Cimarròn è una parola che si usa per definire gli animali, come il cane o il maiale, che da domestici ridiventano selvatici.
Ma la prima attestazione di questo termine è in un documento del 1531, dove è riferita agli schiavi indios ribelli in fuga dalle piantagioni delle colonie spagnole d’America.
Con il tempo ha indicato gruppi di animali non addomesticabili, varianti spontanee di specie vegetali coltivate, come il grano selvatico, correnti e movimenti artistici che pur mantenendo un legame con il passato dichiarano l’intento di liberarsi da schemi preconfezionati. Cimarròn è anche il mate bevuto amaro, non addomesticato dallo zucchero.
Abbandono, fuga, evasione, partenza, allontanamento, diserzione…
Quanti possono essere i motivi improvvisi per cui si decide, o si è forzati, a lasciarsi tutto alle spalle?
Pochi attimi, di disperazione o di euforia, in cui si ha la possibilità di portarsi dietro poche cose, non sempre le più importanti. A volte le prime che si trovano sotto mano o davanti agli occhi.
Il caso che decide la nuova geografia dei luoghi che troveremo e ridisegna attraverso il caos quelli da cui ci allontaniamo, lasciando tracce non sempre veritiere di quello che siamo stati.
Una vita educata e addomesticata che migra fino a riappropriarsi dei suoi caratteri originari e selvaggi, fino a rifondare le regole di territori e comunità.
Una nostalgia di quello che siamo stati senza averlo mai sperimentato.
Spesso i luoghi abbandonati dall’uomo sono per la natura le uniche oasi urbane in cui può trovare campo espressivo la biodiversità. Gilles Clement, nel Manifesto del terzo paesaggio, ha affermato la necessità di nobilitare gli spazi residuali, rendendoli visibili all’uomo e facendo accettare il presupposto che questi spazi hanno un loro codice che può rimanere indecifrabile.
L’origine di questi luoghi è molteplice: possono essere stati terreni agricoli, industriali, urbani, turistici.
Sono ecosistemi sottratti al controllo dell’uomo, che permettono il mantenimento di una diversità.
Non hanno scala.
Il Terzo Paesaggio può essere una foresta, un lichene, un’aiuola abbandonata, una corteccia, una nuvola.
Possono essere i cani gialli, quelli marginali e di confine, sfuggiti all’accalappiamento, degli allevatori prima, e dei purificatori di strade poi.
Gli strumenti di osservazione vanno dal satellite al microscopio.
La non azione è elevata a forma di rispetto dei tempi e dei modi di crescita di questa grande riserva genetica del pianeta, in una concezione ecologica e non patrimoniale.
La non organizzazione è elevata a principio vitale, grazie al quale ogni organizzazione si lascia attraversare dai lampi della vita.
I margini diventano un territorio di ricerca, l’imprecisione e la profondità il modo per rappresentarli.
Il giardino planetario ridiscute il pensiero cartesiano e ripensa la posizione dell’uomo all’interno del paesaggio.
È possibile per noi oggi rinunciare al controllo, non appropriarci di tutto quello che abbiamo intorno, liberarci dalla necessità di significato?
Gli animali e le piante che vivono con noi sulla terra hanno un milione di storie da raccontarci.
Gli obliqui segnali che lasciano al loro passaggio, se li intendiamo, ci permettono di sottrarre il nostro mondo all’uniformità cui lo costringiamo e noi stessi a un irrequieto senso di incompletezza.