Articolo di: Roberto Marchesini
Il desiderio viene spesso interpretato attraverso il principio della carenza e di conseguenza come mosso da una mancanza, che può riguardare il bisogno effettivo del soggetto, quindi impellente e necessitato, oppure qualcosa semplicemente ambita, in quanto desiderabile in sé, difficile da raggiungere o espressione del languore immaginifico, oppure la necessità di un riconoscimento e quindi di un’alterità che si ponga nei confronti del desiderante in modo referenziale. Non è mia intenzione in questa sede porre sotto critica l’esplicazione basata sulla carenza, ma mostrare come sia possibile interpretare il desiderio non più come una distanza da qualcosa di anelato, bensì come espressione esuberante del soggetto che si manifesta in forma predicativa. Se in una esplicazione basata sulla carenza i fili del desiderio sono sempre tenuti da un’entità esterna – l’oggetto desiderato o l’Altro cui si chiede riconoscimento – e la direzione del desiderare è necessariamente centripeta, cioè dal mondo all’individuo, in una esplicazione predicativa è il soggetto che si esprime attraverso il desiderio e il suo movimento è sempre centrifugo. In una concezione carenziale il desiderio tende – ancorché mai vi riesce – a una compensazione-stabilità, mentre in una concezione predicativa il desiderio, essendo esuberativo, è portato al non-equilibrio e al decentramento del soggetto, per cui non è che non riesce a compensare, non cerca proprio compensazione.
Il desiderio viene normalmente spiegato attraverso tre modelli principali: i) quello attribuibile al bisogno di qualcosa, che potremmo definire modello compensativo, nel senso di considerare il desiderio come l’atto di colmare una lacuna nel soggetto, non necessariamente un bisogno fisico; ii) quello immaginativo, più correlato all’etimologia della parola, che nel concetto di mancanza di stelle indica una proiezione del soggetto verso qualcosa, che pertanto potremmo definire modello teleologico; iii) quello basato sul riconoscimento sociale o comunque sulla necessità di essere riconosciuti in quanto soggetti unici, un desiderio aperto e inappagabile perché sempre negoziato, vale a dire più riconducibile all’essere desiderati, e che potremmo definire modello referenziale. Sebbene questi tre modelli possano cogliere ciascuna in parte una dimensione del desiderare, vorrei aggiungere un nuovo modello che vede il desiderio come un carattere predicativo del soggetto, vale a dire non il frutto di una mancanza, come si evince pur nelle differenze nei tre modelli precedenti, ma l’espressione di un’esuberanza che qualifica il soggetto: modello predicativo.
Secondo questo modello il desiderio sarebbe una qualità inerente dell’individuo, un carattere che lo qualifica – in questo senso è predicativo del soggetto – e nello stesso tempo che si svolge attraverso l’espressione dell’individuo, la sua agency nel mondo. Il modello predicativo ci mostra il desiderio attraverso tre caratteristiche di base: 1) è mosso da una tensione intrinseca, cioè da una energia interna di natura espressiva e non appropriativa, cioè non dalla voglia di raggiungere il possesso di qualcosa (un oggetto o un risultato) ma dall’impellenza di essere; 2) si presenta e si sviluppa attraverso dei predicati verbali (per esempio: il raccogliere, l’esplorare, l’accudire) per cui parliamo di atti-in-potenza definibili come a-priori proiettivi e propositivi, propensioni dell’identità specie specifica, in quanto a-posteriori filogenetici, che si presentano non come una forza generica ma come coordinate specifiche nell’essere umano 3) è copulativo, cioè si rivolge al mondo per assumere una forma, uscendo dalla sua condizione implicita di vaghezza e indefinizione proposizionale, declinando l’atto-in-potenza in un’azione. In questo senso, differenziamo il desiderante, cioè la condizione predicativa, dal desiderare, la forma espressiva che assume nell’esperienza, completandosi di caratteri modali (cosa desiderare, come e quando farlo).
