giovedì, ottobre 22, 2020
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Rosi Braidotti, Materialismo Radicale. Itinerari etici per cyborg e cattive ragazze, Meltemi, 2019 Prezzo: 16 euro. Recensione a cura di Giovanni Massaro

 

 

In questo ultimo libro pubblicato in italiano da Meltemi con il titolo Materialismo Radicale, itinerari etici per cyborg e cattive ragazze, l’autrice ripercorre i concetti-chiave della sua filosofia necessari per la costruzione di quella che lei considera essere un’etica “affermativa”.

Punto di partenza per una comprensione completa di questo volume, è il concetto di soggettività nomade, presente fin dal 1994 nelle sue opere, in particolare Nomadic Subjects: Embodiment and Sexual Difference in Contemporary Feminist Theory’, poi ripresentato nel 2006 in Transpositions: On Nomadic Ethics. Per Braidotti non esistono identità statiche ed universali, immobili nella storia e indipendenti dalle relazioni. Al contrario, l’identità è un concetto aperto al divenire e al mutamento, filo di una rete di relazioni che la definiscono e che contribuisce a sua volta a definire. Un nuovo panta rei in cui ciò che scorre non è il fiume in cui siamo immersi, ma anche noi ci riconosciamo liquidi, mutevoli, parte della corrente. Noi siamo una costante tensione al divenire, non siamo nati “qualcosa” per morire inalterati nella nostra identità statica, non nasciamo per morire identici. Spingendo de Beauvoir in una prospettiva ontologica rileggiamo il suo monito: «Donna non si nasce, lo si diventa». 

Alla base di questa ontologia relazionale, c’è la comprensione ed assimilazione della visione del mondo di Spinoza nella sua interezza. C’è un divenire nella realtà così come c’è un divenire all’interno delle soggettività, perché ogni divenire è molecolare e singolare, anche se la realtà è unitaria e monista: proprio per questo non ci può essere un “io” senza alterità. Braidotti accoglie la rivoluzione spinoziana che scardina il cogito ergo sum, negando l’esistenza di un “io” separato da tutto ciò che gli succede intorno: io sono così come sono perché l’altro mi rende ciò che sono. Un soggetto non è mai separato dai rapporti di potere e dalle relazioni con l’universo che lo comprende e lo contiene. Così alla domanda “che cos’è una donna?”, possiamo rispondere che ella è ciò che è capace di diventare all’interno della nostra società, ciò che la nostra cultura e la relazione con gli altri della terra, umani e non, le permettono di essere. E se ciò non ci piace? Allora, dice Braidotti, ci vorrà una buona dose di creatività per resistere alle forze opprimenti e cercare nuove vie che ridefiniscano i soggetti e i rapporti.  

Attraverso la prospettiva femminista si apre un’analisi al sistema che regola questi rapporti di forza. La critica al capitalismo avanzato prende così piede nella trattazione, esplicitando quali sono le forze che ci legano, ci piegano e ci assoggettano. Altrove Braidotti (Posthuman, 2014) aveva già parlato di come il biocapitalismo attuale avesse incorporato nelle dinamiche di mercato e profitto tutta la materia vivente, sintetizzata nel concetto greco di zoe. Le cellule staminali, il genoma umano, l’intervento biotecnologico su animali, piante, semi e cellule, rappresentano l’ingresso di tutto il vivente nel mercato. Dunque, se tutti noi esseri viventi siamo attanagliati nella rete del potere capitalistico, se la vita è, ormai, prodotto, ne consegue che tutti noi siamo parte del problema. Ma il capitalismo avanzato non è lo stesso dei tempi di Hegel e Marx e la soluzione ad esso non può essere dunque la rivoluzione. La filosofia di Braidotti rifiuta ogni tipo di riduzionismo dualista, di scontro frontale e dialettico, impregnato di violenza. La rivoluzione infatti opera sempre nello stesso contesto paradigmatico del capitalismo: rovescia la tesi iniziale, ribalta le dinamiche di potere per instaurarne di nuove, operando sempre all’interno dello stesso quadro relazionale pre-esistente delle due fazioni contrapposte, senza cambiare le regole del gioco. Senza contare che il capitalismo ha una sua strategia molto efficace di resistenza alle “rivoluzioni”: esso usando le nostre differenze e contrarietà al sistema le “adatta e le adotta”, avrebbe detto Adorno, le ingloba mercificandole, invece che esserne indebolito finisce per nutrirsene. La proposta di Braidotti per evitare un rovesciamento di potere che però rimane forza assoggettante, o un’opposizione che finisce ad essere venduta al mercato, è un movimento interno al sistema: bisogna mantenere vivo il dialogo democratico, passo dopo passo, creando nuove possibilità di vita alternative in una forma collettiva, individuando margini di libertà di movimento dentro ad un sistema opprimente, lavorare insieme per erodere le logiche di potere attraverso una fitta rete di percorsi creativi.

La via dell’etica affermativa che Braidotti ci invita a percorrere è dunque questa continua ricerca di alternative di libertà che rifiuti da una parte la violenza testosteronica del neo-marxismo e dall’altra l’universalismo e l’individualismo liberali.  Il primo perchè esalta l’opposizione e lo scontro proponendo quello che non è altro che una nuova forma di umanismo occidentale virile ed universalizzante, il secondo perché prende in considerazione un modello predefinito di soggetto senza tener in conto né della diversità sostanziale esistente, né del fatto che una vera e propria soggettività statica possa esistere solo in una metafisica teorica. Come il bene in sé, così anche il soggetto in sé non rientra nella filosofia della Braidotti; considerare il soggetto individuale in un contesto di etica, dove per definizione sono tanti i soggetti ad essere chiamati in causa, risulta utopico, se non anch’esso metafisico. Il soggetto nomade, invece, è molto più radicato nel mondo e corrisponde ad una teoria molto più pragmatica, in quanto ritiene che “il vero soggetto della ricerca etica non sia il soggetto universale né il suo nucleo individuale – la sua intenzionalità morale, o coscienza razionale – bensì gli effetti di verità e potere che le sue azioni hanno nel mondo (pag. 152)”. L’etica solipsistica liberale non funziona perché non è il soggetto razionale da solo che capisce come deve comportarsi grazie alla conoscenza di un bene morale oggettivo, ma, essendo inserito sempre in un mondo, in un contesto sociale mutevole, sono sempre le conseguenze delle sue azioni in relazione alle conseguenze di quelle degli altri individui a dover essere valutate.

