lunedì, settembre 27, 2021
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L’infestazione perenne. Primi prospetti hauntologici per una filosofia del fantasma.

 

Antefatto. Lo spettro del reparto cinque.

  Il primo fantasma mi si è materializzato al supermercato. Era una voce emersa da un prodotto qualsiasi, in uno scaffale qualsiasi, una voce che poi è diventata plurima e senza un volto definito. Non potevo dire a chi appartenesse quella voce, né da quanti fosse condivisa. Il tono era lugubre, oscuro, spaventato. C’era del dolore ma era un dolore indecifrabile. Tentava di comunicare, ma non aveva la forza di articolare una frase di senso compiuto. Era come l’ultima eco di un rantolo esauritosi da tempo, in luoghi lontani.

  Come una vibrazione però, la eco sconvolse la mia mente. Di chi era il rantolo che ossessivamente ripeteva? Cominciai a pensare che in realtà, a quella eco, fosse impedito di parlarmi apertamente. La sua era una debolezza imposta. Non era fievole per imbarazzo o per difficoltà, c’era invece qualcuno che intendeva farla tacere. C’era ad avvolgerla, come un’atmosfera pesante, una congiura del silenzio. Ecco cosa lamentava quel fantasma: la cancellazione della sua storia. Il prodotto da cui emergeva e che io tenevo in mano non rappresentava fedelmente la storia della sensibilità che l’aveva generato. Per questo il fantasma si disperava e si dibatteva nel tentativo di farsi ascoltare – perché nulla di quel che portava la sua impronta era affine a quel che esso aveva provato nel mentre che lo toccava. Il prodotto da cui emergeva era in realtà il prodotto di una censura. Io stavo comprando censure. E così ogni altro prodotto presente nel supermercato iniziò a lamentare la sua situazione, a elevare ululati sopra le corsie, a impestare i reparti con pianti inascoltati. Il supermercato divenne all’improvviso un non-luogo del dolore: spazio di transito che raccoglie al suo interno prodotti di una violenza anti-testimone.

  La censura delle storie, delle verità e delle esperienze, corrispondevano con la censura di testimonianze. I fantasmi che volteggiavano per il supermercato volevano solo esprimere la loro testimonianza, la realtà che avevano visto e vissuto, e che non potevano esternare per il fatto che altrimenti, il prodotto al quale erano incatenati, non sarebbe stato vendibile. La storia dei fantasmi, la loro verità, la loro testimonianza, coincide o fa parte della catena di ambiguità che porta un prodotto dalla fabbrica allo scaffale. 

  Questo discorso si allarga facilmente al di là delle “cose” alimentari. La maggior parte di quel che usiamo e compriamo non è chiaro. Siamo distratti dalla stimolazione colorata e orecchiabile della pubblicità, ipnotizzati dalla facilità con cui otteniamo quel che ci serve. Ma intanto aumentano i costi sociali e naturali ipotecati sul futuro – e perseverano quelli che già sbranano il presente. Eppure non sentiamo niente, o sentiamo poco; la pubblicità massimizza il volume dei suoi jingles per soverchiare le urla di chi soffre; e se anche riusciamo a sentire qualcosa al di sotto dei ritornelli non capiamo mai fino in fondo cosa stiamo sentendo perché le voci che sentiamo sono snaturate e confuse. Le voci ululanti non trovano uno sbocco nel reale. O meglio – non lo trovano in quel processo cognitivo che rende una “cosa” un ente stratificato e complesso: il riconoscimento. Perché la massa di compratori non può riconoscere quello che sta comprando, altrimenti il sistema collassa. Ne è un forte esempio il fatto che spesso, pur riconoscendo il fantasma che infesta un prodotto, noi lo compriamo ugualmente. Ma cosa succede quando le “cose” non sono riconosciute? Esse, poiché escluse, ritornano. Oppure insistono. Oppure, nel caso di ingiustizie accadute lontano da noi ma di cui in un certo senso siamo complici, tormentano. La vita diventa vita infestata: un’esistenza circondata da spettri via via sempre più minacciosi, che rischia di finire divorata da tutto quello che ha ignorato. 

 

Ambiguità e Hauntologia. Un confronto con gli epigoni.

