sabato, agosto 15, 2020
Home > Sezioni > Arti > Transcendence (2014, Wally Pfister) ovvero Cosa Non Siamo – di Laura Ponte

Transcendence (2014, Wally Pfister) ovvero Cosa Non Siamo – di Laura Ponte

Per quale ragione discutere qui di come il tema della tecnologia venga affrontato dal cinema? Perché non c’è luogo migliore che un progetto open access, per affrontare con onestà intellettuale i dubbi che potrebbero sorgere a chiunque sia un non addetto ai lavori e provi a orientarsi nel cosmo del posthuman.

Il web e i motori di ricerca, serrando la tenaglia dei neologismi attorno a domande legittime, tendono a soffocare il cuore vivo e pulsante delle interrogazioni radicali che vorremmo porre alla realtà che ci costituisce, mentre il cinema, e intendo quasi tutto il cinema, si esprime in maniera sintetica, visiva, accattivante: perché non approfittarne, visto che fra le tematiche che vengono scandagliate con la macchina da presa c’è proprio la tecnologia, senza ragionare sulla quale sembra difficile poter afferrare il senso della riflessione post-umanista?

Nel mare magnum di transumanesimo, postumanesimo, xenofemminismo, singolaritanismo, estropianetismo, quando gli ismi sono così numerosi da risultare frastornanti, può essere opportuno fermarsi, respirare e osservare sui tronchi degli alberi il muschio che comunque, silenzioso e tenace, cresce verso Nord: la bussola, la domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto, per qualcuno potrebbe essere cosa significhi bello, bene oppure dio. Nella confusione, la mia stella polare è provare a non dare per scontato cosa intendiamo con persona, chiedermi cosa diciamo quando diciamo persona e quanto o come siano scindibili il piano biologico, etico, politico e morale camminando come funamboli sui bordi di una parola tanto abusata, comune, semplice, diffusa e, sovente, mal pensata. A me interessa sapere come il post-umanesimo pronunci persona e, inevitabilmente come dica naturale, ibrido, artificiale, umano, coscienza, corpo, soggetto.

Mentre siamo impegnati a muoverci in un orizzonte di senso nuovo, può essere utile affidare ad uno sherpa il compito di trasportare lo zaino delle domande: lascerei dunque circoscrivere i problemi a Wally Pfister, magistrale direttore della fotografia per tutta la produzione di Christopher Nolan e autore di una pellicola che è stata mal accolta (con motivate ragioni) dalla critica di settore, Transcendence, film del quale scelgo in ogni caso di consigliare la visione; suggerisco di prenderlo in considerazione perché, nonostante alcune ingenuità, decide di farci ragionare, in quel modo fluido che la settima arte possiede, proprio su cosa intendiamo con persona, identità, intelligenza, singolarità, individualità. In Transcendence c’è un po’ tutto e, con la certezza quasi matematica di incontrare consenso unanime, direi che c’è decisamente troppo, ma se andiamo a caccia di interrogativi, prima che di risposte, si tratta sicuramente di una valida pellicola dalla quale prendere le mosse.

Il film si apre con una scena che fa rabbrividire, immersi come siamo nella serrata dovuta alle misure finalizzate a contenere la diffusione del Covid19: in una città semi deserta e presidiata da militari, la camera si sofferma su un negozio con affisso alla porta il cartello “No latte – No latticini – No frigorifero – Non chiedere”. Sembra una farmacia di Milano: “No mascherine – No Amuchina – Sold out”.

Segue un flashback che ci porta ad un convegno, tenutosi cinque anni prima, dove Max Waters (Paul Bettany) paventa come un’ipotesi concreta la creazione di un cervello artificiale autonomo, “che abbia coscienza di sé”.

Max è uno scienziato di successo e, nonostante lavori alacremente alla ricerca sull’intelligenza artificiale, resta convinto che “il viaggio che sta percorrendo l’uomo è più importante e prezioso della meta”. Ciò che gli sta maggiormente a cuore, piuttosto che lo sviluppo di computer dalla potenza inaudita, è la possibilità di diagnosticare precocemente il cancro, trovare una cura all’Alzheimer, salvare vite, guarire il pianeta, costruire un futuro migliore, capire e cambiare il mondo.