Dunque come si cambia il mondo? Come si rovesciano le ingiustizie e le violenze che i sempre più numerosi soggetti non rientranti in questa universalizzazione subiscono? Per rispondere a questa domanda Braidotti ci fornisce solide basi filosofiche accompagnate da pratiche di resistenza contemporanee, legate soprattutto ai movimenti femministi pop delle ultime decadi. Incontriamo l’Amor Fati e l’eterno ritorno di Nietzsche che ci invitano ad accogliere il dolore ed il peso della vita senza farsene schiacciare e l’ironia elevata a strumento primario di resistenza dall’autrice, arma adottata a pieno uso dalle Pussy Riot o dalla pluricensurata Amanda Palmer, che praticano questa ironia dissacratoria per reagire alla violenza dello stato e della chiesa proponendo una resistenza creativa e non violenta. Viene ricordato il Foaucault di potentia e postestas, laddove la potentia coincide con la “parte positiva” del potere: quella creativa, quella capace di creare “modelli alternativi di divenire soggettività” (pag.99). Spesso echeggiano gli insegnamenti di Deleuze  con la sua ontologia immanente e materialista, dove il dolore è reale e materiale, originato dai rapporti di potere in cui i nostri corpi tutti sono immersi, nella materialità di questo mondo. Braidotti propone dunque una ricchissima panoramica di riferimenti filosofici, ma non solo, anche musicali, artistici e di movimenti di protesta per uscire dall’ingiustizia attraverso l’attivismo politico, trasformando la potentia in forza creatrice ed opponendo all’universalizzazione del soggetto un tipo di soggettività fluida, relazionale e mai circoscritta ad un modello statico al quale confrontarsi. Il femminismo è, forse, l’esempio meglio riuscito di questo attivismo propositivo che intende Braidotti, perchè scardina le strutture del sistema reinventandosi nuovi orizzonti teorici, usando le idee, la gioia, intesa spinozamente come quella forza che accresce le nostre potenzialità di agire sul mondo, e i mezzi democratici di comunicazione non violenta. Quali sono questi mezzi di comunicazione? La rete per esempio. Ma la tecnologia è un bene o un male? Dipende dall’uso che se ne fa, ovviamente. Se è vero che può essere uno strumento di controllo, o di categorizzazione e di commercializzazione dei nostri dati, idee o preferenze, è anche vero che essa rappresenta il nostro accesso ad una parziale compartecipazione del potere. Se la rete ci connette con il mondo allora il suo potere è il potere della cittadinanza globale. La tecnologia può trasformare i nostri volti e le nostre idee in icone, in immagini da consumare, come nel caso delle magliette di Che Guevara o di Nelson Mandela, però è anche il modo più efficace di far sentire la nostra voce democraticamente: consapevoli dei limiti, senza però essere tecnofobici. 

Ancora una volta l’esempio del femminismo è centrale: “Le Pussy Riot sanno che la mediazione tecnologica, artistica e la pratica culturale, quando intese come forme attive di partecipazione sociale, sono elementi chiave della cittadinanza globale contemporanea, anche e soprattutto quando implicano la disobbedienza civile” (pag. 105). La tecnologia è, dunque, il nostro strumento di lotta politica affermativa, non violenta, democratica e globale. Attraverso l’arte, la musica, le manifestazioni e la creatività possiamo fornire dei modelli nuovi, idee che possano con il tempo sostituire la vecchia lotta dualista capitalismo/marxismo. Attraverso le nostre lotte locali, possiamo fornire dei modelli di pensiero alternativi per il resto del mondo: pensare globalmente ed agire localmente. Ognuno/a nelle piccole comunità è tenuto/a a combattere contro quelli che Deleuze chiamava i micro-fascismi (Capitalisme et schizophrénie, 1980), avviare le proprie lotte comunitarie di emancipazione, parlando però un linguaggio globale per ispirare lotte simili combattute altrove. Ed è ciò che sta facendo il femminismo nei suoi contesti territoriali.

“Sono anni che il movimento delle donne fa un’altra politica, che i movimenti ecologici fanno un’altra politica. Non è buonismo, è riconoscere la potenza del vivente, in maniera laica, in maniera generativa, è staccarsi da quei sistemi di pensiero dualistico-dialettico che hanno come funzione essenziale quella di glorificare la figura dell’intellettuale” (intervista a Rosi Braidotti, 2016). 

 

  • Intervista a Rosi Braidotti. A cura di Francesco Demitry e Claudio Kulesko. L’intervista si è svolta durante presso il Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Arti Visive dell’Università degli Studi Roma Tre, durante la “Deleuze Study Conference Rome 2016” dal titolo “Virtuality, Becoming and Life”. 

 

 

 

  • Braidotti, R., Materialismo Radicale. Itinerari etici per cyborg e cattive ragazze. Meltemi, Milano, 2019

 

  • Braidotti, R. ‘Il postumano. La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte’, DeriveApprodi srl, 2014

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