venerdì, giugno 5, 2020
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L’universo del post-umano. Quel sogno irrealizzabile. Una piccola riflessione sul dolore. di Manuela Macelloni

ad Ernst Jünger

«Siamo fatti per accogliere il mondo». Questa frase di Roberto Marchesini riecheggia potente nel mio cervello in questi giorni. Quando ci si trova innanzi a un fatto epocale, a un accadimento che trascende il nostro privato ma che colpisce tutti, indistintamente, le categorie del dolore cambiano radicalmente. Non si può più soffrire per la propria intimità e neppure nella propria intimità: è come se venisse sottratto il diritto alla sofferenza. Il dolore diviene qualcosa di prossimo ma distante, di vivido ma altrettanto artificiale giacché incapace di trovare un luogo in cui sedimentarsi. È un dolore camuffato, mascherato, senza volto ed è un dolore inenarrabile. È statico, fermo, bloccato e al tempo stesso inafferrabile. Sta. Attende di essere definito. È rinchiuso dentro le nostra mura domestiche, è in noi, è con noi ma al contempo ci è completamente estraneo. Pensavamo fosse possibile mettere il dolore alle porte, eravamo convinti di poterlo distanziare ma esso ha trovato un nuovo modo per palesarsi ai nostri occhi, in una forma del tutto estranea da come lo avevamo conosciuto in precedenza. Forse è per questo che si ha necessità di assumere un linguaggio bellico: la guerra la conosciamo, essa ha un volto, il suo dolore è stato narrato ed è in qualche modo narrabile. Se davvero ci confrontassimo con questo dolore dovremmo solo tacere. Stare a guardarlo senza potergli dire niente. L’impotenza umana dinanzi a tutto ciò trasforma l’essenza del dolore, lo trasla e questo macigno di consapevolezze sfugge dalle nostre mani. La storia è entrata e per quanto, come nel film di Bertulucci, The dreamers, si sia cercato di crearsi un mondo alternativo ai fatti, la storia si fa spazio, rompe il verto della finestra per fare capitolino nelle nostre anime. È una storia che non conosce precedenti, che non ha narratori capaci di traghettarci dentro il buio di questa condizione. È come se all’uomo contemporaneo fosse stato rubato il più potente dei suoi veli di Maya: la convinzione di poter contare in un progresso illimitato. La tecnologia ha mostrato i suoi limiti oggettivi: nonostante i proclami dello stato di evoluzione della scienza, votata a un grado di perfettibilità assoluta, la gente cade, cade come mosche, cade senza una giustificazione, cade per un’influenza. E allora quest’uomo forte, antropocentrico, guida dell’universo, padrone indiscusso di ogni scena globale viene sconfitto: irriso dalla natura, capace di metterlo al tappeto con un piccolo virus. Eppure nelle nostre fantasie antropocentriche c’era il mind uploading, la vita eterna, la gestione di menti e universi nutriti dalle nostre indubbie smanie di grandezza. Quell’uomo capace di pensarsi completamente distinto dalla natura, vanesio nel suo giocare un ruolo da oppositore ai cicli biologici dell’ecosistema si trova oggi spaesato. A nulla servono le sue evoluzioni grandiose, le sue macchine, le intelligenze artificiali: immobili sono i volti delle città super tecnologiche, penetranti gli echi di vuoto che rimbombano silenziosamente tra le strade spoglie di persone e mezzi. Tutto resta completamente impietrito dianzi al ritorno dell’animalità. Dal richiamo profondo al nostro essere animali e solo animali. È appunto questo il tradimento più grande che la tecnica ha sferrato nei nostri confronti: non solo si è rivelata del tutto inadeguata dal difenderci dall’imperversare di questo male – di porci al sicuro, in quella zona di confort in cui il dolore non potesse entrare – ma ha oltremodo mostrato la sua insufficienza. Il paradigma dell’uomo destituito dalla natura, evolutivamente autonomo, perfettamente integrato in ambienti asettici e tecnofili sta drammaticamente mostrano la sua natura fallace. Penso alle scene di giovani seduti al bar intenti nei loro aperitivi con in mano il cellulare. Questa immagine di condivisione nell’isolamento continua a pulsarmi nella mente come lo fanno le parole iniziali che ho citato di Roberto Marchesini. La nostra animalità ha rotto le catene mostrandoci come non ci basti “essere” attraverso uno schermo, il nostro essere, la nostra ontologia, per la prima volta, percepisce queste forme di contatto come del tutto inadeguate. E allora ci si affaccia alla finestra per vedere un essere umano vero, si organizzano dei concerti dai balconi per sentire il calore del corpo, si sente necessario “sporcarsi di mondo”. Si ha voglia di annusare ancora una volta l’odore acre dell’essere umano, del suo sudore, del suo essere corpo all’ennesima potenza. Si ha voglia di riconoscersi nel corpo di chi incontriamo, di riscoprire nel tatto la visceralità del nostro sentire che ci rende finalmente consapevoli del fantastico sistema biologico che ci anima. Noi siamo humus, siamo terra. Questo ritorno alla primitività, ai famosi bisogni primari – si pensi anche alla rincorsa al cibo nei supermercati – ci rende nudi, spogliati di quell’arroganza antropoietica che guida da anni la nostra storia. Questa nudità non è però inadeguatezza ma scoperta su cui poggiare le basi per un nuovo cammino di consapevolezza. La nudità non è espressione di un vuoto da colmare in maniera autonoma, ma di un silenzio che riecheggia di mondo, giacché solo il mondo potrebbe dare risposta alle nostre domande, lenire il nostro dolore. Quando il mondo si sottrae e ci viene negato è l’animale che è in noi