La concezione predicativa del desiderare pone il soggetto desiderante al centro del suo desiderare, togliendolo da quella condizione oscura o di sospensione esplicativa che viceversa troviamo in quei modelli che imputano a un fattore eziologico esterno – per esempio: l’oggetto, il risultato o il riconoscimento – il movente del desiderare. Anche ammettendo una soggettività nell’atto finale del desiderio, la scelta del desiderandum, questa non spiega il perché soggettivo del desiderare ma solo verso cosa si rivolge il soggetto che desidera. Così facendo si ritiene il desiderio come atto compensativo che inevitabilmente ricade sotto il profilo della mancanza-di-qualcosa e del bisogno di colmare una lacuna con qualcosa, persino nelle condizioni in cui il desiderio sia semplicemente circostanziale. Riportare il soggetto al centro dell’esplicazione del desiderare non significa renderlo autoreferenziale in questa sua tensione desiderante, ma considerare il rivolgersi verso il mondo non come un bisogno di compensazione, bensì come impellenza espressiva: in una parola, esuberanza. È questa tensione espressiva che accende l’interesse del soggetto verso il mondo ovvero che rende quest’ultimo desiderabile perché coerente e disponibile agli interessi del soggetto.
Nel modello predicativo il bambino raccoglie le conchiglie sulla riva del mare non perché le conchiglie in sé siano desiderabili in assoluto, ma perché la sua propensione a raccogliere le rende desiderabili, quindi le conchiglie non sono causa-movente di desiderio, bensì sono la conseguenza della specifica coordinata predicativa dell’essere umano: la tendenza a raccogliere. Nessuno, peraltro, si sognerebbe di affermare che il bambino è mancante di conchiglie né che il suo raccoglierle sia necessariamente vincolato a ricevere conferme dal mondo esterno. Se accettiamo che raccogliere sia in sé – cioè al di fuori del cosa-raccogliere o del risultato raggiunto – un’espressione desiderio, solo allora possiamo comprendere perché questa attività emerga in modo spontaneo, sia in qualche modo disgiunta dal risultato che si ottiene e possa essere per il bambino un buon passatempo. Dobbiamo, perciò, ammettere che il raccogliere è predicativo del soggetto, è cioè già sufficiente per soddisfare il bisogno espressivo del bambino.
Sbaglieremmo, tuttavia, a dare una connotazione pulsionale alla motivazione intrinseca del raccogliere – per rimanere sullo stesso predicato – perché non si tratta di un’energia da scaricare, bensì di un dispositivo esperienziale. Ammettere un valore predicativo, e quindi espressivo, al desiderare significa che in questo atto il soggetto realizza la sua esperienza formativa di rapporto con la realtà esterna. Il raccogliere, in pratica, diventa un modo attraverso cui il bambino impara a conoscere il mondo e a formarsi un’immagine di sé. Dobbiamo, pertanto, considerare il desiderante come un a-priori che non va considerato fine a se stesso, ma come una risorsa che, nel medesimo tempo, precede e consente la dimensione empirica del soggetto. Il desiderante, nelle sue diverse sfaccettature predicative – il raccogliere piuttosto che il rincorrere – sostiene il desiderio, come bisogno espressivo, ma parimenti sviluppala dimensione empirica del soggetto. Nel rapporto tra il soggetto desiderante e il mondo si realizza come conseguenza: i) la connotazione del desiderabile, vale a dire il campo d’interesse del soggetto verso il mondo, i suoi orientamenti espressivi verso la realtà esterna; ii) il processo d’individuazione, la consapevolezza della propria identità desiderante e quindi il carattere orientativo e proattivo che lo andrà a connotare.
Superare il principio della carenza
È evidente che nel modello predicativo il desiderio non è mosso da una carenza, ma da una esuberanza, l’impellenza e l’energia espressiva dell’individuo, che nel desiderare si apre al mondo come un germoglio verso la luce del sole. Del resto, non avrebbe senso indicare il desiderio come una forza vitale e poi spiegarlo come una mancanza, fosse anche il bisogno referenziale di un riconoscimento. Nel modello predicativo parliamo di tre qualità fondamentali del desiderio: 1) è implicativo, in quanto presuppone, cioè implica, una presenza che precede e sostiene l’atto stesso del desiderare, la condizione predicativa del soggetto; 2) è esplicativo, in quanto si sviluppa aprendosi al mondo, ovvero si esplica in una proiezione verso l’esterno che ne dà una forma, che è sempre emergente dall’atto copulativo; 3) è complicativo, in quanto crea un legame forte, cioè coinvolgente, tra soggetto e mondo, tale da creare un nesso esperienziale per cui il desiderato occasionale o predisposizionale viene introiettato dal soggetto attraverso la dimensione empirica, che sempre produce una somatizzazione del desiderato.
