domenica, gennaio 21, 2018
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Il rapace come animale totemico nel viluppo post-umanista uomo-falco — di Silvia Mutterle

Il Centro Studi Filosofia Postumanista vi propone un estratto dell’articolo di Silvia Mutterle (University of Exeter), pubblicato su Animali totem (Animal Studies, n. 18). L’autrice analizza, utilizzando una prospettiva postumanista, il rapporto tra l’essere umano e il falco, attraverso una ricostruzione storica dell’emergere della falconeria, un rapporto che plasma, vicendevolmente, l’animale umano e non umano. 

 

Gli animali non umani non sono stati solamente la principale fonte di sostentamento per l’umanità ma anche fonte d’ispirazione e importante movente a sviluppare una dimensione spirituale e soprannaturale (Herrick, Winkelman; 1993).

La cura di tale dimensione è stata affidata nella storia dell’umanità alla figura carismatica dello sciamano o sciamana, longitudinalmente presente in tutto il pianeta.

L’uomo o la donna di medicina, oltre che essere spesso un’eminente figura istituzionale, svolge soprattutto il ruolo di guaritore, accompagnato e sostenuto in tale mansione dall’ambivalente presenza dell’animale di potere o animale totemico. Le due figure sono inscindibili: lo sciamano non avrebbe senso senza i suoi animali di potere e gli animali non umani non avrebbero voce senza lo sciamano. L’animale totemico si pone quasi come la sublimazione di tutte quelle caratteristiche e virtù a cui l’animale umano aspira e che riconosce incarnate in creature a lui dissimili, ma dotate di doti altrettanto sovrumane.

In quest’ottica, alcuni animali non umani assumono ruoli particolarmente eminenti, che spesso s’ispirano alle prestazioni fisiche dell’animale corporeo oltre che spirituale. L’uomo primitivo o indigeno china il capo in segno di ammirazione e rispetto di fronte ad animali selvatici e soprattutto che possiedono qualità a lui negate.

Tra di essi spiccano i predatori alati: i rapaci, creature che risiedono in una dimensione liminale e sfuggente all’uomo e capaci di prestazioni atletiche eccezionali. Essi sono in grado di raggiungere vertici fisici percepiti anche come spirituali che per l’animale umano sono sempre apparsi irraggiungibili e spesso associati al divino e all’inesplicabile.

L’intuizione umana di addestrare rapaci a scopo venatorio nasce e si sviluppa in un’epoca non specificamente databile che risale a circa duemila anni fa e prospera inizialmente nelle steppe asiatiche (Epstein 1943).

Lo scopo primario del carpire rapaci selvatici e addestrarli a una caccia in tandem con l’uomo, è inizialmente motivato dalla consapevolezza che un rapace è in grado di catturare prede più efficacemente e rapidamente di lance o frecce, offrendo così un pasto rapido e sicuro.  Ma la caccia con il falco si trasforma rapidamente da un semplice mezzo di sussistenza a quella che è in seguito definita un’arte e rimane prerogativa soprattutto di sovrani e nobiltà.

 

L’autrice

 

Marco Polo nel suo Il Milione (Polo, Ronchi; 2006) testimonia le uscite a caccia dell’imperatore mongolo Gengis Khan con la sua corte, accompagnato da elefanti e decine di falconieri. Dalle steppe asiatiche la falconeria si propaga rapidamente alla Cina e al Giappone, dove rimane una peculiarità di una ristretta élite e diventa parte integrante dell’addestramento del nobile guerriero: il Samurai (Almond 2009; Reed 2013).

La caccia con il falco approda in Europa nel Medioevo, trovando la sua voce più autorevole nell’eminente figura storica di Federico II di Svevia, imperatore del Sacro Romano Impero, definito dai suoi contemporanei “stupor mundi et immutator mirabilis” (van Cleve 1972; p. 98) oltre che “il primo uomo moderno al trono” e conclamato precursore del Rinascimento Italiano (Andrewes 1972; p. 49).