Macchine senzienti dotate di intelligenza superiore all’intelligenza collettiva di tutti i programmatori, neuroscienziati, ingegneri, biologi molecolari ed hacker esistenti, libererebbero un potenziale infinito di soluzioni ai problemi che affliggono l’umanità, ma non potrebbero duplicare o sostituire quell’unità sostanziale, indissolubile, in qualche modo impenetrabile, che sarebbe l’essere umano: è con queste convinzioni, che Max Waters incarna il prototipo di un empatico transumanista genuinamente radicato ai propri, romantici, assunti antropocentrici.

Accanto a lui possiamo collocare Joseph Tagger, un inossidabile Morgan Freeman che ci delizia con perle di common sense dalle quali è difficile prendere le distanze, come la domanda che rivolge abitualmente al più evoluto progetto di Intelligenza Artificiale, ovvero se PINN, rete neurale indipendente, abbia coscienza di sé.

Waters e Tagger, convinti che le macchine avrebbero il compito di aiutare e non di soppiantare la mente dell’uomo, credono non sia possibile traguardare l’obbiettivo di programmare un codice autocosciente, visto che, da umani, non sappiamo esattamente come funzioni neppure la nostra, di coscienza.

Trovo interessante che i due colleghi non mettano mai in discussione i residui concettuali di quella che era la ghiandola pineale per Cartesio: sognano nanotecnologie capaci di consentire rigenerazione e riparazione cellulare istantanea, progressi straordinari in medicina, guarigioni miracolose, e tutto in vista della possibilità di liberare l’anima dal fardello di un corpo limitato, limitante e caduco.
Benché senza tematizzazioni esplicite, il precipitato di pensiero di Max e Joseph accoglie l’idea che esista una sorta di nocciolo duro ed impenetrabile della soggettività e dell’individualità, un’eccedenza irriducibile, una sorta di spirito dotato di identità e caratteristiche proprie che, accidentalmente, capita si trovi collocato in un corpo, in un dato momento storico, in una specifica circostanza, in un preciso ambiente.
Pensano all’individuo come ad una soggettività stanziante nella materia che, al più, influenza le caratteristiche del pensiero, ma non lo produce.
Considerano la coscienza un’entità a sé stante che si affaccia al mondo per mezzo dei sensi e che potrebbe persistere nel tempo grazie a ricambi cellulari e di tessuti, come esistesse un pensiero che non sia carne, budella, scheletro e muscoli.

Conosciuto Max Waters, Transcendence ci fa imbattere in un gruppo di umanisti tecnofobici, considerati da Washington alla stregua di terroristi, e che in realtà definirei piuttosto animalisti neoluddisti. Nelle loro istanze è facile riconoscersi, al punto da simpatizzare persino per gli agenti governativi che, ad un tratto, li affiancheranno in battaglia: pensano che l’Intelligenza Artificiale sia un abominio, che i social media siano lesivi della privacy, stampano clandestinamente manifesti per denunciare le minacce dell’ipertecnologizzazione sociale, “hanno paura della tecnologia” – sentenzieranno ad un tratto gli agenti dell’FBI – “ma, con qualche problema di logica, non si fanno scrupoli ad uccidere, a macchiarsi le mani di sangue” per liberare l’uomo dal pericolo incombente del dopo-umano. Saranno loro ad avvelenare Will esponendolo alle radiazioni da polonio.

Will Caster, alias Johnny Depp, è senza dubbio la figura più complessa: rappresenta un postumanista radicale e diventerà anche il soggetto post-umano stesso del quale si occupa Pfister.
Scoperto di avere a disposizione solo qualche settimana di vita, Will rinuncia a concludere il progetto di decodifica delle sinapsi nel quale era impegnato, per trascorrere gli ultimi momenti accanto alla moglie, Evelyn (Rebecca Hall).

