Filosofia Postumanista Italia

Antonella Anedda, Le piante di Darwin e i topi di Leopardi, Interlinea, 2022. Recensione a cura di Massimiliano Marcucci

Articolo di: Massimiliano Marcucci

Un volume di piccolo formato ma di grande interesse, quello di Antonella Anedda, poetessa e saggista, frutto della ricerca di vent’anni, ricco di riferimenti scientifici e letterari, che mette in connessione Erasmus Darwin, un medico inglese, mondano e appassionato divulgatore scientifico, con un intellettuale italiano dalla cultura sterminata, Giacomo Leopardi e Charles Darwin, nipote di Erasmus, geniale e riservato naturalista inglese.

Un triangolo fecondo di idee rivoluzionarie, che parte dalla scoperta nella biblioteca di Leopardi del volume di Erasmus Darwin, Gli amori delle piante[1], bestseller dell’epoca, una descrizione in forma poetica della riproduzione delle piante, adombrando idee proto-evoluzioniste.

E’ possibile anche, seguendo uno spunto della studiosa Anna Clara Bova, che il grande poeta italiano fosse al corrente anche di un altro libro di Erasmus, Zoonomia[2], un trattato scientifico ancor più “audace e pre-evoluzionista”[3] dell’altro e addirittura (secondo Anedda citando Gaspare Polizzi, acuto conoscitore del Leopardi ‘scientifico’) dell’ultimo libro di Erasmus The Temple of Nature or The Origin of Society[4], ove si sostiene, tra l’altro, che la vita sia nata nell’acqua, mutando da forme più semplici a quelle più complesse[5].

Analogie non solo stilistiche ma anche di contenuto vengono ritrovate da Anedda tra gli scritti di Erasmus e quelle di Leopardi, viste le comuni letture del grande naturalista francese Buffon[6] e dei materialisti classici (almeno Lucrezio per Erasmus[7], anche Epicuro e Teofrasto[8] per l’italiano) e il loro sostanziale ateismo (entrambi gli autori finirono all’Indice[9]).

Se Charles doveva, per sua stessa ammissione, debiti profondi al nonno per la sua teoria dell’evoluzione, Anedda definisce felicemente Leopardi e Charles Darwin “compagni segreti”.

A Leopardi, avido lettore della biblioteca del padre Monaldo (i celeberrimi “studi matti e disperatissimi”), in cui si trovavano gli studi scientifici più avanzati dell’epoca[10], non a caso fu proposta una cattedra di scienze naturali presso l’Università di Parma dall’amico medico Tommasini (proprio l’allievo di Rasori, il traduttore di Erasmus!), progetto che poi sfumò.

Ovviamente Leopardi non conobbe l’opera di Charles: la prima edizione dell’Origine delle Specie fu stampata solo nel 1859 e nel 1837, anno della morte del poeta-filosofo[11] italiano, Charles era da poco sbarcato dal brigantino inglese Beagle, dopo il giro intorno al mondo, dal Sud America all’Australia, passando soprattutto dalle isole Galapagos e aver raccolto dati interessanti sulle flora e sulla fauna di quei paesi.

Se è vero che nell’opera dell’inglese non troviamo mai riferimenti a Leopardi, ancora poco noto nel mondo anglosassone[12],  certamente l’italiano sarebbe stato entusiasta degli scritti di Charles[13].

La radicale critica dell’antropocentrismo e del suo corollario, il finalismo, trova uniti i tre autori[14]. Tutta l’opera di Leopardi[15] fu una costante ricerca verso l’abbattimento di quei muri che trova nella celebre operetta morale Dialogo della Natura e di un Islandese uno degli esempi più illuminanti: “Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra?”, così la Natura personificata si rivolge ad un islandese aggiungendo, indifferente alle sorti della specie umana: “E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei”.

Questi temi comuni li troviamo anche nei due Darwin; vari passi di Erasmus, ben evidenziati da Anedda, sono intrisi di questa comune lotta mentre la teoria dell’evoluzione darwiniana, con ben altra forza, dette il colpo di grazia (nonostante le resistenze dell’epoca e di quelle purtroppo attuali) ad una visione dell’uomo, anzi dell’animale umano, al centro del mondo vivente ed elemento finale della creazione; se la specie umana, come tutte le altre forme di vita sulla terra, è sorta per un meccanismo evolutivo dovuto a variazioni casuali e selezione naturale, non si sarebbe potuta arrogare il diritto di essere domina del mondo e ciò avrebbe avuto sicuramente il plauso di Leopardi[16].