  Ritengo da sempre che il fantasma possa diventare un concetto molto prolifico per cogliere e descrivere uno degli aspetti più intransigenti del vivere contemporaneo – ovverosia l’ambiguità. Essa si presenta, come una maledizione, in tutte le dimensioni dell’ontologia occidentale: mostra che la sua è una storia oscura, attanagliata da un senso di colpa profondo che non ha mai davvero sublimato (come è il caso della storia coloniale); mostra la malignità della sua economia, la quale genera benessere, sì, ma tramite sfruttamento sistematizzato; e mostra l’ambivalenza delle sue retoriche, che sebbene professino principi umanitari, nei fatti nascondono quello che nell’azione viene commesso.

  In tutte queste dimensioni non c’è nulla di trasparente: si incontra sempre una zona opaca che nasconde alla vista buona parte degli elementi che fanno la loro realtà. L’ambiguità è in questo senso assenza di trasparenza e l’Occidente si sostiene di questa assenza. Tutti gli ambiti del mondo occidentale, diceva Derrida nel suo Spettri di Marx, pullulano di spettri, che non sono la trasparenza di cui sopra, ma il risultato reazionario del processo di opacizzazione. Lo spettro è cioè la reazione alla soppressione. Per Derrida anzi, lo spettro è l’argomento cardine dell’Occidente, e il suo stesso futuro in un senso un po’ destinale. Molta intellettualità moderna e contemporanea è proliferata proprio affrontando gli spettri terribili che dal passato venivano a cannibalizzare il presente; e ora potremmo aggiungere che l’Occidente, in futuro, sanerà la sua lacerazione interna nel momento in cui avrà accettato le conseguenze della sua riflessione esorcizzante. Il destino dell’Occidente è di combattere apertamente con i suoi fantasmi, che sono quell’extra-testo, quella eco, che giungendo dal chissà-dove e dal chissà-quando scombina la pretesa normalità di un detto o di un pensato, palesando al suo posto la numerosità di livelli che ne caratterizzano l’essere.

  Per sottolineare questa indeterminatezza degli enti, Derrida conia un termine sagace che combina la parola ontologie con il verbo inglese to haunt: la hauntologia. Con questa parola, Derrida asseriva che la qualità d’essere delle “cose” è sempre infestata. Ogni presenza rimanda sempre a qualcos’altro che, spettralmente, angoscia una desiderata quietezza del vivere. Lo studio dell’ontologia non può prescindere dallo studio di questa infestazione. E in generale lo studio di situazioni, di storie e di eventi deve considerare l’influenza che, senza esservi contemporanea, ne ha orientato il decorso. Merlin Coverley, parafrasando questa riflessione, dirà laconicamente che “to be is to be haunted” (Coverley 2020, p.8). Nessuno di noi – come niente di quel che circonda – può essere senza essere posseduto. Nulla è senza che in quell’essere ci sia un elemento incontrollato ed extra-individuale.

  Il termine “hauntologia” è stato ripreso nell’ultimo decennio da Mark Fisher, che però lo ha utilizzato in un senso differente. La hauntologia rappresenterebbe l’interesse per un particolare tipo di nostalgia, non legata a un passato perduto ma a un futuro che sarebbe potuto essere e che invece non è stato. Per Fisher, hauntologico è uno stato di cose che segnala l’esistenza di una impasse culturale. Il nostro tempo sarebbe caratterizzato dall’incapacità di emanciparsi verso nuovi orizzonti temporali e di immaginare nuovi futuri da inseguire. L’Occidente è come incatenato alla rivisitazione di sé stesso perché il futuro – un tipo di futuro – si può trovare solamente nelle epoche passate, quando ancora si sperava in qualche cambiamento positivo a venire. Ma il passato di queste epoche, così come il futuro che si immaginavano, per quanto rivisitabili non sono immortalabili, e finisce che le rivisitazioni ci consegnano solamente forme di ricordi, crepitii della memoria, spezzati dal loro riferimento originario, e infestati dalla malinconia che ha mosso quelle stesse rivisitazioni (Fisher 2017, 2019). 

  In base a quel che abbiamo descritto finora, possiamo definire la hauntologia come la ricerca di una struttura infestata e infestante all’interno dell’ontologia delle “cose”. L’ambiguità, sebbene non citata esplicitamente, è un’entità riconosciuta all’interno di queste riflessioni, ma solamente, a quanto pare, come un fatto astratto: in Derrida come un fatto generale e linguistico, concernente una finzione che alimenta il testo del reale, e in Fisher come un fatto culturale, inerente a una sorta di depressione culturale. Ma l’ambiguità, e dunque la hauntologia, è in realtà un fatto estremamente concreto, perché concreti sono gli enti e gli eventi cui è legata. Gli oggetti del supermercato, le tecnologie che utilizziamo, gli abiti che indossiamo, tutto quel che è strumento del nostro quotidiano è creato dall’ambiguità e creatore di altrettanta ambiguità. Il disagio che si prova di fronte a questi strumenti nel momento in cui ci si rivelano coinvolge la nostra realtà effettiva e reale è soprattutto la stessa storia che rivelano.

