giovedì, luglio 19, 2018
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Uomini, cavalli e centauri (parte II) — di Eleonora Chiesa

Il Centro Studi Filosofia Postumanista vi propone un estratto della tesi di Laurea Magistrale in Metodologie Filosofiche – lavoro seguito dalla prof.ssa Elisabetta Villari e discusso presso la Scuola di Scienze Umanistiche dell’Università di Genova – di Eleonora Chiesa, artista attiva nell’ambito performativo e video. L’articolo è un approfondimento dedicato alla figura del centauro, le cui coordinate teoriche sono state tracciate dall’autrice in un precedente lavoro pubblicato sul nostro sito. L’autrice ricostruisce, attraverso un percorso storico, iconografico e letterario, l’emergere dell’immaginario legato alla figura del centauro e si sofferma sull’analisi del personaggio mitologico Chirone. 

 

 

Centauri

Cesare Pavese, nei Dialoghi con Leucò, parla dei centauri come quegli esseri metà uomo e metà cavallo provenienti dalle profondità dell’età minoica originati «dal quel mondo titanico in cui ancora era consentito alle nature più diverse di mischiarsi»1, rappresentati di solito “armati” di un albero o di una clava, così da sottolineare simbolicamente la loro selvaticità o mancanza di cultura, il loro appartenere alla foresta.

Questa figura mitologica potrebbe essere connessa in qualche modo all’arte antica e sciamanica di cavalcare, una delle forme più più empatiche di cooperazione tra l’uomo e un’altra specie.

Animalia, Eleonora Chiesa 2016/17. Photocredit: Eleonora Chiesa, Viktorija Gedraityte

 

È utile ricordare che tra gli animali tutt’ora cavalcati dall'”uomo moderno” il cavallo è quello che copre una maggiore area geografica ed è quello maggiormente diffuso rispetto agli altri – tra cui ricordiamo sono incluse renne (nell’estremo Nord Europa), cammelli e dromedari nelle aree africane desertiche, o gli elefanti in India – questo probabilmente è determinato dall’adattabilità climatica del cavallo e dalle sue caratteristiche fisiche sorprendentemente adatte al corpo umano per forma e dimensioni.

Per l’homo sapiens, aver imparato a cavalcare un essere agile e veloce come il cavallo è equivalso ad un notevole salto di qualità nella sua vita pratica come maggiore velocità negli spostamenti, maggiore potenza d’attacco in guerra, un aggiunta di forza lavoro per i trasporti di merci e individui.

L’addomesticazione del cavallo da parte dei detentori di quest’arte è stata vista e manifestata come l’esprimersi di un potere aggiuntivo, un saper fare qualcosa di quasi magico (di valenza sciamanica), come saper entrare in relazione con animali di notevoli dimensioni che, aspetto non trascurabile, rispetto alla catena alimentare rientrano nella categoria delle prede e che dunque si comportano come tali (le prede manifestano insicurezza o diffidenza verso chi o cosa non li fa sentire al sicuro, hanno grande attenzione verso potenziali rischi, manifestano le antiche paure nei confronti di possibili predatori).

Far diventare i cavalli i loro destrieri facendosi accettare come cavalieri, deve aver richiesto ai primi umani che si sono cimentati in questa attività notevoli capacità relazionali di persuasione (le stesse caratteristiche di leadership richieste anche ai cavalli leader dei branchi il libertà) nei confronti di questi mammiferi gregari (se qualcuno ha mai visto direttamente un branco di cavalli correre allo stato brado sa a cosa mi sto riferendo).

 

Animalia, Eleonora Chiesa 2016/17. Photocredit: Eleonora Chiesa, Viktorija Gedraityte

 

Proviamo dunque ad immaginare come potevano essere visti alcuni gruppi di primi esseri umani a cavallo da parte di altri umani che non conoscevano ancora quest’attività, probabilmente questi potrebbero essere stati visti come uomini-cavallo o qualcosa di analogo, in ogni caso potrebbero aver costituito una visione
inedita e stupefacente. Forse l’immagine che potrebbe aver dato vita al mito dell’uomo-cavallo come centauro?

 

 Potrebbe essere anche vista come una spiegazione semplicistica ma probabilmente una parte di verità in questa direzione non è totalmente escludibile, considerando che Oriente, Medio Oriente ed Europea centrale caucasica sono le regioni di origine delle maggiori popolazioni equine e della loro addomesticazione da parte dell’uomo.

