Nell’album Furèsta della cantautrice partenopea La Niña, gli elementi “naturali”1 e le non umane sono protagoniste praticamente in tutti i pezzi. Non solo raccontate, ma anche ascoltate. A partire dal titolo dell’album: furèsta, spiega, significa selvaggia, non addomesticabile2.
La musica della Niña è molto organica e materiale, ma anche piena di simbolismi, miti, influenze mediterranee, lingue diverse e linguaggi vari. A partire dalla lingua napoletana, che è innanzitutto strumento musicale, prima ancora che parola3, estremamente figurativa e concreta ma anche veicolo di riflessioni e rabbia politica.
A chiudere Furèsta sono quindi il battito d’ali e le voci registrate di due gazze, che fanno compagnia alla Niña quando scende in giardino a cantare, cui ha dedicato l’ultima canzone intitolata Pica pica (nome scientifico della gazza, ma anche espressione napoletana che indica l’intestardirsi nel fare qualcosa):
Doje aucielle so’ venute stammatina
Mentre je cantava comm’ e lloro
So venute a me cerca’ pe’ fa’ ammuina
E pe jì ‘a arrubba’ l’argiento e l’oro
E so’ venute doce doce e chianu chiano
E me vonne fa vula’ pe’ jì luntano
Ma je nun teng’ piume, teng’ sulo ‘e mmane
Ma je nun teng’ piume, teng’ sulo ‘e mmane
E bell’e bbuon ‘o sole se fa janche
Comme ‘na luna senza notte
Mmiez’ ‘o vient’ sento ‘na ninna nanna
Ca’ ‘stu core m’ha fatto arrepusa’
Pica pica pì
Nun te preoccupa’
Pica pica pì
Tiene voglia ‘e fa’
Ogge nun è l’urdemo juorno
Ca t’he ‘a sceta’
E si pure fosse tu pienz’ a canta’
Ogge nun è l’urdemo juorno
Ca t’he ‘a sceta’
E si pure fosse tu pienz’ a canta’
Nell’ascoltare questo pezzo, messo in chiusura per lenire un po’ l’animo dopo l’intensa energia delle altre canzoni, ho pensato al ruolo delle due gazze – che sono lì come individui con una loro personalità che ormai La Niña avrà imparato a conoscere quando le incontra, ma anche come simboli di qualcos’altro4.
Non è una novità nella poesia rivolgersi a qualcun’altra – umana, non umana, ma anche non animale o non vivente – quando abbiamo bisogno di un’interlocutrice, che però non sempre può o vuole rispondere – e non sempre, in effetti, vogliamo che lo faccia.
Abbiamo spesso bisogno di risposte, abbiamo bisogno di cercare qualcosa di noi nel mondo, di riconoscerci, di vederci e sentirci viste. Ma questa tendenza, come sempre, ci parla molto più di noi (e delle nostre aspettative, desideri, paure, bisogni) che degli altri animali o del resto del mondo. Quando La Niña rassicura le gazze e dice loro: Non ti preoccupare, oggi non è il tuo ultimo giorno, e se anche fosse tu pensa a cantare, rassicura se stessa e noialtre umane, che probabilmente ci curiamo della caducità delle cose molto più delle gazze – anche se in effetti non potremo mai sapere cosa sentono e a cosa pensano, dato che tecnicamente ci è impossibile sapere con certezza anche quello che le altre umane sentono e pensano, anche quando ce lo comunicano verbalmente.
Ho pensato innanzitutto alla pulsione mimetica dell’essere umano: le gazze vanno a visitare La Niña quando lei è fuori a cantare come loro. La nostra specie si è ibridata tantissimo con molte altre: innanzitutto si è coevoluta con i cani; ha appreso dagli uccelli non solo come volare, ma anche il fatto stesso di poter volare; forse è dai suoni naturali che abbiamo pensato di produrre musica noi stesse; e chiunque abbia almeno una volta sentito un uccello cantare o visto certe specie durante il corteggiamento, può pensare che le umane abbiano probabilmente appreso, sempre da loro, il canto e la danza, e chissà cos’altro. La tendenza mimetica fa parte del nostro etogramma.
Ho pensato poi a tutte le poesie dedicate alla luna, regina delle interlocutrici, prima fra tutte (nel mio Olimpo letterario) il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia di Giacomo Leopardi. Alla luna è rivolta tutta una serie di domande esistenziali di cui sicuramente, a suo dire, conosce risposta, fino a parlare con la greggia, che (“credo”, dice: ecco il primo dubbio che non ci sia una cesura così netta fra noi e gli altri animali) non è consumata dal tedio e dal vuoto di senso che pesa sull’umanità. Ci vogliamo illudere che ci sia qualcuna che ci possa capire, assomigliare, accompagnare in quella solitudine profonda e inevitabile e in quel senso di vuoto angosciante che sentiamo.
