martedì, novembre 19, 2019
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Morale Onlife. Problemi di soglia tra soggettività postumana e neoalterità robotica – di Alessia Araneo

Copertina_Alessia_Araneo

Orientarsi in uno spazio che ha perduto i propri confini e in un tempo che ha perduto la sua diacronia a favore di un infinito presente sincronico richiede un ripensamento delle categorie con cui, fino ad ora, si è interpretato il reale e, con esso, l’essere umano.

L’instaurazione di un mercato globale e l’infiltrazione delle Information and Communications Technology (ICT) hanno sfarinato la tenuta dei confini territoriali; lo sgretolamento delle metanarrazioni del passato ha generato quella incredulità che Lyotard ha definito Postmodernità; l’assunzione della tecnopoiesi quale momento indispensabile della ontopoiesi, nonché la “scoperta” della continuità esistente tra l’essere umano, tutti i viventi e il loro ambiente hanno generato una dinamica di antropo-decentramento culminata nel cosiddetto Post-human: la confluenza di questi fattori e la condizione di smarrimento che ne è derivata invocano la necessità di nuovi strumenti di lettura antropologici, morali, filosofici e politici.

L’intenzione che ha mosso e guidato la mia tesi di dottorato è stata proprio quella di evidenziare il gap che si sta consumando tra le crescenti possibilità a disposizione dell’uomo e modelli morali – e, più generalmente, filosofici – e di governance anacronistici, inadeguati.

Per suturare questa cesura − all’interno della quale proliferano ermeneutiche dell’umano variamente fideistiche, manichee o apocalittiche – è necessario partire da un ripensamento delle categorie interpretative del soggetto, fino ad arrivare al suo superamento a favore di una soggettività postumana.

La rappresentazione antropologica che dall’Umanesimo rinascimentale in poi intriderà buona parte della cultura occidentale descrive l’uomo come un impasto di biologia non caratterizzante, ossia non distintiva dell’uomo dal resto degli altri animali, e di libero arbitrio, condizione invece peculiare dell’uomo. Libero di plasmare il proprio destino e dotato di una importante capacità creatrice, l’uomo forgia gli strumenti tecnici, e più generalmente culturali, che gli occorrono per governare, manipolare e indirizzare l’originaria natura indefinita.

Ed è così che natura e cultura, bios e techne si configurano quali domini caratterizzanti l’essere umano, alternativamente considerati in opposizione o in continuità. La posizione interstiziale dell’uomo, che si pone sulla soglia tra la pre-determinazione della componente biologica e quello spazio di libertà in cui si esprime la sua attività creatrice, costituisce il motivo per cui il rapporto tra natura e cultura è di così difficile definizione. L’opposizione tra bios e techne ha a lungo informato di sé la tradizione occidentale e lo ha fatto muovendo da una premessa preliminare: l’insufficienza costitutiva del corredo biologico dell’uomo. Il tema dell’incompletezza biologica ha attraversato i secoli, lasciando tracce carsiche e ipogee oppure solchi più evidenti.

Dal mito al manifesto dell’Umanesimo fino all’antropologia di Arnold Gehlen, la “carenza” biologica, il fatto cioè di considerare l’uomo come “essere mancane” (Mangelwesen) ha costituito una premessa ermeneutica fondamentale per la comprensione del vivente, nonché il cespite di una rappresentazione antropologica antropocentrica.

Rappresentazione che, tuttavia, viene completamente rovesciata da Roberto Marchesini, il quale afferma che «è proprio nella ridondanza di possibilità biologiche che si realizza quella virtualità di partenza che consente il dispiegarsi della libertà attuativa a fondamento dell’ontogenesi»[i]. La ricchezza potenziale, dunque, e non più l’indigenza effettiva, costituisce la premessa della nuova rappresentazione dell’uomo. Il substrato biologico dell’uomo, lungi dall’essere carente, rivela una pletora di possibilità: status che sottende altre due condizioni. La prima è legata all’indispensabilità della tecnica; la seconda all’indispensabilità di una alterità a cui riferire la virtualità da attuare. La tecnica, infatti, è il modo attraverso cui si specifica la virtualità; l’alterità, biologica o tecnologica che sia, rappresenta il partner con cui instaurare la relazione di prestazione. Portata a termine l’operazione, la stessa funzione strumentale attribuita al supporto bio-tecnologico si tramuta in funzione causale agente direttamente sul soggetto, fino a condizionare la virtualità originaria e a modificare lo spazio ecologico dell’uomo.

Questa intrinsechezza del rapporto tra soggetto e alterità sconfessa l’idea di una presunta verginità ontologica dell’uomo, a favore di una soggettività che prende forma proprio nella promiscuità ontologica.

L’alterità diviene ipseità nella misura in cui − a tutti livelli, a partire dalla configurazione neuronale del singolo che necessita di un partner a cui riferire le proprie virtualità, fino al livello intersoggettivo e più ampiamente politico, che si danno solo laddove esiste una pluralità di soggetti − si pone quale condizione trascendentale della soggettività.