Le prime figure di centauri o di ibridi umani-cavalli provengono tutte da queste regioni geografiche fatta eccezione per la parte più occidentale dell’Europa.

Diodoro2, nel capitolo relativo alla genealogia del centauro nella mitologia greca, propone un’interpretazione analoga a tale ipotesi, lo storico infatti vede nella figura del centauro il possibile esito di un fraintendimento (visivo) generato da popolazioni forse ancora ignare dell’arte del cavalcare.

La visione espressa dall’autore sembrerebbe ridimensionare la valenza di questo ibrido, che invece, nel mondo greco e nella religiosità occidentale ebbe grande risonanza e si caratterizzò come uno dei più diffusi e più rappresentati iconograficamente, forse per la sua fitta presenza in moltissimi miti e racconti connessi agli eroi.

Il centauro tuttavia non era visto come un essere completamente mostruoso, ma era piuttosto come se questi simbolicamente unisse in sé natura e cultura; sopratutto quando questo era raffigurato come essere interamente umano con l’aggiunta del posteriore equino, a questo proposito in The Nature of Greek Myth, Kirk acutamente scrive:

Artificial constructions like the Centaurs (half man, half horse) are developed in ways that seem unconsciously to emphasize the interlocking virtues and vices of Nature and Culture3.

Se è vero che i centauri nella mitografia ellenica venivano presentati come esseri ibridi dagli istinti sfrenati in possibile balia delle passioni più morbose, caratterizzati da atteggiamenti tendenzialmente violenti (essi erano descritti come feroci guerrieri e cacciatori), con forti inclinazioni ai piaceri del vino e dagli straordinari appetiti sessuali, è vero anche che non tutti i rappresentanti di questa popolazione rientravano in questi abiti.

Com’è noto il personaggio di Chirone (insieme a Folo) fa decisamente eccezione. Poiché appunto, non tutti i centauri nel mondo antico sono rappresentati nello stesso modo, la differenza risulta essere chiara da un punto di vista iconografico: nella versione più conosciuta essi sono composti da un corpo interamente equino su cui si innesta un busto umano, ma in altre rappresentazioni essi compaiono come umani completi al quale si aggiunge un threnos posteriore equino4.

In ambito greco, questa differenza è basilare: Chirone, centauro saggio e istruito è rappresentato spesso nella seconda maniera con la figura umana completa, mentre i centauri comuni selvaggi e violenti vengono raffigurati con il primo tipo di rappresentazione. 

 

Chirone, alcuni cenni intorno al mito

La figura del centauro Chirone unisce e racchiude in sè una serie di capacità, attributi e qualità simbolicamente non trascurabili: secondo la tradizione infatti questi fu un sapiente e saggio insegnante, mentore di moltissimi eroi, Chirone durante la sua lunga vita oltre che un abile guerriero divenne un esperto conoscitore del mondo naturale, egli sapeva (e insegnava) i segreti connessi alla preparazione di rimedi e medicinali.

Le conoscenze taumaturgiche di Chirone sono rappresentate iconograficamente anche in epoche successive, sopratutto dopo la volgarizzazione e diffusione, (con l’avvento della stampa) di opere specifiche come la Historia Naturalis di Plinio, diverse illustrazioni negli erbari medievali infatti ritraggono Chirone con Artemide mentre questa gli consegna delle foglie di Artemisia perché lui possa apprendere e custodire le sue proprietà curative.

Una delle possibili interpretazioni riguardo l’origine del nome del saggio centauro parte dallo spunto che la parola mano in greco antico è χείρ – traslit. Cheìr; il nome Cheiron dunque potrebbe essere una derivazione connessa al significato di mano, come riferito anche da Jan Bremmer5

Centauro di Lefkandi (IX Sec a.C.), Museo archeologico di Eretria. Photocredit: Eleonora Chiesa

Si potrebbe supporre, tra le varie ipotesi, considerando anche che secondo molte versioni del mito Chirone viene descritto con sei dita nella mano destra, che il suo nome possa significare o si riferisca in qualche modo alla sua “grande mano“, (nelle raffigurazioni antiche egli è spesso rappresentato con sei dita, come la statuetta di centauro ritrovata a Lefkandi nell’isola di Eubea).

Chirone, Mano abile – grande mano, dunque – un nome-immagine che per analogia richiamerebbe l’abilità di praticare con talento diverse arti, dalla musica alla medicina, dall’addestramento dei cavalli alla caccia.