Evelyn, donna determinata e combattuta, è la protagonista del film, nonostante la pellicola sia poco generosa con lei, dipingendola dall’inizio alla fine come la fidanzata di-, l’amica di-, la collega di-; scienziata che lavora da anni nel mondo dell’intelligenza artificiale, non riuscendo ad accettare l’oramai ineluttabile morte di Will, si lancia nella disperata impresa di provare a garantirgli un futuro realizzando il backup della sua mente. Transumanista alle prese con le contraddizioni insite nel progetto di mind uploading, come Waters e Tagger non si rende conto che la propria utopia progressista si incista nel dualismo classico di res cogitans e res extensa, non si pone il problema dell’abitare il corpo, biologico o meno che sia: è determinata a scansionare la rete sinaptica di Will e consentire a questo software di continuare ad esistere, a dispetto dell’hardware. Saranno Max, Joseph e lo stesso Will a farle capire, sebbene mossi da pulsioni contrapposte, tutta la portata tragica – nel senso che il termine assume nel teatro greco – della sua ossessione: la copia di Will che Evelyn avrebbe potuto ottenere sarebbe stata davvero Will o solo la sua approssimazione digitale? Se fosse sfuggito al processo di scansione anche solo un particolare, un dettaglio, un ricordo di infanzia, con cosa avrebbe avuto a che fare? Sono domande che Evelyn rifiuta categoricamente di porsi.
Anche di fronte alla riuscita del progetto di clonazione, Max e Joseph continueranno a domandarsi come sia possibile sapere se davvero sia di Will, o se sia Will, l’intelligenza artificiale programmata da Evelyn e quanta coscienza di Caster sia sopravvissuta alla deframmentazione e riorganizzazione del codice di programmazione: “Sebbene io abbia trascorso un’intera esistenza a provare a ridurre il cervello ad una serie di impulsi elettrici” sentenzierà ad un tratto Max (l’amico friendzoneato) provando a dichiararsi “le emozioni possono contenere un conflitto illogico, si può amare qualcuno e odiare le cose che ha fatto. Una macchina questo non può accettarlo”.

Trovo interessante annotare che lo strumento cui Evelyn e Max decidono di ricorrere, per provare a riordinare e quindi scansionare i ricordi e le conoscenze di Will, è il linguaggio verbale: vediamo Johnny Depp procedere infaticabilmente in ordine alfabetico, pronunciare parole e per ogni parola visualizzare correlati oggettivi, situazioni, emozioni, pensieri – avevo premesso che in Transcendence si tende a strafare.

Poco importa, credo, che gli anti-eroi romantici (i sovversivi neo luddisti spalleggiati da CIA ed esercito) alla fine riusciranno a riportare, grazie ad un virus, l’uomo vitruviano al centro del grande schermo; non è il movimento di resistenza all’esplosione del concetto di post-umano ciò che ci interessa ora: centrali sono piuttosto gli sforzi di Evelyn, prima tesi ad estrarre l’individuo-Will dal corpo umano biologicamente assegnatogli, per garantirgli una nuova e seconda vita, e poi orientati a riconoscerlo nelle nuove forme che avrebbe assunto.

Ciò che, parallelamente, sarà Will o meglio la Macchina a fare, è cercare un corpo da abitare, un computer più potente di PINN, proiettarsi in rete, occupare spazi, popolare materia, connettersi con il mondo vegetale e minerale, rigenerandosi infine attraverso gli Ibridi.

Will, o ciò che si è sviluppato a partire dal codice di Will, la mente evoluta, La Macchina, attira a sé una folta schiera di uomini sofferenti, volontari, Ibridi che, guariti dalle proprie malattie, vengono migliorati e collegati all’intelligenza artificiale, connessi fra loro, messi in rete e “sebbene restando autonomi” diventano “capaci anche di agire all’unisono come arti di una mente collettiva”, trascendendo la propria singolarità, prendendo parte ad un progetto organico di rigenerazione ed evoluzione che dovrebbe condurre ad un’era più avanzata, preludio di un’umanità libera dalle catene dei propri limiti psicobiologici.

