un concerto crea comunità istantanea;
  • le folle di festival si muovono come un unico corpo;
  • cori ed ensemble sperimentano una forma avanzata di cooperazione;
  • persino la musica registrata modula emozioni, ricordi e identità collettive.

Freeman e Sini, da prospettive diverse, mostrano che lumano si costruisce attraverso strumenti, e che questi strumenti – linguaggio, musica, danza – non sono opzionali, ma necessari per superare la nostra condizione di isolamento biologico.

La musica, allora, non è un lusso: è un modo di essere insieme. È la nostra più antica tecnologia di fiducia. Una biotecnologia, letteralmente, della formazione del gruppo umano.

Dalla teoria alla pratica: la musica come evento di sincronizzazione sociale

In un mondo ipertecnologico, la musica continua a svolgere la sua funzione originaria di legame sociale. Lo si è visto chiaramente con la reunion degli Oasis dopo 16 anni: un singolo annuncio è bastato a generare un’ondata globale di entusiasmo, capace di unire generazioni diverse. Chi li aveva vissuti negli anni ’90, chi li ha scoperti dopo, chi li ha ascoltati grazie ai genitori: tutti si sono ritrovati parte di un’unica comunità emotiva. Ai concerti, migliaia di persone sconosciute cantano all’unisono, muovendosi come un’unica presenza collettiva: gioia, passione, nostalgia e amicizia diventano un corpo solo. Questo è esattamente ciò di cui parlano Freeman e Sini: la musica come tecnologia esosomatica di coesione, un dispositivo capace di sincronizzare emozioni e identità al di là del tempo e delle differenze generazionali.

Freeman, Walter J., A neurobiological role of music in social bonding, in Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), 2000

Sini, Carlo, Il simbolico e l’immaginario, Laterza, Roma-Bari, 2004

Sini, Carlo, La scrittura e la voce, Einaudi, Torino, 1989

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