La luna di certo non risponde, non nei termini in cui ci aspetteremmo una risposta alle nostre domande esistenziali e ai nostri dolori, che ci piace pensare tutti umani ma che contemporaneamente proiettiamo verso l’esterno chiedendone sollievo alla luna, alla greggia, sperando che qualcuna ci dica che sì, siamo speciali e solo noi esperiamo certe sofferenze, in quanto dotate di consapevolezze e qualità intellettive superiori, ma che al contempo non siamo sole, e non siamo solo l’ultima delle creature ignorate dalla Natura. La natura di Leopardi, filosoficamente, non è che un insieme di leggi meccanicistiche senza intenzionalità, noncurante delle sue creature, ma poeticamente è rappresentata come matrigna, quasi una divinità malvagia. E se anche ogni tanto emerge qualche sospetto che “gli antichi”, grazie alla vita attiva e all’ingenuità fanciullesca e lontani dal finto progresso della “ragione” che disillude, fossero meno soggetti al tedio dei “moderni”; e che le altre specie riescano ad essere più liete, o almeno risparmiate dal “fastidio” che “ingombra la mente” dell’essere umano non appena prova a fermarsi; la conclusione a cui arriva il recanatese è che “la vita è male” a ogni animale ed essere vivente5.
Nell’Elogio degli uccelli, Amelio (alter ego del poeta) sostiene che gli uccelli siano “le più liete creature del mondo”: il canto, il volo e quindi il loro posizionamento prospettico sopraelevato e leggero, il movimento incessante che risparmia loro la noia, tutto sembra rimandare alla loro supposta letizia. E infatti Amelio conclude così le sue riflessioni: “similmente io vorrei, per un poco di tempo, essere convertito in uccello, per provare quella contentezza e letizia della loro vita”. Queste sono proiezioni, certo, ma chi non ha mai invidiato il volo degli uccelli, apparentemente così libero? In effetti anche in Pica pica le gazze sembrano invitare La Niña al volo, che però lamenta il suo non avere le ali. Come il pastore del Canto notturno, che dirà: “Forse s’avess’io l’ale / da volar su le nubi, / e noverar le stelle ad una ad una, / […] più felice sarei, dolce mia greggia, / più felice sarei, candida luna”.
Leopardi, che di certo non era un antispecista per come lo intendiamo noi ma che ha provato a dare un suo contributo un po’ meno antropocentrico allo spirito del suo tempo6, ci lascia un testamento letterario che culmina con un’apostrofe al fiore che dà nome alla poesia, la ginestra. In quest’ultimo componimento partenopeo (chiudiamo un cerchio, in qualche modo), l’essere umano e la formica si equivalgono nel destino, entrambi indifferenti alla natura (“non ha natura al seme / dell’uom più stima o cura / che alla formica”). E la ginestra lo sa, conosce la crudeltà della vita e rimane “contenta dei deserti”, “più saggia, ma tanto / meno inferma dell’uom, quanto le frali / tue stirpi non credesti / o dal fato o da te fatte immortali” – insomma, nessuna ha un ruolo privilegiato nel mondo.
Tutto è politica, anche la poesia è politica – e questo non lo possiamo ignorare. E certamente è giusto (e politicamente motivato) vedere l’altro (animale) per com’è, più che per una nostra proiezione, ed essere guastafeste in senso anti-antropocentrico anche nei confronti della poesia. Quello che però possiamo chiederci, per non sacrificare necessariamente la poesia ma discernendo l’atto creativo dalla rigidità dell’implicazione filosofica, è quanto sia sostenibile la lente umana – purché non sia una scusa per continuare a ergerci a unici narratori del mondo. Possiamo chiederci se sia davvero possibile eliminare totalmente qualsiasi forma di interpretazione dell’alterità quando ne parliamo da osservatrici, e fino a che livello sia tollerabile il nostro esercizio di interpretazione senza che questo diventi motivo di svuotamento dell’altra e di oppressione. È chiaro che l’osservazione e lo studio (chiamiamolo pure scientifico) non equivalgono a prescrizione e normatività. Dobbiamo imparare a fare i conti con l’altra, con l’impossibilità di controllo totale (e meno male!) anche rispetto alla conoscenza, con l’imprevedibilità, ma senza farla coincidere con l’assunzione di casualità del comportamento non umano (dove casualità significa assenza di agency e intenzionalità, con un ritorno alla prevalenza del cosiddetto istinto).
In tutto ciò, non possiamo più tollerare il paradosso per cui le non umane non hanno niente a che vedere con noi fin tanto che le trasformiamo in carne e produttrici di secrezioni da consumare, per poi accorgerci delle somiglianze quando ce ne dobbiamo servire per la vivisezione.
