martedì, novembre 19, 2019
Home > Segnalazioni > Recensioni > Semi per il futuro: una collana per l’uomo che verrà – Di Manuela Macelloni

Semi per il futuro: una collana per l’uomo che verrà – Di Manuela Macelloni

La collana Semi per il futuro è un progetto diretto da Natan Feltrin e Nicola Zengiaro per la casa editrice Graphe. Due sono i volumi fino ad ora pubblicati, il primo Umani prede e predatori che comprende due saggi: Siamo ciò che ci mangia. Homo Sapiens e i grandi carnivori di Natan Feltrin; e un altro scritto da Federica Lovato dal titolo Dalla predazione dell’animale alla distruzione dell’ecosistema. La caccia come origine della sovranità dell’uomo sulla natura.

Il secondo volume, Il mondo dell’animalità: dalla biologia alla metafisica, contiene anch’esso due lavori: il primo di Daniele Palmieri, Quale ambiente difendere? Una riflessione si Umwelt a partire da Jakob von Uexküll e un secondo di Nicola Zengiaro, L’animalità come forma-di-vita. Postille a «I due dogmi dell’antropocentrismo». Si attende, in pubblicazione a settembre, il terzo volume La natura. Questioni di etica, con saggi a cura di Yuri Conti e Sofia Righetti.

Nella postfazione al primo volume di questa collana Leonardo Caffo definisce questo lavoro un’opera d’arte da intendersi propriamente come atto di sfida a ciò che è consolidato e quindi uno squarcio che si apre inarrestabile nella realtà.

Questa collana effettivamente pare farsi carico di un messaggio fondamentale proclamato dal postumanismo e più propriamente da Rosi Braidotti la quale intima alla filosofia di avere un presente: la filosofa insiste sul fatto che le discipline definite umanistiche non possono ridursi ad essere unicamente storia di un pensiero ma debbono ispirare e fondare il pensiero; possiamo dire che questa collana interpreta a pieno titolo questo intento incarnato nella filosofia del postumanismo.

La sfida è quella di fare filosofia e di non essere l’oggetto passivo di una storia che per molti anni ha schiacciato la vivacità di ogni pensare. In entrambi i primi due volumi pubblicati assistiamo a una risurrezione vera e propria di un filosofare oltre le ceneri dell’umanesimo e della tradizione nel tentativo, non solo di produrre un coefficiente teoretico di sostanza ma, nel prendere tra le mani i veri problemi della nostra epoca, giacché, proprio le sfide che l’epoca impone, sono figlie di un sottosuolo filosofico importante che ha guidato l’uomo nel suo rapporto con il mondo.

Questi semi per il futuro pongono sotto scacco la visione per cui la filosofia sarebbe pura astrazione non inerente con la realtà e contraddicono la lettura prettamente storiografica della disciplina che la porrebbe come una dottrina inutile e desueta, mostrando invece come, ogni azione compiuta dell’uomo nel corso della sua esistenza, sia frutto di un sistema filosofico presente implicitamente nel sottosuolo esistenziale e di un’auto-interpretazione legata ad una specifica lettura del mondo.

 

 

Nell’articolo di Federica Lovato risulta evidente che, anche il cacciatore, anche l’uomo semplice, che nella sua misera pochezza trova divertente la sadica attività di uccisione di un innocente, è animato a compiere questa azione a causa di una lettura che Homo Sapiens ha offerto al mondo, mostrando come quella azione, che pare così profondamente lontana da ogni sorta di riflessione filosofica, sia in realtà la conseguenza di un’impostazione antropocentrica e dominatoria che ha guidato il nostro stare nella realtà.

Lovato evidenzia, nella sua interessante ricostruzione del fenomeno della caccia, come l’uomo sia passato gradualmente dal vivere con la natura al vivere in essa esercitando un’azione di dominio e di possesso. Questo tipo di atteggiamento è frutto di una presunta superiorità che guida Sapiens nel suo rapporto con le altre specie, la realtà e la biosfera tutta, non sentendosi parte di un sistema ma padrone assoluto del tutto. Le radici di siffatto atteggiamento sono profonde, lontane e si annidano in maniera del tutto inconsapevole come archetipi nella storia del pensiero e nella lettura che l’uomo dona a se stesso. Il semplice atto del cacciatore che indossa gli stivali e brandisce il fucile per andare a trascorrere una piacevole – quanto sadica – domenica con gli amici, nella banale convinzione di fare dello sport, nasconde quindi un atto filosofico profondo, cela secoli di tradizione occidentale che ha voluto celebrare l’humanitas quale unica forma degna di vita.