Il ciclo infinito leopardiano di nascita e morte[17] con tutto il carico di sofferenza degli animali e delle piante, esposto in un mirabile passo dello Zibaldone[18], viene efficacemente allineato da Anedda con un brano de L’origine delle specie, in cui Darwin evidenzia l’asperità della vita sulla Terra introducendo il concetto di “lotta per l’esistenza”[19].

Interessanti in questa prospettiva, ben evidenziate dalla saggista, le considerazioni sugli animali (non umani) dei tre autori, che spiegano anche il titolo del libro.

“Un elemento importante nella ‘triangulation’ Leopardi, Erasmus, Charles è rappresentata dagli animali. Soprattutto i più ‘bassi’: la formica e il verme per Erasmus (e per Charles che chiude la sua vita dedicandosi proprio all’oscuro lavoro dei lombrichi), i topi per Leopardi, sono infatti presenze costanti da opporre alla pretesa perfezione degli umani” (p. 144).

La presenza degli animali negli scritti di Leopardi è notevole: topi, rane, cani, gatti, galli, uccelli, fanno da spunto per riflessioni sulla natura, sull’uomo, sull’esistenza[20]; la “traccia animale”[21] appare anche qui precocemente nella letteratura del poeta e rimane presenza costante[22], non ci sono differenze di genere tra animali (non umani) e uomini, “la natura dell’animo umano come quella del corpo è la stessa che quella dell’animo dei bruti” (Zib. 1762), diversi solo per differente “assuefazione”[23], termine che può essere assimilato alla darwiniana “adattabilità”[24].

Gli fa eco Erasmus, nel The Temple of Nature,“Piegati Orgoglio egoista / Considera i tuoi consimili, / tua sorella Formica / tuo fratello Verme”, oltre ai tanti esempi di intelligenza animale non umana presenti nei suoi scritti.

La continuità del mondo animale non poteva che legare le specie l’una all’altra; per Charles, come emerge già nel 1837 nei Taccuini (Notebooks), “se lasciamo il campo libero alle congetture allora gli animali, nostri confratelli in dolore, malattia, sofferenza e fame, nostri schiavi nei lavori più pesanti, compagni dei nostri divertimenti, possono condividere con noi l’origine di un comune antenato, possiamo essere tutti legati gli uni agli altri”.

L’uccisione di una lucciola diventa per Leopardi un’occasione per riflettere sulla crudeltà umana (così nei Ricordi d’infanzia e di adolescenza); in molti altri passaggi il poeta riflette sui casi di maltrattamento tanto che la voce “Compassione per gli animali” è una delle voci dell’indice dello Zibaldone redatto dallo stesso Leopardi[25].

“La compassione, in particolare verso gli animali, è per tutti e tre una garanzia etica, il sentimento su cui fondare una solidarietà terrena, laica, responsabile”, commenta Anedda (p.144).

Proprio la compassione, il patire insieme di umani e animali non umani, potrà rendere possibile “la grande alleanza degli esseri intelligenti contro alla natura, e contro alle cose non intelligenti” (Zib. 4280), l’ultimo grande messaggio inviato dal poeta nel canto della Ginestra.

Qui non è neppure un animale, come nei Paralipomeni, o uno gnomo, come nelle Operette morali, a suggerire l’unica via d’uscita ad un’umanità arrogante e violenta (“l’uom d’eternità s’arroga il vanto”), ma è un umile fiore, un vivente posto scioccamente in basso nella scala gerarchica dagli autonominati Sapiens, il “fiore del deserto” che Leopardi vedeva dalla sua finestra a Torre del Greco crescere alle pendici del Vesuvio (“lo sterminator Vesevo”), una pianta definita naturalisticamente ‘pioniera’ perché stabilizzante dei luoghi franosi, resistente, adattabile a qualsiasi terreno: la ginestra non implora pietà alla natura (“codardamente supplicando innanzi”) ma neppure crede di superarla (“non eretto con forsennato orgoglio”), è “più saggia, ma tanto meno inferma dell’uom, quanto le frali tue stirpi non credesti o dal fato o da te fatte immortali”, quando non crede che la storia della sua specie sia immortale.