che rompe le catene. E le catene che ci imprigionavano sono ben differenti da quelle che la filosofia per anni ha chiamato istinti, pulsioni in un cammino d’ascesa che ci voleva altro dal nostro essere animali. Le catene sono proprio quelle che ci hanno fatto credere di non avere bisogno di mondo. Il nostro essere è affamato di mondo e, proprio quando il mondo si sottrae, la fame d’esso si fa sempre più forte. La scomparsa dell’altro, il restare in compagnia solo dell’elemento tecnico – di fatto ogni rapporto in questo momento è mediato da mezzi tecnologici – ha messo in luce come la tecnologia sia solo una parte di una complessa realtà fatta di intersezioni che alla base hanno però un unico predicato declinabile: l’animalità. Siamo fatti per accogliere il mondo e, là dove il mondo scompare, non è possibile sostituirlo con immagini virtuali perché la carne di cui siamo composti è della stessa sostanza di cui è fatto l’universo, e abbiamo bisogno di mettere in circolo i nostri materiali biochimici, abbiamo bisogno di ibridarci con le sue differenti realtà. Abbiamo bisogno, questo è ciò che emerge. Questo bisogno è dettato dalla vita, da un principio desiderante che anima il nostro esistere. Togli il desiderio e non resterà più nulla. Ma non vi può essere desiderio senza un corrispettivo in cui esprimerlo: il mondo è l’unico teatro in grado di accogliere la complessità dei nostri bisogni, delle nostre motivazioni. Ogni altra forma è solo un parziale. È un dolore questo a cui non eravamo preparati. Un dolore che ci sottrae dall’unico teatro in cui è davvero possibile inscenare la biografia della propria vita; ci è stato sottratto il luogo in cui dire chi siamo. E in questo dire potevamo accogliere ciò che non eravamo per diventare, ancora una volta, ancora di più noi stessi. Il silenzio delle nostre città è lo stesso silenzio che anima la nostra intimità in questo momento: il tacere del mondo che si sottrae e sottraendosi porta via pezzi di noi, li fagocita. Non sono solo i morti ad andarsene ma anche noi, che restiamo vivi, a guardare una vita che ci viene sottratta. Quella stessa vita che bulimicamente abbiamo divorato fintanto che non è rimasto più nulla, convinti che la relazione con il mondo non fosse un donarsi reciproco ma un possesso su cui esercitare in termini assoluti l’autarchia umana. Ferire brutalmente il mondo nell’atto parricida è l’esatto contrario che accoglierlo. Sferrare contro di lui la nostra forza, la potenza delle nostre tecnologie, senza ascoltare i suoi richiami, senza accarezzare le sue debolezze, senza comprendere che da quella stessa terra aveva origine anche il nostro substrato ontologico. Uccidere il padre, un padre vecchio, malato, malconcio che ormai erano anni che ci incalzava con grida di aiuto, per poi capire che senza padri non si hanno origini. Che senza origini non si ha storia. Che senza passato non si ha un futuro. Forse ora è tempo di comprendere a fondo la nostra identità, riflettere su quel concetto di eco-ontologia da intendersi come connessione profonda tra noi e il tutto, adesso, che siamo fagocitati in quell’incubo che profeticamente Marchesini aveva definito il tramutarsi dell’umanesimo. Che la Terra ci perdoni. Che il mondo voglia accoglierci ancora giacché l’uomo senza mondo non è uomo. Penso alle parole di Günther Anders quando scrisse “un uomo senza uomo in un mondo senza mondo” forse inconsapevole dell’interdipendenza che c’è tra questi due elementi ma prevedendo il pericolo che si celava dietro all’esposizione illimitata al fenomeno tecnologico se interpretato quale forma di assoluta autonomia dell’umano. Gli esiti sono appunto questi: un mondo senza mondo, un uomo senza uomo, schermati nelle nostre mura domestiche mai state tanto fredde, isolati in un dolore che non sappiamo comprendere giacché ancora increduli di aver perduto l’unica cosa che davvero eravamo: il mondo. Ora tutto deve essere perfettamente sterile, i nostri stessi volti celati da una maschera di distanziamento emotivo, sociale, i nostri contatti limitati: abbiamo realizzato l’orizzonte asettico della pura tecnicità. Abbiamo azzerato le relazioni mantenendo solo rapporti, quei rapporti gestiti a una certa distanza “di sicurezza” per difenderci. Tutto resta fuori, imperscrutabilmente eluso da ogni forma di contatto effettivo ed affettivo. Siamo senza presente, siamo senza passato, siamo senza futuro in una dimensione che ci pone in un orizzonte a-temporale giacché incapaci di configurare una fine. Siamo macchine che rispondono a domande non proprie. Macchine che continuano la loro funzione senza poter domandare in alcun modo il senso e la direzione di essa. Macchine pronte ad obbedire ad ogni richiesta con il rischio di essere altrimenti azzerate. Dove è l’uomo? Quando l’uomo ha perso la bussola di mano senza neppure accorgersene? Una riflessione su questo nuovo tipo di dolore è una riflessione sull’uomo, l’uomo che verrà, se ci sarà ancora spazio per essere uomini.

 

Manuela Macelloni

 

Bibliografia di riferimento

E. Jünger, Sul dolere, in Foglie e pietre, Adelphi, Milano, 1997, pp. 139-185.

G.Anders, L’uomo è antiquato I. Considerazioni sull’anima nell’epoca della seconda rivoluzione industriale, Bollati Boringhieri, Torino, 2003.

R. Marchesini, Alterità. L’identità come relazione, Mucchi, Bologna, 2015.

R. Marchesini, Emancipazione dell’animalità, Mimesis, Milano – Udine, 2017.

R. Marchesini, Eco-ontologia. L’essere come relazione, Apeiron, Bologna, 2018.

 

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