venerdì, gennaio 18, 2019
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Umani troppi umani. Sfide etico-ecologiche della crescita demografica di Natan Feltrin

L’odierna nozione di cura, entro un contesto medicalizzato come quello occidentale in cui vige una forte cultura terapeutica, è orientata, soprattutto in Italia, in una direzione puntuale e univoca: l’accezione medico-terapeutica in un contesto di malattia. Questo accade, come già osservato da Luigina Mortari, anche per ragioni linguistiche: «Mentre in Italia ‘cura’ è usato indifferentemente per le pratiche di cura e il fornire terapie, nei paesi anglofoni esistono per queste due sfere dell’agire due termini distinti: care e cure»1

Se cure si limita a definire il ‘riparare’ carenze e lacune, esattamente come accade quando si combatte una malattia o si rimedia a una ferita, care ha a che fare con il prendersi cura di qualcosa o di qualcuno, nel senso di promuovere un pieno sviluppo del suo destinatario. Non si tratta, quindi, di un intervento lenitivo sui sintomi o sulle manifestazioni della sofferenza, ma di qualcosa che, come le cure parentali (parental care), mira alla piena maturazione dell’altro e alla protezione dalle minacce esterne.

L’ultimo libro di Natan Feltrin, Umani troppi umani. Sfide etico-ecologiche della crescita demografica, è un libro che parla di cura in ambedue le sue accezioni, perchè grazie a esso è possibile prendere atto di quanto il nostro pianeta necessiti di entrambe.

Secondo il premio Nobel per la chimica Paul Crutzen, infatti, abbiamo oramai lasciato l’Olocene, l’epoca geologica che ebbe inizio poco più di diecimila anni fa, per entrare in una nuova epoca storico-geologica detta Antropocene2caratterizzata dalla capacità dell’uomo, a causa del volume raggiunto dalle sue attività, di lasciare un’impronta ecologica tale da modificare l’equilibrio di tutti i fondamentali sistemi naturali del pianeta necessari al sostentamento della vita.

La portata di questo cambiamento, in grado di trasformare l’impatto umano sulla Terra in impronta stratigrafica, è drammaticamente documentata dai dati scientifici che evidenziano come, a partire dalla seconda metà del Novecento, i delicati equilibri naturali globali, a causa delle azioni dell’uomo, stiano gravemente mutando sino quasi a un punto di non ritorno.

Tutto questo è stato possibile a causa all’avvento di un ‘uomo nuovo’ capace, grazie all’ausilio della techne, di plasmare il mondo circostante come non aveva mai fatto prima. E se è vero che la nascita dell’agricoltura, che possiamo collocare all’interno di quel vasto e complesso processo inaugurato circa diecimila anni fa che oggi chiamiamo neolitizzazione, può già essere considerato l’inizio dell’alterazione dei cicli vitali del pianeta, allora potrebbe anche darsi che Olocene e Antropocene coincidano in toto, svelando la reale portata dell’impatto antropico su questo mondo.

Ciò su cui non possiamo avere dubbi, invece, è che l’Antropocene non è solamente il tempo dell’uomo-nuovo, ma soprattutto il tempo dell’uomo-al-centro, ossia l’era in cui Homo sapiens possiede una responsabilità di proporzioni sino a ora mai sperimentate nei confronti non solo del destino di tutte le specie viventi, animali e vegetali, ma anche dell’equilibrio stesso del pianeta.

Ma quali sono gli stravolgimenti naturali che imputiamo all’uomo nuovo e che costituiscono quel vasto e complesso fenomeno denominato crisi ecologica? Senza addentrarci nell’evidenza dei dati scientifici, facilmente consultabili nelle fonti citate nel testo, essi portano il nome di cambiamento climatico, consumo di suolo, scomparsa della biodiversità, acidificazione degli oceani, diffusione di agenti chimici, inversione del ciclo di azoto, ecc. Se la modificazione tecnica della natura non rappresenta certo una novità degli ultimi secoli, poiché Homo sapiens interviene sui cicli naturali già dall’invenzione dell’agricoltura, ciò che rappresenta invece un unicum nella sua storia, al punto da conferirgli quella responsabilità a cui abbiamo prima accennato, è l’aumento esponenziale della popolazione umana.  

L’umanità ha raddoppiato in 50 anni la sua popolazione (da 2 a 4 miliardi dal 1925 al 1975) per raggiungere, nel momento in cui scrivo, i 7.6 miliardi. Secondo l’ONU nel 2050 saremo 9,7 miliardi. In un mondo in cui l’80% delle risorse consumate non è rinnovabile, è abbastanza semplice comprendere l’entità di un disastro sempre più imminente. Volendoci addentrare in una similitudine priva di qualunque retorica, il comportamento della nostra specie non è per nulla dissimile a quello delle cellule tumorali, che, moltiplicandosi ed espandendosi all’interno di un organismo, ne causano la morte. Come un tumore stiamo infatti divorando le risorse naturali di un pianeta orami allo stremo, e lo stiamo facendo a un ritmo in costante accelerazione.

Il primo agosto di quest’anno è stato il giorno del fatidico Overshoot Day, vale a dire la data in cui l’umanità ha consumato le risorse che il pianeta produce in un anno. Dal primo agosto di quest’anno, dunque, viaggiamo in riserva. Nel 2017 l’Overshoot Day fu il 2 agosto, nel 2016 il 3. Nel 1971, anno in cui il Global Footprint Network cominciò il calcolo, l’Overshoot Day fu il 21 dicembre. Da quasi 40 anni l’umanità consuma più di un pianeta all’anno.