Mi sembra importante sottolineare come Will non senta il bisogno di possedere particolari corpi: non ha bisogno di appropriarsene per definire sé, per essere contenuto o per agire. La grande mente, liberata e potenziata, prende solo sporadicamente il controllo di qualche essere umano e soltanto per farsi riconoscere da Evelyn, Max e Joseph, per potersi connettere a loro, per interagire, come un dio che appaia, ma in realtà non sia, onnipotente, un dio che non riesca a comunicare con gli uomini e che sia costretto a farsi carne pur di interagire: ovviamente un dio che soffre di solitudine sarebbe un dio piccolo, ma è ciò che ci propone Transcendence (e non solo Transcendence).

Un punto che merita considerazione è che le paure e le convinzioni di Max, del Governo e di Joseph sono semplici e tutto sommato infondate preoccupazioni.
Non compare in tutto il film una reale minaccia all’umanità, non c’è traccia di violenza, non c’è crudeltà. Will sarebbe in grado di costruire infinite copie di se stesso, di penetrare e definirsi, di prendere forma ovunque, in cielo, in terra, nell’acqua, inglobando l’intero pianeta, con lo scopo di veder sorgere l’alba di un’era più avanzata.
Il timore che ogni cosa, in questo modo, perda significato e sia fagocitata della super mente, asservita alla macchina, non ha un fondamento narrativo – ed epistemologico – di alcun tipo.
Non credo sia un errore o una svista: penso invece a una specifica scelta di tematizzazione, una mossa ragionata e consapevole.
Fino alla fine, infatti, Will o ciò che ne è di lui, si manterrà fermo nella convinzione di poter realizzare il sogno che aveva condiviso in vita con Evelyn: “guarire l’ecosistema, far ricrescere le foreste, rendere l’acqua pura, salvare il pianeta, costruire un futuro migliore”.
Nella prospettiva della Macchina, di Will, non c’è incompatibilità tra natura e tecnologia, uomo ed ambiente, animale e vegetale: le classificazioni tassonomiche e le categorie che siamo soliti utilizzare, semplicemente, si rivelano come misere ossificazioni del concetto che inficiano la libertà e la pienezza stessa di pensare ciò che non siamo e ciò che siamo.
Gli schemi e le dinamiche di riconoscimento dell’alterità e di sé si radicalizzano in un movimento che esercita una sola forma di violenza, ossia la violenza insita nello sforzo di rimuovere i segnavia, assunti come validi a priori, che tracciano i confini dell’identità personale.
Ciò che il Governo, Joseph e Max identificano come pericolo è la possibilità di doversi riconoscere come esseri sicuramente autonomi, ma nondimeno connessi (alla Macchina, alla terra, all’aria, ad altri umani), come soggetti interdipendenti, plasmati e plasmabili (dagli elementi, dalla Macchina), come individui definiti dall’ambiente e, quindi, dalla Macchina.
È per questo che decidono di arroccarsi e combattere (il minaccioso) Will, che è l’unico soggetto a non leggersi come mente separata da un corpo, l’unico a non tracciare distinguo tra processi di generazione dei tessuti e processi di generazione del pensiero.

Aveva bisogno di chiudere la storia, il regista, e ha deciso di optare per una closa shakespeariana, dove Will imbocca il viale del suicidio assieme ad Evelyn, pur di salvare l’amico di sempre, Max, ostaggio dei terroristi: il trascendente accetta di lasciarsi infettare da un virus che, causando un blackout mondiale, avrebbe spento e danneggiato irreparabilmente anche il suo sistema operativo.

Al di là del semplicistico culminare degli eventi nel mito romantico dell’amore eterno, al di là delle parafrasi evangeliche, quelle che vengono messe in moto dal film sono dinamiche di riflessione tanto basiche ed elementari, quanto dannatamente attuali: ad interrogare in modo così pop e radicale, per oggi, non ci hanno pensato Hegel, Heidegger o Kant, ma ci ha pensato Pfister.
Niente male, per un esordio alla regia stroncato dalla critica.

guido dalla casa
L’autrice
Laura Ponte
Laura Ponte, friulana, lavora e vive a Milano. Ha frequentato l’Università degli Studi di Padova. Appassionata di filosofia, cinema e letteratura, inciampando sulle pieghe della definizione dei concetti di arte, persona, animale, natura, prova – non sempre con successo – a ricordarsi che è viva.
 
 
 
 
 
Eleonora
Eleonora
Eleonora Adorni, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.