Nel saggio “Superfluo e sazietà nella nostra società” Erich Fromm (1900-1980), psicologo, psicoanalista e filosofo tedesco, scrive:
«in che cosa l’uomo si distingue dall’animale? (…) la coscienza di sé. Anche l’animale, certo, ha una coscienza, ha consapevolezza degli oggetti, sa che una certa cosa non è un’altra. Ma l’uomo viene al mondo con un’altra, nuova consapevolezza di sé: sa di essere, e di essere diverso, scisso dalla natura, separato anche dagli altri uomini. Sperimenta sé stesso; ha coscienza di pensare e di sentire, cosa che- stando almeno a quanto ne sappiamo- non ha analogia nel regno animale. E’ questo lo specifico, ciò che fa dell’uomo appunto l’uomo.»1
Il saggio è una trascrizione di una lettura radiofonica tenuta dal filosofo stesso nel 1983: è quindi vero che quel «a quanto ne sappiamo» vada contestualizzato, riconoscendo che da allora le nostre conoscenze circa percezione, coscienza, abilità e facoltà mentali degli animali non umani si sono ampliate.
Ma intravedo in questo passaggio almeno due punti critici che mi hanno fatto riflettere molto e sui quali vorrei soffermarmi in questo breve articolo. Ci tengo a precisare che non intendo criticare la persona di Fromm o il suo testo o le sue idee filosofiche, ma solo riportare le mie riflessioni su un modo di pensare animale ed essere umano che le sue parole mi sembrano sottintendere.
Ecco i due punti critici:
- il primo me lo hanno suggerito le riflessioni del filosofo Jacques Derrida (1930-2004) contenute, in particolare, nel testo “L’animale che dunque sono”2: come si può contrapporre l’uomo all’animale, dal momento che i due termini non coprono estensioni paragonabili? Da un lato, infatti, abbiamo una specie, dall’altro un regno cui la specie prima citata fa parte, oltrettutto. Il regno animale comprende una vastità sconcertante di specie differenti, ognuna con proprie forme, abilità, caratteristiche, mondi “tipici” e propri. Dubito fortemente, come appunto già faceva Derrida, che si possa effettivamente trovare una ed una sola caratteristica in grado di separare nettamente la sola specie umana dall’insieme di tutte le altre appartenenti allo stesso regno.
- il secondo punto critico è più generale e ha a che fare con il ragionamento espresso nel passaggio riportato e con i concetti cui fa riferimento. Tralascio, per ora, l’immensa questione del cosa intendere e come definire “la coscienza”, ma vorrei soffermarmi sulle parole utilizzate da Fromm quando individua quella che crede essere la proprietà più tipica dell’uomo: «Sa di essere…Sperimenta sé stesso…ha coscienza di pensare e di sentire». A prescindere dalle conoscenze scientifiche che possediamo rispetto alle abilità degli animali non umani, mi sembra assurdo che un filosofo non riconosca che qui c’è un problema, che il discorso non fila: le parole di Fromm fanno riferimento non tanto a proprietà o abilità facilmente osservabili e attestabili dall’esterno (come potrebbero essere la postura eretta piuttosto che il linguaggio articolato o la produzione culturale), ma ad esperienze interne, ossia a percezioni personali legate ai propri moti interiori, sensazioni, emozioni. Queste vengono utilizzate dal filosofo per tracciare una differenza tra due elementi, ma attenzione ad un particolare: colui che sta facendo questa operazione è uno dei due estremi dell’opposizione. Tra i due elementi uno non è “uno qualsiasi”, ma un insieme di cui chi parla fa parte. Fromm è un essere umano e come tale parla, pensa e attesta le sue esperienze interne che poi, come ogni altro essere umano, proietta su e ritiene siano sperimentate da tutti i suoi conspecifici. Il passaggio del testo in questione mi si materializza nella mente come una scenetta in cui un essere umano fa riferimento ad un proprio vissuto, un proprio percepito, per dire “io e la mia specie abbiamo questa percezione” per poi aggiungere “e gli altri esseri viventi no”. Ma la domanda che mi sorge spontanea è: come puoi dirlo? Ma che ne sai di cosa provano gli altri animali? E secondo me è importante sottolineare che questo dubbio non sorge a fronte di nuove evidenze scientifiche riguardo la psiche degli altri esseri viventi, ma rimane su un piano strettamente speculativo, concettuale e logico. Il fatto, per come la vedo io, è che non possiamo proprio parlare per gli altri quando facciamo riferimento a percezioni interne. Certo, con gli altri uomini lo facciamo, estendiamo i nostri vissuti anche a loro perché sono nostri simili, ci riconosciamo e rivediamo in loro e, inoltre, comunichiamo: con le parole ci esprimiamo e capiamo reciprocamente, abbiamo la possibilità di raccontarci cosa proviamo. Ma con gli animali non umani? Come possiamo essere sicuri di escludere l’eventualità che abbiamo esperienze interne?
In un altro saggio contenuto nella stessa raccolta, Fromm scrive che «non essendo l’uomo una cosa che possa essere descritta in un certo senso dall’esterno, lo si può definire solo a partire dall’esperienza personale del suo essere. Sicché, la domanda: ‘Chi è l’uomo?’ porta subito all’altra: ‘Chi sono io?’»3. E mi verrebbe da dire: “caro Fromm, è certo che non puoi definire l’uomo dall’esterno, sei un uomo! Da questa tua condizione non puoi proprio uscire! Siamo umani, l’unica esperienza che potremmo mai fare della nostra stessa specie è dall’interno!”. Questo implica anche che nell’opposizione essere umano-animali non potremmo mai assumere lo sguardo di uno spettatore terzo, non potremmo mai sollevarci dall’opposizione stessa e guardare ad essa in modo oggettivo, neutrale, da un punto di vista ‘aereo’. Siamo umani, uno dei due termini del contrasto che stiamo investigando e al quale possiamo guardare solo dal nostro stesso punto di vista.
Ah, dimenticavo…in un certo senso siamo anche parte dell’altro estremo dell’opposizione uomo-animale.
- Erich Fromm, “Superfluo e sazietà nella nostra società”, in E. Fromm “La ricerca di essere”, Mondadori, Milano, 2022, pp. 7-44, p. 22. ↩︎
- Jacques Derrida, “L’animale che dunque sono”, Rusconi, Santarcangelo di Romagna (RN), 2020. ↩︎
- Erich Fromm, “ Chi è l’uomo”, in E. Fromm “La ricerca di essere”, Mondadori, Milano, 2022, pp.145-153, p. 146. ↩︎