sabato, dicembre 15, 2018
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Roberto Marchesini ospite alla “10th Beyond Humanism Conference” – Breslavia, Polonia

Roberto Marchesini parteciperà alla 10 edizione della Beyond Humanism Conference che si terrà dal 18 al 21 luglio all’Università di Breslavia, Polonia. 

L’incontro di quest’anno è dedicato alle “culture del postumano” e il filosofo italiano, Direttore del Centro Studi Filosofia Postumanista, porterà un intervento dedicato alla soggettività delle macchine a partire dal caso di Sophia, il primo genoide ad aver ricevuto la cittadinanza, in questo caso, dell’Arabia Saudita. Si tratta di un caso molto controverso che non ha mancato di destare scalpore nella comunità scientifica internazionale [Qui il video di Sophia che con un discorso pubblico ringrazia per la cittadinanza ricevuta]. Che cosa differenzia una macchina da un essere vivente? Sarà questo il nucleo centrale della presentazione di Marchesini.

 

La soggettività delle macchine

Nell’ottobre 2017, in occasione del Future Investment Initiative tenutosi a Riad (Arabia Saudita), Sophia, una genoide di ultima generazione, sviluppata dalla Hanson Robotic, ha ricevuto da parte del Re la cittadinanza saudita. Al di là delle polemiche sulla discrepanza con lo scarso riconoscimento della realtà femminile in carne ed ossa, la scelta del Regno saudita è emblematica dell’interesse espresso dalla nostra specie per la creazione di un interlocutore artificiale che possa assisterci (e in alcuni casi sostituirci) nelle scelte decisionali centrali alla società umana. Malgrado l’entusiasmo, però, vi è ancora molta confusione su cosa realmente si sia cercando, cioè su come rendere viva una macchina, sia sulle conseguenze etiche che questa creazione comporterà. Come dovremmo chiamare una macchina simile? E cosa dovrebbe rappresentare per noi? Una schiava, uno strumento o un’interlocutrice? Un aiuto prezioso per abbozzare qualche risposta a questi quesiti viene dal Postumanesimo e dagli studi di Etologia Filosofica. In altre parole, dal mondo della soggettività animale che, attualmente, rappresenta il primo esempio di soggettività non umana con cui interloquire. Il primo spunto fornitoci dal mondo animale è di tipo ontologico-esistenziale, e ci suggerisce che ciò che, realmente, stiamo cercando non è un’intelligenza artificiale in senso canonico, ma un soggetto artificiale. Non è, infatti, un supercomputer dotato di straordinaria capacità computazionale, ciò che stiamo inseguendo, bensì la capacità di intus-legere, ossia rapportarsi al mondo e risolvene gli scacchi spinti da desideri propri, interni. In ambito animale, la soggettività si caratterizza per quattro tratti salienti:

1) La costituzione organismica, che fa di ogni individuo un sistema complesso capace di introiettare nuova materia ed informazione per inaugurare dimensioni esistenziali inedite;

2) La natura desiderante, cioè l’essere caratterizzato da un’apertura delle proprie dotazioni, che induce l’individuo a muoversi e interoloquire con l’esterno (abiotico o meno che sia) per esprimere e appagare se stesso;

3) La senzienza, ovvero lo sviluppo di un Sé capace di sentire oltre che di rappresentare il mondo esterno, e quindi relazionarvisi in modo totale, sì da riconoscere e riconoscersi come interlocutore nel mondo;

4) La titolarità sulle proprie dotazioni, ovvero il non essere la mera esecuzione di un programma, bensì il possessore di dotazioni-strumenti che predispongono il come di un’espressione, non il perché.

Sono questi, perciò, i tratti che dovremmo studiare e tradurre in ambito artificiale se volessimo realmente creare una macchina viva. D’altro canto, è evidente che di fronte a un tale soggetto qualsiasi pretesa di dominio e strumentalizzazione assoluta sarebbe destinata a fallire. Un soggetto, infatti, è mosso da desideri, moventi propri, che seppur legati e formati sulla base di un dialogo del mondo, gli appartengono intimamente e non possono essere impartiti totalitariamente. Tanto assurdo ci pare essere la pretesa che un bambino risponda passivamente di ogni singola istanza genitoriale, tanto seriamente dovremmo prendere sul serio il fatto che nessuna macchina realmente viva sarà tenuta ad assecondare le nostre pretesa. La posta in gioco non è uno scenario alla Terminator, ma la nostra capacità di far fronte alla crisi ambientale. Infatti, come gli studi postumanisti hanno ben messo in luce, nell’era dell’antropocene esseri umani, macchine ed animali (ma dovremmo includere in questo anche le piante) non rappresentano più categorie impermeabili, ma soglie interagenti, con cui saremo chiamati a ibridarci sempre più spesso, se vogliamo ridurre il nostro impatto sul mondo e, di conseguenza, sopravvivere. È opportuno, perciò, che da una riflessione sulle leggi dei robot nei confronti degli umani, si passi a un dibattito sui doveri di quest’ultimi per i primi.

 

 

 

 

 

Eleonora
Eleonora
Eleonora Adorni, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it

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