Il modello predicativo a differenza degli altri modelli pone il soggetto al centro del suo desiderare, richiamando un movente interno che ha primariamente una natura espressiva. Considerando il soggetto come motore del desiderio cambia la prospettiva esplicativa: non è il mondo a suscitare il desiderio del soggetto, ma è la condizione desiderante del soggetto a rendere il mondo desiderabile. In questo senso, la direzione del desiderare segue una linea di apertura verso il mondo, una vera e propria centrifugazione. Al contrario, la spiegazione basata sulla carenza necessariamente prevede un’appropriazione, vale a dire un movimento centripeto – dal mondo al soggetto – che dovrebbe apportare una compensazione, pur non riuscendovi se non in modo parziale o temporaneo. Il desiderio, infatti, già etimologicamente, nel de-sidera, fa riferimento a una distanza incolmabile, in modo simile alla nostalgia, in cui la sofferenza causata dalla lontananza da casa, diviene languore di ritorno. Ma se consideriamo il desiderio non come un bisogno compensativo, bensì come una tensione espressiva – potremmo anche dire espansiva nel mondo – è evidente che il desiderio non può produrre una stabilità, una centratura del soggetto su se stesso. Il desiderio è una messa in discussione di ogni forma di baricentro, produce sempre un decentramento, è proiettivo e quindi estatico, vertiginoso, disequilibrante. Il desiderare non produce una compensazione e una stabilità, ma l’emergenza di nuovi bisogni, dati dal legame che si viene a creare con l’alterità.
Se l’azione conseguente al desiderio fosse in qualche modo un atto compensativo, pur nella parzialità del risultato raggiunto, dovrebbe diminuire la sensazione di scompenso, quando in realtà sappiamo che avviene esattamente il contrario. Nel modello predicativo del desiderio questa sensazione di dipendenza dal desiderato è facilmente spiegabile come conseguenza del desiderare stesso. Possiamo dire che il soggetto che ha desiderato ha intessuto un legame complicante, per cui il suo Essere non è più autonomo ma richiede la presenza dell’alterità per ritrovarsi e per riconoscersi. Non è l’oggetto a causare la tensione desiderante, ma è il soggetto che desidera – tensionale in sé in quanto il desiderare è un suo predicativo – a creare come conseguenza una dipendenza dall’oggetto del desiderio. Ne è un esempio l’innamoramento che è sempre manifestazione di una tensione desiderante propria del soggetto, il quale proietta sull’altro il proprio anelito copulativo, peraltro senza conoscere le caratteristiche del partner, giacché l’innamoramento è sempre agnostico. Tuttavia, nel momento in cui l’esuberanza del soggetto si proietta sull’altro si viene a creare un legame che produce di conseguenza una dipendenza, come se il soggetto non riuscisse più a ritrovarsi e a riconoscersi prescindendo dalla presenza dell’altro.
Anche la visione di teleologia estrinseca del desiderio, quella che ci fa confondere la spinta desiderante con il voler raggiungere uno scopo e che scambia la tensione motivante con il proposito, tendendo a razionalizzare il desiderare e togliendogli la sua natura affettiva, è a tutti gli effetti una distorsione. Anche in questo caso la coscienza cerca di giustificare l’azione, dandole una connotazione che sia quanto meno ragionevole: raccolgo questo o quello perché ho il proposito di fare questo o quello. Ma anche in questo caso invertiamo il processo esplicativo. L’emergenza di uno scopo è frutto di una teleologia intrinseca – una finalità senza scopi – in cui l’evento rappresentazionale (l’emergenza di uno scopo)è la conseguenza del desiderante e non la causa di questo: prima viene il desiderante e solo dopo il proposito rappresentato. Per fare un esempio, un bambino e un gattino posti sullo stesso prato avranno propensioni differenti, l’uno sarà portato a raccogliere fiori, l’altro a rincorrere farfalle. I fiori e le farfalle diventano propositi in quanto l’umano è fortemente propenso al predicato verbale del raccogliere, mentre il gatto a quello del rincorrere. Non nego che a un certo punto del processo di costruzione del desiderio non vengano anche richiamate rappresentazioni del desiderare, anche sulla base di ricordi, di abitudini, di attribuzioni di valore o di significato, ciò che rigetto è che queste rappresentazioni del desiderare, che poi convergono nel desiderato, siano i primi moventi del desiderare e non un prodotto successivo.