Citata anche da Erasmus “S’orna genista d’olezzanti fiori” oppure “dolce sboccia la Ginestra all’ombra del mirto“, che ricordano il leopardiano “di dolcissimo odor mandi il profumo”, l’equivalente per Charles sono i vermi[26]: “Leopardi vede nella ginestra quello che il vecchio Charles Darwin vedrà nei lombrichi: un esempio di resistenza e di lentezza, di flessibilità e di tenacia” (p. 261).

Incisiva la chiusa del saggio: “Alla domanda di Darwin su come vivere prendendo atto della violenza della natura, della nostra solitudine e della nostra irrimediabile provvisorietà, io credo che Leopardi risponda in anticipo scrivendo La ginestra nel 1837. Non è una risposta consolatoria, ma implica l’accettazione di un destino. Anche per Leopardi come per Darwin e Freud proprio dalla consapevolezza della nostra caducità può venire una forma di risposta: non consolatoria ma coraggiosa, non sentimentale ma solidale. La ginestra, tenace, duttile, pioniera: capace di arginare la rovina, è in grado di adattarsi al terreno e di accontentarsi della pioggia. Quello che ci insegna è non sfuggire l’idea della morte fingendo di essere immortali” (p. 275).

[1]    Tradotto da Giovanni Gherardini in italiano nel 1805, l’edizione originale è del 1791, come seconda parte del poema The Botanic Garden. L’autore era morto nel 1802.

[2]    La prima edizione, in più parti, è del 1794-1796, tradotta in italiano da Giovanni Rasori nel 1803; fu anche stampato da Angelo Trani a Napoli, nel 1808, luogo dell’ultima dimora di Leopardi. Il traduttore, il medico Rasori era maestro di Giacomo Tommasini,  amico di Leopardi.

[3]    “Sarebbe troppo azzardato immaginare … che tutti gli animali a sangue caldo siano scaturiti da un unico filamento vivente … in possesso della capacità di continuare a migliorare attraverso la loro innata attività, consegnando quei perfezionamenti, una generazione dopo l’altra, alla loro discendenza” (Zoonomia, citata da Anedda, pp.138-139).

[4]             Stampato postumo nel 1806, mai tradotto in italiano.

[5]    Erasmus aggiunse addirittura allo stemma di famiglia la frase latina E conchis omnia (tutto proviene dalle conchiglie)!

[6]    “Se nello Zibaldone si respira un’atmosfera che ci ricorda Lamarck e ci fa presentire Darwin [Charles] lo dobbiamo a questa assimilazione capillare di Buffon”, scrivono Franco D’Intino e Luca Maccioni, citati da Anedda (p.21).

[7]    Il suo materialismo viene ben esplicitato nella Zoonomia dove definisce il “sensorio”, la base della vita, “il principio vivente o spirito di animazione che risiede in tutto il corpo, non conoscibile ai nostri sensi, eccezione fatta per i suoi effetti … Con spirito di animazione o potere sensoriale voglio solo dire che il genere umano condivide con i bruti e, a certi livelli anche con i vegetali, la vita animale” (citato da Anedda, pp. 142-143).

[8]                 Leopardi pubblica, nelle Operette morali, il Frammento apocrifo di Stratone di Lampsaco, il quale fu un allievo di Teofrasto; il materialismo di Leopardi fu espresso nella forma più chiara nello Zibaldone: “Niente preesiste alle cose. Nè forme, o idee, nè necessità nè ragione di essere, e di essere così e così ec. Tutto è posteriore all’esistenza” (Zib. 1616) o ancora: “L’esistenza non è per l’esistente […], l’esistente è per l’esistenza, tutto per l’esistenza, è il suo solo fine reale. Gli esistenti esistono perché si esista” (Zib. 4169).  L’italiano si pose così all’interno del dibattito sul materialismo e sul sensismo nella cultura europea dell’epoca, sulla scorta dei francesi La Mettrie, d’Holbach, Diderot e degli inglesi Hobbes, Locke e Hume, frequentazioni poco praticate negli ambienti intellettuali italiani.

[9]    Erasmus per la Zoonomia nel 1817, Leopardi per le Operette morali nel 1850; celebre la risposta del poeta italiano a Pietro Brighenti, del 3 aprile 1824: “Io, caro amico ho un grandissimo vizio, ed è che non domando licenza ai Frati quando penso né quando scrivo, e da questo viene che quando poi voglio stampare, i Frati non mi danno licenza di farlo”.

[10]  Si veda il Catalogo della Biblioteca Leopardi in Recanati (1847-1899), stampato da Olschki nel 2011.

