lunedì, dicembre 16, 2019
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L’ibrido che sarà in noi – di Roberto Marchesini

Estrema libertà o maggior controllo? In Svezia, uno dei paesi europei più rapidi nell’abbandonare l’uso del contante, è diventata una vera e propria moda: un microchip installato pochi millimetri sotto la pelle per sostituire le chiavi di casa e le carte di credito, per prendere taxi e mezzi pubblici. Il Centro Studi Filosofia Postumanista vi propone una riflessione a riguardo di Roberto Marchesini.

Il Novecento ha trasformato la nostra prospettiva identitaria attraverso due grandi rivoluzioni: i) quella informatica, che ha dato vita a simulazioni elaborative e cognitive con importanti slittamenti nel decentrare l’essere umano da quella posizione di centralità che caratterizzava il paradigma umanistico; ii) quella biotecnologica, che ha creato una sorta di orizzontalità applicativa del bios, prova ne siano l’ingegneria genetica e la clonazione, che è andata a completare quella epistemologica introdotta dal pensiero darwiniano.

A perdere di significato progressivamente sono le dicotomie oppositive, prima fra tutte quella tra natura e cultura, e di seguito tra invenzione e scoperta e tra umano e non-umano, su cui si era fondato il pensiero occidentale. L’informatica, non solo mette a disposizioni macchine elaborative, aprendo la strada all’intelligenza artificiale e a strumenti in grado di risolvere problemi e di apprendere, e quindi di un’evoluzione propria che oltrepassa l’istruzione data dal programmatore, ma altresì mette di fronte all’essere umano la sua limitatezza in tal senso, facendo emergere i numerosi biases cognitivi che lo caratterizzano.

Senza entrare nelle prospettive fantascientifiche del mind-downloading, una dimensione che cambia la res cogitans cartesiana con la res informatica, l’informatica introduce una dimensione digitalica dello strumento che, di fatto, connette in un unico ecosistema le diverse declinazioni dell’analogico, rendendo anche l’essere umano passibile d’introiezione nell’info-mondo. Una prima seppur timida applicazione di questa assimilazione ontologica è data dalla possibilità di costruire delle interfacce sempre più infiltrative e wire-less tra l’organismo e i diversi supporti informatici, tali da slittare la dimensione prassica del digitare in quella più diretta e irenica del pensare.

In effetti, qualunque innesto di microchip all’interno del corpo può consentire un’interazione diretta con la macchina, per semplice esposizione, ma nulla vieta poi di creare interfacce più consistenti con l’apparato senso-motorio in modo tale da realizzare la prestazione attraverso il pensiero. In genere si è molto sorpresi e direi quasi atterriti da questa prospettiva infiltrativa del macchinico all’interno dei sacri recessi somatici, a volte persino scandalizzati, salvo poi ricrederci quando si tratta di emendare particolari condizioni di deficit senso-motorio da incidente o da patologie degenerative. Stessa cosa avviene per le prospettive biotecnologiche, viste come hybris dell’essere umano verso una natura considerata perfetta già di per sé, senza contare che se accettiamo il pensiero evoluzionista non è data una perfezione in natura e i processi biotecnologici sono all’ordine del giorno, per cui il problema è semmai riferibile a una nostra percezione di titolarità sul vivente.

Ma, a ben vedere, questa lettura che pone un limes invalicabile tra il corpo e la tecnopoiesi è né più né meno che uno stantio retaggio culturale che nasce da una lettura scorretta del rapporto tra il corpo e la techne. In realtà ogni tecnica-tecnologia è infiltrativa, in quanto guida i processi ontogenetici dello sviluppo, per cui tanto l’apparato neurobiologico quanto i sistemi linfatico ed endocrino – in realtà un unico macrosistema a rete d’interfaccia – si sviluppano sulla base delle controparti adattative che incontrano, esattamente come lo sviluppo della chioma di un albero rispetto alla luce.

Ciò che va mutato, se veramente vogliamo comprendere i cambiamenti in essere, è il paradigma culturale con cui interpretiamo il ruolo della tecnica nell’ontologia umana. La tradizione umanistica considera il dimensionamento culturale, e quindi anche il rapporto con la techne, come complementare, quindi è portato a dedurre che tra natura e cultura vi sia un rapporto di proporzionalità inversa. In fondo il mito prometeico, dell’essere umano incompleto che riceve risarcimento e completezza attraverso la techne, campeggia ancora nel nostro modo di leggere questo rapporto, ma si tratta di un errore grave, sia da un punto di vista biologico sia nel modo di leggere l’interfaccia tecnopoietica. Il futuro ci mostrerà indubbiamente una crescita d’ibridazione tra umano e macchinico, con esiti assolutamente imprevedibili, ma si tratta di una storia di contaminazione già avviata da millenni.

 

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