Non è un caso che l’aumento esponenziale della popolazione, e di conseguenza dei consumi, abbia comportato un Overshoot Day sempre più ravvicinato. Anzi, la crescita demografica è una delle cause principali.

Il rischio, sempre più prossimo, è l’avvento di una nuova e ulteriore epoca geologica che Edward O. Wilson ha definito Eremocene, vale a dire l’era della solitudine, in cui l’essere umano abiterà il pianeta in compagnia solo di specie animali e vegetali da lui stesso allevate e coltivate per il proprio sostentamento.

Perché l’esito di una crescita senza limiti, in un ambiente finito dalle risorse finite, è proprio quello di un’estinzione di massa che spazzerà via gran parte della biodiversità. Già oggi l’impatto di Homo sapiens sul pianeta mette a rischio il 70% delle piante, il 37% dei pesci d’acqua dolce, il 35% degli invertebrati, il 30% degli anfibi, il 28% dei rettili, il 21% dei mammiferi e il 12% degli uccelli. Senza dimenticare la percentuale più allarmante: il 97-98% dei vertebrati oggi esistenti è costituito dalla specie umana e dagli animali da essa addomesticati.

Cosa fare? La soluzione che propone l’autore è una risposta culturale rapida e radicale. Uno degli ostacoli più difficili da superare è senza dubbio il tabù della decrescita demografica volontaria e del cosiddetto birth control. Sin dalle origini, laddove gli esseri umani hanno trovato spazio e risorse per urbanizzare e moltiplicarsi, così hanno fatto. Trattasi di una caratteristica di specie, di una propensione innata e quasi istintiva.

Se poi pensiamo al valore retorico, politico ed economico sull’importanza della famiglia, soprattutto in tempi come quelli odierni in cui le correnti nazionaliste e identitarie stanno godendo di un nuovo e ritrovato vigore, è facile immagine quanto quello demografico sia un problema di difficile soluzione.

La situazione attuale, però, non concede alternative: o la politica e l’economia si adattano o verranno travolte da mutamenti contro cui l’umanità, nel giro di pochissimi anni, si troverà totalmente inerme. Inutile anche fare affidamento sulla techne o su fantasiose ipotesi di colonizzazione di pianeti lontani: in entrambi i casi mancherebbe il tempo, e, molto più importante, le soluzioni che ripongono le speranze in un futuro ipotetico sono una pericolosa scorciatoia che rischiano di deresponsabilizzare l’umanità e il suo agire presente.

L’umanità deve finalmente accettare, prima che sia troppo tardi, l’impossibilità di una crescita infinita in un ambiente finito e l’eventualità di reprimere l’istinto biologico della riproduzione. Questo significa assumere per se stessi quella che l’autore definisce un’etica della responsabilità. Il numero di figli procreati, così come il tipo di alimentazione o le modalità di produzione e consumo, non possono più, oggi, definirsi scelte personali o questioni di mero gusto, ma obblighi morali. Perché le proprie azioni, nello spazio e nel tempo presente, hanno degli effetti che si ripercuotono sull’intero ecosistema.

Ecco, dunque: care e cure. Care perché con le nostre azioni siamo responsabili del destino, della salute e dell’armonia di un pianeta che non è solo casa nostra, ma anche di milioni di altre specie animali e vegetali. Abbiamo quindi il dovere di prendercene cura, di assecondarne i meccanismi naturali e di preservarlo dalle minacce che l’impatto della nostra specie comporta. Cure perché questa nostra casa è da tempo malata a causa nostra.

Urge quindi un intervento massiccio di rigenerazione dell’ecosistema affinché la malattia che l’affligge, che coincide con la nostra presenza nel mondo, non evolva allo stadio terminale. È arrivato il momento di risarcire il pianeta dopo secoli di appropriazione indebita e uso sconsiderato delle risorse, è arrivato il momento di maturare come specie e imparare a frenare i nostri istinti più profondi e le nostre aspirazioni più distruttive prima che diventino tendenze suicide.

Ce la faremo? Difficile dirlo. Il tempo è limitato e la radicalità delle soluzioni proposte necessitano di un’autentica rivoluzione culturale su scala globale. Ciò che è certo è che non possiamo più permetterci il lusso di fare finta di niente.

Il libro di Natan Feltrin ha il merito di aprire gli occhi su questioni che troppo spesso tendono ad essere scaricate sulle generazioni future. Se fossimo all’interno della caverna platonica, invece, queste pagine sarebbero lo strumento con cui gli schiavi possono finalmente liberarsi dalle catene e dirigersi verso l’uscita, contemplare l’esterno, e poi tornare a liberare i vecchi compagni di prigionia. Non domani, ora.

Perché quello che ci sta dicendo l’autore è proprio questo: diventate testimoni consapevoli della realtà e aiutate anche gli altri a vedere affinché vi sia una presa di coscienza collettiva sugli enormi problemi di questo mondo nel più breve tempo possibile. Senza di essa, infatti, ciò che si prospetta per il futuro dell’umanità e di tutte le altre specie ha le sembianze di un dirupo da cui sarà impossibile risalire.

 

Yuri Conti

Note

[1] L. Mortari, La pratica dell’aver cura, Milano 2006, p. 29.

[2] Dal greco anthropos (uomo) e kainos (nuovo).

 

Eleonora
Eleonora
Eleonora Adorni, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it

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