Allorché l’essere umano si ritrova a essere vivente tra i viventi − caratterizzato da una soglia (tra sé e l’altro, interno ed esterno) cangiante e costantemente rimodulabile – si sgretola quella cornice ermeneutica che si era imposta a partire dal Quattrocento e granisce una nuova interpretazione dell’umano e del suo ecosistema: il Post-Umano.

Quella del Post-umano, prima ancora di essere un’interpretazione, è una condizione seguita alla sempre più incalzante penetrazione delle biotecnologie nel corpo dell’uomo, alla loro sempre più evidente incidenza nella strutturazione del nostro ambiente, all’illanguidimento dei confini tra umano, animale e non umano.

A questo proposito, Paolo Augusto Masullo definisce il posthuman come un “fatto”: The posthuman is the irreducibile ‘fact’ deriving from the process of changes in cognitive states that, during the twentieth century, triggered a ‘revolution’ in the possible paradigms that can be used, among other things, for a new and necessary definition of the image of man and human identity.[ii]

L’alterità si incista nel nostro Sé e l’identità di ciascuno altro non è se non la coalescenza di tutte le referenze esterne. Il posthuman supera la tradizionale concezione dell’uomo fondato iuxta propria principia: «L’antropo-poiesi è un atto di ibridazione, è cioè una liturgia di ospitalità, nel doppio senso di ospitare l’alterità, ossia di lasciarsi contaminare dall’alterità, e di farsi ospitare dall’alterità, ossia di eccentrarsi su una prospettiva differente»[iii].

Il nuovo protagonismo attribuito alla soggettività piuttosto che al soggetto non è l’esito di una mera velleità linguistica, bensì il segno di un avvenuto mutamento nella considerazione dell’umano. La soggettività, infatti, si riferisce a un processo di produzione di singolarità inclusivo, caratterizzato da una genesi partecipata e intenzionalmente aperta al mondo.

In questo moto di grasping esistenziale[iv], aperto e inclusivo, la soggettività postumana si confronta con le sempre maggiori possibilità ibridative e di potenziamento messe a diposizione dalla biotecnologie, dalle tecnologie informatiche e dalla robotica. La realtà configurata e cablata da queste tecnologie ristruttura l’esperienza della soggettività, dando vita a quella che Luciano Floridi definisce esperienza onlife[v], ossia inevitabilmente connessa; un’esperienza per cui non ha più senso porsi la domanda se sia on od off line, virtuale o reale.

Questo tipo di trasformazione, corollario diretto dell’infiltrazione delle ICT e del costante confronto con neo-alterità robotiche, è foriero di opportunità e di rischi, di estensione e di riduzione dell’umano. Si pensi agli agenti artificiali, al loro impiego nell’assistenza domestica e sanitaria, all’impatto emotivo e sociale di queste interazioni sull’affettività di soggetti vulnerabili e non solo, nonché alle criticità legate all’attribuzione di responsabilità agli agenti artificiali.

Per fronteggiare questi inediti problemi morali, giuridici e sociali, è indispensabile pensare a nuove forme della morale che sappiano, poi, guidare i sistemi di governance sovranazionali.

La morale a cui penso è una morale, come l’esperienza che viviamo, onlife, ossia inclusiva rispetto agli agenti artificiali con cui interagiamo e comprensiva rispetto alle estensioni del reale nel virtuale e viceversa. Una morale, cioè, che si faccia carico delle nuove forme di responsabilità con cui siamo chiamati a confrontarci e che sia in grado di fronteggiare i limiti della nostra “psicologia morale naturale”, ancora inadatta alle dimensioni della città globale, poiché sviluppatasi in contesti decisamente più ridotti.

Lo sforzo, dunque, è stato quello di traslare la condizione onlife su un piano prettamente e specificatamente morale, affinché questo torni a guidare la ricerca nel campo delle tecnologie digitali (e non solo), così come le politiche nazionali e internazionali.

Quanto queste ultime siano minacciate e costantemente messe sotto attacco dal potere accumulato da organizzazioni anonime in grado di avvalersi e di manipolare le tecnologie informatiche è ormai evidente, paradigmatico il caso di WikiLeaks; donde la necessità di un esercizio morale e giuridico sul tema.

Una morale onlife per una soggettività postumana consapevole di non poter che abitare una soglia, per di più popolata da altri: viventi, algoritmi e neo-alterità robotiche.

 

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[i] Marchesini R., Bioetica e biotecnologie. Questioni morali nell’era biotech, Apéiron, Bologna 2004, p. 30.

[ii] Maldonato M., Masullo P. A., Posthuman: consciousness and pathic engagement, Sussex Academic Press, Portland 2017, p. 113. 

[iii] Marchesini R., Contro la purezza essenzialistica, verso nuovi modelli di esistenza, in Pireddu M., Tursi A. (a cura di), Post-umano. Relazioni tra uomo e tecnologia nella società delle reti, Guerini e Associati, Milano 2006, p. 37.

[iv] Cfr, Guattari F., Caosmosi, Costa & Nolan, Milano 2007.

[v] Crf, Floridi L., La quarta rivoluzione: come l’infosfera sta trasformando il mondo, Raffaello Cortina, Milano 2017.

Eleonora
Eleonora
Eleonora Adorni, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it

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