Il desiderante come predicativo del soggetto, elemento trascendentale in quanto precede e parimenti consente l’esperienza, può essere considerato la linfa grezza del processo del desiderare, ciò che si pone come elemento primario dell’evoluzione del desiderio. Il desiderio, così pensato, non è altro che l’atto finale di un processo che vede il coinvolgimento di più fattori e che si svolge a più fasi di costituzione, che potremmo schematizzare come segue: i) dapprima abbiamo la tensione desiderante, che potremmo definire il potenziale di esubero del soggetto, la sua tendenza a proiettarsi nel mondo; ii) a questo segue l’attivazione di una o più coordinate motivazionali, presenti nel soggetto perché afferenti all’identità di specie, dove la scelta di induzione motivazionale specifica dipende dalla prevalenza di quella motivazione nell’individuo oppure dalla specifica coerenza con la situazione in cui si trova; iii) nella fase successiva il predicato verbale si organizza in una struttura proposizionale – definendo un oggetto verso cui e dei contenuti modali – sulla base di fattori soggettivi, come abitudini, ricordi, attribuzioni di valore oppure in riferimento all’agibilità del contesto, cioè quello che si può fare in quella particolare situazione o circostanza. Solo allora il desiderio assume una connotazione di scopo, cioè diviene un proposito. Ma poiché la tensione desiderante precede il proposito è evidente che il pieno appagamento non sarà mai affidato al risultato ottenuto, cioè ai contenuti del proposito, bensì alla possibilità del soggetto di esprimere in pienezza il proprio empito di apertura al mondo, giacché solo in quello troverà soddisfazione.
Il desiderante come a-posteriori filogenetico
Mettere il fuoco non più sull’oggetto del desiderio bensì sul soggetto del desiderio, evitando di cadere nel trito modello dell’incompletezza che continua a caratterizzare l’impostazione umanistica dell’analisi antropologica, significa riscoprire l’essere umano nella sua caratterizzazione di specie, come entità plasmata anche sotto il profilo espressivo da una certa traiettoria filogenetica. Si tratta pertanto di uscire dall’idea che l’essere umano sia un’entità priva di qualità etologiche proprie, la stessa che considera il profilo dell’umano come una dimensione totipotente e prometeica che costruisce la sua condizione dal nulla. Ritroviamo questa impostazione anche nella spiegazione del desiderio. In coerenza con tale paradigma si considera il desiderare come qualcosa che l’individuo costruisce ex-nihilo, in una sorta di totale libertà immaginativa, attraverso la propria fantasia e il proprio ingegno – un desiderare esclusivamente prometeico – oppure indotto dal contesto sociale, culturale o addirittura ambientale. Se accettiamo che il raccogliere rappresenti una delle espressioni più frequenti del desiderante umano – che si declina nel collezionismo, in moltissime attività lavorative, in passatempi e persino nello shopping, talvolta raggiungendo forme di compulsione – deduciamo che tale tendenza non sia avulsa dalle caratteristiche della nostra specie, che ha puntato tutta la sua strategia di foraggiamento proprio in questa attività.
Anche la propensione alla cura, celebrata da poeti e da filosofi nella parola-concetto epimelesi, non emerge dal nulla ma discende da una particolare dimensione parentale della nostra specie, incentivata dall’immaturità neonatale del cucciolo d’uomo. La motivazione epimeletica è una caratteristica presente nei mammiferi che, tuttavia, in alcune specie, come l’essere umano e il lupo, raggiunge vette peculiari. Questo si spiega andando ad analizzare l’ecologia comportamentale adattativa di queste due specie. Nell’essere umano è evidente che se lo sviluppo del neurocranio durante il processo di ominizzazione ha incentivato la precocità neonatale, per ragioni di passaggio nel canale del parto, per cui i nostri cuccioli si presentano particolarmente inetti alla nascita – per esempio se confrontati con quelli dello scimpanzé o del bonobo – questo ha richiesto in modo controlaterale una maggiore capacità parentale da parte del genitore. Oggi ci troviamo, così, di fronte a un umano assai propenso all’epimelesi, al punto di provare tenerezza anche verso cuccioli di altre specie e portato a mettere in atto comportamenti di cura anche verso piante o macchine. Questa esuberanza epimeletica doveva essere già presente nel Paleolitico, a partire da decine di migliaia di anni fa, quando sono iniziati i processi di domesticazione di altre specie. Il fatto che la domesticazione sia iniziata con un’adozione parentale di un cucciolo è, peraltro, testimoniata dal comportamento di maternage – allattamento al seno di cuccioli di altre specie – che rinveniamo nella maggior parte delle culture tradizionali, come Boscimani, Aborigeni, Inuit.