  Il fantasma non è una realtà mentale o addirittura allucinatoria: è invece un’esperienza assolutamente concreta di un assolutamente concreto che viene sistematicamente ignorato.

 

Fantasmi per il cambiamento. Contributo per un’etica post-umana.

  Dico questo perché i fantasmi li ho incontrati in altri luoghi, in altre situazioni, non dove gli altri autori li hanno trovati – tra le paranoie sociali e l’arte nostalgica. Io li ho trovati in luoghi di azioni e scambi materiali. Perché la materia è un problema; la “cosa” è il nuovo mistero. Come può una cosa essere una “cosa”? Questa è la domanda che ci permette di scoprire i fantasmi che le infestano: perché grazie ad essa capiamo che nulla di quel che abbiamo è nostro, nulla di quel che usiamo è comprensibile, tutto quanto è alienato da qualcun altro.

  Dobbiamo farci esorcisti prima di farci consumatori. Dobbiamo diventare cacciatori di spettri e affrontare il loro dolore, invertendo il segno della censura. Non dobbiamo esorcizzare con altri riti silenzianti; al contrario – dobbiamo esorcizzare con riti liberatori, che rendano sì comprensibili le urla dei fantasmi, ma che poi provochino azioni positive conseguenti. È, in fondo, una questione tutta etica. Cos’è l’etica? È l’equiparazione che il soggetto fa tra sé stesso e un altro, dopo che di quest’ultimo ha riconosciuto la storia. È dunque un’azione di eguagliamento, dove se io ho anche l’altro deve avere, dove se io non ho anche l’altro non deve avere, e come azione deve essere volontaria, nel senso di un’azione agita dal soggetto stesso. L’etica è fondamentale per il fatto che è esattamente ciò che viene anestetizzato perché possa perseverare la censura delle storie oltre gli oggetti. L’assenza di etica fa sì che le cose rimangano “cose”, enti sospesi senza qualità se non quella del prezzo. “Cose” irreali, false, illusorie. L’assenza di etica crea illusioni. La presenza di etica invece genera realtà perché la esige.

  Questo tipo di etica apre i suoi confini perché va al di là della storia singola: difatti le riconosce tutte – esiste per riconoscerle tutte e dar loro spazio nel mondo. È un’etica distruttiva perché sgretola la centricità storica in nome di tutte le altre storie rimaste ai margini, la retorica egemone a favore delle vite censurate. In questo senso tale etica può essere intesa come post-umana, perché la post-umanità è quella frontiera occidentale atta al superamento dell’egocentrismo dello stesso Occidente. Ma in particolare è post-umana perché si situa in un periodo in cui la centricità storica è avvertita come una vergogna. L’etica post-umana è l’etica che cerca di risolvere il male inflitto fino ad ora perché agisce in un periodo in cui è possibile non credere più a una centricità storica, in cui è maligno credere in una centricità storica. Così, l’etica post-umana si rivela essere un’etica per il “post” dell’umanità, per un’epoca di storie concertate e fantasmi rispettati, dove l’accoglienza coincide con il riconoscimento del valore dell’altro rimosso. 

 

Immagine in concessione dal terrorismo poetico

 

Bibliografia:

  • COVERLEY, M., (2020), Introduction, in Ghosts of Future Pasts, OldCastle Books, Harpenden.
  • DEL VECCHIO, M.J., HYDE, S.T., PINTO, S., GOOD, B.J., (2008), Postcolonial Disorders, University of California Press, Oakland.
  • FISHER, M., (2019), Spettri della mia vita. Scritti su depressione, hauntologia e futuri perduti, Minimum Fax, Roma.
  • FISHER, M., (2012) What is Hauntology?, in Film Quarterly, vol.66, n.1, University of California Press, Oakland, pp.16-24.
  • GILROY, P., (2005), Postcolonial Melancholia, Columbia University Press, New York.

 

Leonardo Albano
Leonardo Albano
Filosofo e antropologo, classe 1994, ha collaborato con La Chiave di Sophia e Humanities For Change. Nel 2018 ha pubblicato Storie Inconcludenti per Santelli Editore.

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