[11]  La riscoperta della dimensione filosofica del grande scrittore italiano, avvenuta dopo la pubblicazione dello Zibaldone, si deve a Giuseppe Rensi e Adriano Tilgher, più recentemente a Giulio Giorello e Remo Bodei. Lo Zibaldone di pensieri, cuore delle riflessioni leopardiane, diario personale scritto dal 1817 al 1832, fu per la prima volta pubblicato, a cura di una commissione presieduta da Carducci, dal 1898 al 1903 dalla casa editrice Le Monnier di Firenze, con il titolo Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura (il manoscritto è conservato nella Biblioteca Nazionale di Napoli).

[12]  La ricezione di Leopardi nel mondo anglo-americano è sostanzialmente novecentesca; si pensi che lo Zibaldone è stato tradotto integralmente solo nel 2013. Il critico Raul Bruni cita i casi americani ottocenteschi di Melville e di Henry e William James; per una panoramica in Europa si veda Daniele Silvi, La fortuna dei Canti di Leopardi in Europa: uno studio comparatistico in cui, tra gli altri, cita un saggio del più volte primo ministro inglese William Gladstone, Works and Life of Giacomo Leopardi, pubblicato nella rivista “The Quarterly Review”, nel 1850.

[13]  Sebastiano Timpanaro ebbe a scrivere, in Classicismo e illuminismo nell’Ottocento italiano, che Leopardi “non sarebbe certo rimasto sconcertato dal darwinismo”.

[14]         Come la rivoluzione copernico-galileiana aveva rimosso la Terra (e quindi l’uomo) dalla sua posizione centrale nell’universo, quella darwiniana eliminò l’ipotesi finalistica dell’uomo come compimento della scala evolutiva; a ciò si aggiunse, poco dopo, quella freudiana che pose il soggetto cosciente, l’io, in balia dell’inconscio (“l’io non è più padrone neppure a casa sua”).

[15]  Ad esempio, fin dai suoi primi scritti come già nella giovanile Storia dell’Astronomia, Leopardi espresse ammirazione verso il “filosofo” Copernico, poi ribadita più volte poi nello Zibaldone (addirittura all’astronomo polacco ha dedicato l’operetta morale intitolata appunto Il Copernico); ammirazione simile a quella per Galileo, addirittura il prosatore più presente nella Crestomazia Italiana, pubblicata nel 1827. Un celebre passo sulla natura antifinalistica della storia umana è presente nello Zibaldone in cui si legge che “la nostra civiltà, che noi chiamiamo perfezione essenzialmente dovuta all’uomo, è manifestamente accidentale, sí nel modo con cui s’é conseguita, sí nella sua qualità. … [è opera] del caso” (Zib. 1570-1571): “bisogna osservare che la sfera del caso si stende molto più che non si crede” (Zib. 836).

[16]  Qui un passo celebre dallo Zibaldone: “Secondariamente, chiunque non consideri il genere umano per piú che per una specie di animali, superiore bensí all’altre, ma una finalmente di esse; chiunque si contenti e si degni di tener l’uomo, non per il solo essere, ma per uno degli esseri di questa terra, diverso dagli altri di specie, ma non di genere né totalmente né formante un ordine e una natura a parte, ma compreso nell’ordine e nella natura di tutti gli altri esseri sí della terra” (Zib. 3647).

[17]          Così nel Frammento apocrifo di Stratone di Lampsaco:“Vedesi in questo presente mondo un continuo perire degl’individui ed un continuo trasformarsi delle cose da una in altra; ma perciocché la distruzione è compensata continuamente dalla produzione, e i generi si conservano, stimasi che esso mondo non abbia né sia per avere in sé alcuna causa per la quale debba né possa perire, e che non dimostri alcun segno di caducità”. Interessante il parallelismo con alcuni versi di Erasmus in Economy of Vegetation (la prima parte di Botanic Garden): “Stella dopo stella precipiteranno dall’alta volta del Paradiso. / Sole sprofonda in sole . Sistema polverizza sistema / Cadono a capofitto estinti in un centro buio. / E Morte e Notte e Caos tutto confondono / Finché sul miserabile, che emerge dalla tempesta / La natura immortale alza la sua forma mutevole. / Si leva dalla pira funebre su ali di fiamma, / E plana e splende, un’altra e sempre la stessa” (citati da Anedda, p. 150).