Al di fuori di una valutazione etologica del desiderio, basata sulle caratteristiche specie specifiche dell’essere umano – quelle disposizioni che si presentano come a-priori dell’individuo ma che, di fatto, sono degli a-posteriori filogenetici, come sottolineato da Konrad Lorenz – il soggetto desiderante rimarrebbe un’entità totalmente oscura. Nell’ambito delle espressioni desideranti dobbiamo parlare di motivazioni intrinseche, cioè inerenti e non indotte dall’esterno, intese come caratteristiche innate che si presentano in termini di tendenze a mettere in atto certi comportamenti verso entità esterne. Lo studio delle motivazioni umane è molto importante per comprendere come si estrinseca la tensione desiderante, che assume la forma verbale attraverso un atto copulativo che si completa di contenuti modali nel rapporto con il mondo. La presenza di una motivazione è condizione necessaria perché si presenti un certo comportamento, per cui se una specie manca della motivazione predatoria sarà impossibile attraverso il movimento suscitare in lei il comportamento del rincorrere e del ghermire. Il movimento, pertanto, non produce in sé il rincorrere, ma lo elicita – ossia lo richiama e lo evoca – solo se questa motivazione è presente. Dagli studi etologici si è visto che la presenza di una certa motivazione non solo è necessaria per produrre il comportamento a lei riferita, ma talvolta è addirittura sufficiente, per cui non è raro che un individuo metta in atto un certo comportamento in assenza dello stimolo evocativo.
Torniamo, alle domande che ci siamo posti in partenza. Perché desideriamo? Cosa ci spinge a impegnarci in certe azioni? Superare la concezione compensativa significa mettere in discussione alcuni presupposti antropologici che ancora campeggiano nella nostra cultura, come la teoria dell’incompletezza umana, la concezione esclusivamente prometeica del nostro lignaggio, la visione antropocentrica dell’essere umano come non-animale, l’idea vitruviana dell’umano come universale o l’idea pichiana dell’assenza di rango, il mito della dimenticanza di Epimeteo. Questa concezione entra anche nel nostro modo di spiegare il desiderio: i) disgiungendolo da ogni propensione naturale; ii) trasformando l’essere umano in un’entità totalmente libera e autopoietica nel desiderare; iii) evitando attraverso epicicli e tautologie di confrontarsi con la soggettività del desiderare, preferendo un’esplicazione estrinseca; iv) preferendo la spiegazione basata sulla rappresentazione, ossia sul proposito, piuttosto che sull’affettività. Tutto il fuoco è sullo scopo, sul risultato, in una parola sull’oggetto del desiderio che per quanto possa sempre risultare oscura può contare sull’impegno di cercare di metterlo a fuoco. Il soggetto desiderante è attivo perché portatore di predicati verbali ben precisi che ritornano puntualmente nel desiderare.
Ma, allora, perché, se gli oggetti del desiderio possono essere i più disparati, i predicati verbali del desiderare possono essere accorpati in un insieme ben preciso e finito? La ricerca sulle motivazioni umane può aiutarci a capire non solo perché desideriamo, ma anche perché lo facciamo avvalendoci puntualmente di verbalità che si ripresentano, come: raccogliere, accudire, collaborare, competere e via dicendo. Per contro, vorrei subito sgombrare il campo dall’equivoco dell’istintività che ci porterebbe a pensare in modo deterministico il desiderio. Il desiderante, espresso attraverso le varie motivazioni, non definisce un comportamento finito, ma solo una coordinata espressiva, per l’appunto un predicato verbale, che per trasformarsi in azione ha bisogno di completarsi attraverso dei contenuti. In altre parole, se è vero che l’essere umano è portato a raccogliere, è altrettanto innegabile che poi ciascuno esprime questa tendenza verso oggetti e in modi diversi ed estremamente personali o circostanziali. L’a-priori è ciò che consente l’esperienza, è l’elemento copulativo (che si rivolge all’esterno) e intenzionale (che si riferisce a un contenuto).
Spesso si crede che svuotando l’essere umano di contenuti naturali si amplifichino le sue possibilità in termini immaginativi, culturali, personali, vale a dire che tra i due termini vi sia una proporzionalità inversa. Ma si tratta di un errore, perché sono proprio i contenuti a-priori che si pongono come volani di esperienza e materiali d’esperienza, giacché la dimensione empirica del soggetto non si svolge come l’atto di riempire una vacuità bensì di declinare delle tendenze. Se spogliamo il soggetto dei suoi a-priori desideranti non ci resta che cercare all’esterno la spiegazione del desiderare – nell’oggetto che dovrebbe essere desiderabile in sé, nel senso di mancanza che ci porterebbe a un bisogno compensativo, nella necessità di ricevere delle conferme da un’alterità – ma così facendo svuoteremmo l’individuo di soggettività desiderante, gettandolo in una totale oscurità.