L’imperatore non fu soltanto una figura storica controversa che si circondava di scienziati e ricercatori sia Giudei sia Islamici, contestando apertamente le soluzioni geografiche e cartografiche imposte dalla chiesa: egli fu soprattutto un fanatico della falconeria. Federico II redasse il più importante trattato mai scritto sulla falconeria il De arte venandi cum avibus (Federico II, a cura di Trombetti Budriesi; 2005), risultato di tre decadi (1214-1250) di studi scientifici che spesso collidevano con l’allora inattaccabile preminente fonte di conoscenza scientifica il De animalibus historia e De generatione animalium di Aristotele.

Ma l’opus magnum di Federico II non fu unicamente il primo trattato zoologico nel suo genere scritto in foggia scientificamente moderna, esso rappresenta soprattutto un manuale di precetti a cui necessita attenersi colui che aspira a diventare un provetto falconiere. L’imperatore elenca una serie di caratteristiche fisiche e morali che si confanno a chiunque intenda avvicinarsi a quella che egli non esita a definire l’arte della falconeria.

La sua visione della falconeria è quella di un percorso iniziatico dove la figura del falconiere è impregnata di un potenziale di formazione e soprattutto di trasformazione, imperniato nella centratura e nell’armonizzazione dell’individuo. Si tratta di un percorso prettamente spirituale oltre che di formazione che culmina nel precetto di Federico II: Governa te stesso per governare il falco (Federico II, a cura di Trombetti Budriesi; p. 257).

Quest’affermazione racchiude in sé la linfa del peculiare e sottile rapporto che si forgia nel viluppo uomo-falco. La natura prettamente aerea e sfuggente del falco, predatore schivo e solitario, che per indole non aspira a compiacere l’uomo né ad associarsi a esso, fa sì che sia il predatore umano a doversi plasmare e trasformare nel tentativo di potersi avvicinare al falco e conquistare la sua fiducia.

Il falco non può essere soggiogato o punito, pena la sua fuga immediata appena messo in volo. Esso non diviene mai mera proprietà dell’uomo in quanto il gesto stesso di concedergli il volo libero è un puro atto di fiducia tra due entità che si confrontano allo stesso livello.

La citazione del Dalai Lama esprime in maniera magistrale il viluppo uomo-falco:

 

Dai a colui che ami ali per volare, radici a cui tornare e ragioni per restare (Tenzin Gyatso, Ricard; 2005).

 

 

 

 

Silvia Mutterle

 

 

Bibliografia

Abram D. (2003), The spell of the sensuous, Vintage, New York.

Abram D. (2011), Becoming animal, Vintage Books, New York.

Almond R. (2009), Daughters of Artemis, D. S. Brewer, Cambridge.

Andrewes P. (1970), Frederick II of Hohenstaufen, Oxford University Press, London.

Colbert G. (2002), “Ashes and snow”, https://gregorycolbert.com, (9 giugno 2017).

Epstein H. (1943), “The origin and earliest history of falconry”, Isis, 34, 6, pp. 497-509.

Federico II, De arte venandi cum avibus,a cura di A. Trombetti Budriesi (2005), Laterza, Roma-Bari.

Haraway D. (2008), When species meet, University of Minnesota Press, Minneapolis.

Herrick R., Winkelman M. (1993), “Shamans, Priests and Witches: A Cross-Cultural Study of Magico-Religious Practitioners”, Review of Religious Research, 35, 2, p. 186.

George C. (2015), Birds of prey therapy program helping vets heal, http://www.tbnweekly.com/editorial/health_news/content_articles/110415_hth-01.txt

MacDonald H. (2014), H is for hawk, Vintage Books, London.

Polo M., Ronchi G. (2006), Milione, Mondadori, Milano.

Reed C. (2013), “The Annotated Falcon”, http://harvardmagazine.com/2013/03/the-annotated-falcon, (9 giugno 2017).

Schroer S. (2015), On the wing: exploring human-bird relationship in falconry practice.. Ph.D Thesis, University of Aberdeen.

Tenzin Gyatso, Ricard M. (2005), 365 Dalai Lama, 1st ed.

Van Cleve T. (1972), The emperor Frederick II of Hohenstaufen, The Clarendon Press, Oxford.

 

 

 

 

 

 

 

 

Laura De Grazia
Laura De Grazia
Laura De Grazia, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it/

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