[18]  E’ il caso di quello che è stato chiamato ‘il giardino della sofferenza’: “Entrate in un giardino di piante, d’erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella piú mite stagione dell’anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in stato di souffrance, qual individuo piú, qual meno”. Dopo la descrizione analitica delle varie sofferenze, così conclude il poeta: “Lo spettacolo di tanta copia di vita all’entrare in questo giardino ci rallegra l’anima, e di qui è che questo ci pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è trista e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale” (Zib. 4175-4176).

[19]     “Nulla è più facile che riconoscere a parola la verità della lotta universale per la vita e nulla è più difficile (almeno così è per me) che aver sempre presente alla mente questo concetto. […] Noi vediamo la superficie della natura splendente di letizia; spesso vediamo una sovrabbondanza di alimenti e non vediamo, o dimentichiamo che gli uccelli, che cantano oziosamente intorno a noi, vivono per lo più di insetti e di semi e quindi distruggono continuamente la vita” (citato da Anedda, p. 91).

[20]  Si veda il volume antologico curato da Antonio Prete e Alessandra Aloisi, Il gallo silvestre e altri animali; nelle parole dei due curatori: “lo spostamento di prospettiva dal mondo umano al mondo animale, lo sforzo di guardare le cose con occhi non umani, ha, accanto alla funzione critico-negativa, anche una decisiva portata conoscitiva” (citato da Anedda, p. 194).

[21]          Così la definisce Antonio Prete, autore del celebre Il pensiero poetante. Saggio su Leopardi, in cui l’autore lega indissolubilmente la dimensione filosofica a quella poetica, rilevando inoltre che “L’antiumanesimo di Leopardi sposta lo sguardo sull’animalità negata, su questa immensa rimozione umana che è il mondo animale”.

[22]  Dalle prime favole e dalla Dissertazione sopra l’anima delle bestie del 1811, ai Paralipomeni della Batrachomiomachia, lasciati incompiuti a causa della morte. Su questo poema, Polizzi evidenzia che “il rilievo animalista di queste ultime rflessioni leopardiane, nerlla ricchezza del loro materialismo ‘stratonico’ e della loro critica all’antropocentrismo, richiama un interesse mai venuto meno per il mondo degli animali, che presenta sostanziali affnità con gli esiti anti-antropocentrici della rivoluzione darwiniana” (<… per le forze eterne della materia>. Natura e scienza in Giacomo Leopardi).

[23]          “Qual è dunque la nostra superiorità sugli animali fuorché un maggior grado di assuefabilità e conformabilità, come fra le diverse specie di animali altre hanno queste qualità in maggiore altre in minor grado; alcune come le scimie, poco medio dell’uomo?“ (Zib. 1762). Sulle orme di Cesare Luporini, autore del famoso saggio Leopardi progressivo, Giacomo Pezzano scrive che “per Leopardi la natura umana è legata al concetto di «disposizione», a qualcosa da acquisire e sviluppare in ragione di una «conformabilità e di una «capacità di assuefazione» – anch’esse peraltro a loro volta acquisite … – che rendono l’uomo aperto al mondo, «aperto a tutte le possibilità»” (Leopardi tra gli uomini: la materia della natura. Per un’antropologia filosofica leopardiana, in “Quaderni materialisti”, 11/12, 2012/2013).

[24]          “La maggiore o minore conformabilità primitiva è la principal differenza fra le diverse specie animali e fra i diversi individui di una stessa specie” (Zib. 1252): l’uomo ha “organi facili ad assuefarsi, cioè pieghevoli, e adattabili [!]” (Zib. 1254). Ancora: “si potrebbe pensare che la differenza di vita fra le bestie e l’uomo sia nata da circostanze accidentali e dalla diversa conformazione del corpo umano” (Zib. 56).

[25]  “La compassione che nasce nell’animo nostro alla vista di uno che soffre è un miracolo della natura che in quel punto ci fa provare un sentimento diffuso affatto indipendente del nostro vantaggio o piacere, e tutto relativo agli altri, senza nessuna mescolanza di noi medesimi” (Zib. 109).

[26]  Si pensi che proprio prima dell’ultimo lavoro, quello sui vermi, Darwin aveva pubblicato ben cinque libri sulle piante; dopo aver rivoluzionato il pensiero sul mondo naturale con la teoria dell’evoluzione, poi applicata anche all’uomo (L’origine dell’uomo e la selezione sessuale, 1871 e L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli altri animali, 1872), egli si dedica lungamente alle piante e infine ai vermi.

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