Un atto banale, un divertissement alla mercé della nostra specie, rivela come gli uomini valutino la loro esistenza di specie superiore a quella di ogni altra e superiore anche ad ogni equilibrio naturale. L’uomo di fatto si considera all’esterno del cerchio della vita, esonerato dalle sue leggi, poiché convinto di poter dettare lui per primo la legge. Spostare il vettore di valutazione, spostare l’uomo dal centro della biosfera alla periferia del tutto, considerandolo come parte di un organismo più grande, che non domina, ma, semplicemente, lo comprende, significa non solo suggerire una nuova lettura ontologica dell’essenza della specie umana ma, inaugurare una nuova dimensione di umanità che si spende e si declina in un’etica e quindi in dei comportamenti radicalmente differenti.

Ecco allora che si comprende come Sapiens non possa prescindere da una rinnovata lettura della sua dimensione antropologica se vuole salvare non solo le sorti del suo destino ma della biosfera intera.

Natan Feltrin nel suo saggio, Siamo ciò che ci mangia. Homo sapiens e i grandi carnivori, rivela come sia fondamentale «rimettere in discussione tutte le pratiche quotidiane che il filtro linguistico ha reso distanti, o meglio aliene: riposo, gioco, accoppiamento e alimentazione» (p. 22). Trovo questo un passaggio importante giacché in grado di mettere in luce come la filosofia del postumanismo non si soffermi a semplici sofismi filosofici ma intimi all’umanità di “sporcarsi le mani” – oppure dicendola con il filosofo Roberto Marchesini, intervenuto per la postfazione del secondo volume, «sporcarsi nel mondo»1 – per comprendere dove sia il vero luogo della vita, per riaccendere quel senso del bios che si può tradurre solo in un auto-comprensione differente – eco-ontologica2 – in grado di ricondurre la specie umana al nucleo effettivo della sua ontologia: l’animalità. Animalità intesa come appartenenza a un sistema che non solo deve essere rispettato, ma di cui si ha il dovere di prendersi cura. E la cura non sta nella manipolazione ma nell’ossequio della diversità e della plurivocità, anche dove questa plurivocità possa apparire minacciosa per la sopravvivenza di Sapiens.

Ne segue che, da un’interpretazione ontologica differente, offerta da Nicola Zengiaro sulla scia della filosofia di Leonardo Caffo, di allontanamento e abbandono effettivo dell’antropocentrismo metafisico le ricadute non possano persistere solo su di un piano filosofico: decentrarsi metafisicamente significa anche, soprattutto, modificare il proprio atteggiamento nei confronti della realtà e quindi, dicendola con Feltrin, re-imparare a riposare, giocare, accoppiarsi e alimentarsi.

Si tratta di piccoli semi, piantati per far germogliare un uomo nuovo, un uomo che, in maniera del tutto inconsapevole, positivamente ignorante, si approccerà al mondo e alla biosfera con una condotta differente: incosciente che ciò che lo anima è un pensiero filosofico, all’oscuro che è una nuova lettura della sua ontologia che gli ha permesso di vivere con rinnovata libertà ed appartenenza con la biosfera. Quell’uomo nuovo che il pensiero della differenza, il postumanismo, sta cercando di far emergere è colui che saprà nutrirsi del mondo senza fagocitarlo, saprà saziare se stesso della biodiversità e che non ingaggerà inutili sfide con la natura che lo circonda per sentirsi superiore. È questa mancanza di consapevolezza a cui si deve mirare, è questo il seme che si deve piantare.

Un’umanità capace di essere finalmente libera dal peso della propria presunta superiorità.

 

Note

  1. R. Marchesini, Alterità. L’identità come relazione, Mucchi, Modena, 2015, p. 62. 
  2. R. Marchesini, Eco-ontologia. L’essere come relazione, Apeiron, Bologna, 2018. 
Eleonora
Eleonora
Eleonora Adorni, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.