Spirito critico e strumenti politici ci permettono non di smantellare le potenzialità della poesia, ma di leggerla con rinnovato apprezzamento. Significa mantenere il bello del vedere nell’altro animale anche un simbolo politico, un’immagine filosofica, un interlocutore per i nostri dolori – a patto che ciò non si traduca nell’annullare l’altra con le nostre proiezioni. Esistono nelle culture umane dei dispositivi comunicativi, artistici, creativi, che ci servono non per presumere di aver conosciuto l’altra attraverso le nostre proiezioni, ma per cercarci nell’altra (animale umano e non, soggetto animato e non). L’altra ci rimanda delle parti di noi o ci tira fuori delle cose che non potremmo conoscere senza la relazione. Finché sappiamo vedere l’altro animale per com’è (per quanto possibile), possiamo poi viaggiare con l’immaginazione fin dove vogliamo – o almeno fino alle colonne d’Ercole dell’antropocentrismo.
In fondo siamo corpi politici e contemporaneamente siamo atto creativo – noi come le altre specie: Konrad Lorenz diceva che vivere, per un animale, umano o non umano che sia, è apprendere, mentre Roberto Marchesini sostiene che animalità equivalga a utilizzo creativo delle proprie dotazioni cognitive, ricerca di qualcosa nel mondo non per colmare una mancanza, ma per esprimere un’eccedenza di vitalità – quella che Leopardi vede negli uccelli, che più di tutti gli sembrano godersi la vita.
Raccontiamo storie per provare a rendere la nostra vita più sopportabile e per organizzare le nostre conoscenze ed esperienze7, cerchiamo collegamenti fra le cose, significati nascosti, usiamo per i nostri scopi intimi e personali le nostre dotazioni e conoscenze, e ogni animale fa tutte o alcune di queste cose in modo libero e creativo, secondo le caratteristiche di specie e individuali.
Certo che le implicazioni morali e politiche dell’animare un oggetto o la luna e di proiettare su un animale non umano non sono proprio le stesse. Ma se ci pensiamo, vengono comunque dalla nostra recidiva pulsione a una sorta di pareidolia filosofica, per cui cerchiamo sempre qualcosa di noto (spesso noi stesse o le risposte ai nostri tribolamenti) in tutte/tutto ciò che vediamo. E allora se sappiamo distinguere quel che c’è di nostro in quelle proiezioni, magari possiamo provare a continuare a fare poesia senza che diventi un esercizio di antropocentrismo.
- Le virgolette per ricordare che non c’è un naturale vs un umano-culturale ↩︎
- Da https://www.youtube.com/watch?v=i9yu2U7b3Gs ↩︎
- Da https://www.youtube.com/watch?v=uLn4-USBKy0 ↩︎
- “L’ho scritta per salvarmi da tutte le riflessioni intense dell’album. È dedicata alle due gazze che mi vengono a trovare in giardino ogni volta che inizio a cantare. Una cosa da brividi, mi viene da pensare che siano degli antenati. […] Io ho immaginato che, alla fine di questo sogno a occhi aperti in cui rifletto sulla morte, gli uccelli vengano a rincuorarmi. È un esorcismo finale per combattere la fragilità umana nei confronti della finitezza. Spero che trasmetta quel medesimo senso di libertà e la stessa speranza che dona a me.”
Da https://archive.is/2025.03.21-142529/https://billboard.it/interviste/la-nina-furesta-intervista/2025/03/20181676/#selection-1205.523-1219.39 ↩︎ - È la conclusione del Canto notturno, ma anche il messaggio del Dialogo della Natura e di un Islandese ↩︎
- Ma anche rispetto a molte teste della nostra epoca: basti pensare a ciò che scriveva su Crisippo nel Dialogo di un Folletto e di uno Gnomo, contestando un tipo di pensiero colonizzatore rispetto al mondo e a chi lo abita, che ancora oggi è molto diffuso in Occidente: “Folletto – Ma i porci, secondo Crisippo, erano pezzi di carne apparecchiati dalla natura a posta per le cucine e le dispense degli uomini, e, acciocché non imputridissero, conditi colle anime in vece di sale. Gnomo – Io credo in contrario che se Crisippo avesse avuto nel cervello un poco di sale in vece dell’anima, non avrebbe immaginato uno sproposito simile.” ↩︎
- Anche nelle canzoni della Niña sono presenti molti miti, come in Salomè e Manalonga, che portano altrove l’immaginazione ma che raccontano anche parti di sé (ogni persona socializzata donna molto probabilmente conosce la rabbia di Salomè, e sa che ad essere realmente cattiva non è Manalonga, la strega di Benevento che trascina con sé chi passi vicino al pozzo in cui vive, ma chi nel pozzo ce l’ha gettata) ↩︎