Chirone aveva molte qualità, egli oltre ad essere un sapiente taumaturgo conoscitore delle proprietà curative delle piante e dei modi con cui realizzare rimedi con esse, insegnava ai suoi giovani allievi presso la sua grotta chiamata Cheironion, tutte le conoscenze pratiche e teoriche di cui questi avevano bisogno per diventare futuri uomini.

Chirone nel contesto del mito greco è dunque un personaggio generalmente positivo descritto come saggio e benevolo, una sorta di aiutante magico degli eroi destinati a compiere grandi imprese, tanto da aver avuto tra i suoi numerosi discepoli Eracle, Giasone, Teseo e il giovane Achille. L’arte figurativa greca abbonda di scene in cui Chirone in quanto precettore di eroi, insegna ad essi la musica, la medicina, l’addestramento dei cavalli e la caccia6.


L’immagine del saggio centauro quale archetipo di mentore e maestro, si tramanda dal mito alla letteratura fino al cinema: nell’opera di Goethe ad esempio, Faust nel momento del loro incontro, si rivolge al centauro con grande enfasi romantica:

Uomo grande e generoso, nobile pedagogo, che a maggior tua gloria allevasti un intero popolo di eroi, la bella falange dei nobili Argonauti, e tutti coloro che crearono il mondo dei poeti…7.

Pasolini invece utilizza la figura del centauro Chirone come soggetto principale per le scene iniziali del suo film Medea del 1969; l’opera infatti inizia proprio con il piccolo Giasone e il centauro, a cui il regista affida un emblematica frase di apertura:

(…)Tutto è santo, Tutto è santo,Tutto è santo, non c’è niente di naturale nella natura ragazzo mio, tienilo bene a mente. Quando la natura ti sembrerà naturale tutto sarà finito e comincerà qualcos’altro. 


Giasone e Chirone vivono isolati in una capanna in mezzo ad una laguna, l’isolamento avrà termine quando Giasone una volta cresciuto avrà terminato il suo percorso formativo.

 

Centauro di Lefkandi (IX Sec a.C.), Museo archeologico di Eretria. Photocredit: Eleonora Chiesa

Il centauro è un personaggio chiave nell’intero film, come fosse una voce narrante o il pensiero stesso del regista, la sua figura non smette di accompagnare e consigliare Giasone anche dopo il loro distacco, anzi egli muta e si trasforma man mano che l’eroe affronta la sua missione cambiando anch’esso. Il filo relazionale tra allievo e maestro rimane vivo, ed essi appaiono come uno specchio l’uno per l’altro.

Anche Nicolò Macchiavelli nel Principe porta ad esempio Chirone come un modello ideale di precettore di principi ed eroi omaggiandolo in questo modo: 

Dovete dunque sapere come sono due maniere di combattere: l’uno, con le leggi; l’altro con la forza. Quel primo è proprio dello uomo; quel secondo, delle bestie. Ma perché il primo molte volte non basta, conviene ricorrere al secondo: pertanto a uno principe è necessario saper usare la bestia e lo uomo. Questa parte è suta insegnata alli principi copertamente da li antichi scrittori, e quali scrivono come Achille e molti altri di quelli principi antichi furno dati a nutrire a Chirone centauro, che sotto la sua disciplina li custodissi. Il che non vuol dire altro, avere per precettore uno mezzo bestia e mezzo uomo, se non che bisogna a uno principe saper usare l’una e l’altra natura: e l’una sanza l’altra non è curabile8.

In questo passo l’autore sottolinea in maniera positiva (secondo lo stile linguistico dell’epoca) la doppia natura del centauro come caratteristica inusuale ma di massima completezza, in cui ragione e istinto, educazione e selvaticità coesistono per tendere alla sintesi perfetta delle doti di un uomo d’arme e di legge.

 

Eleonora Chiesa

 

 

 

Note:

1 Cfr. Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò, citato da Massimiliano di Fazio ne Il Problema dei Centauri in Bestiario Fantastico di età orientalizzante nella penisola italiana, Tangram edizioni, Trento, 2013, p. 316. 

2  «Ma altri dicono che i Centauri generati da Nefele e Issione ebbero nome Ippocentauri perché furono i primi a fare il tentativo di andare a cavallo, e che, in un mito fittizio, vennero descritti come se avessero doppia natura», da Diodoro, IV 70, 1. 

3 Cfr. Geoffrey Stephen Kirk, The Nature of Greek Myths, Harmondsworth, 1974 p. 85. 

4 Questa distinzione di raffigurazioni è stata anticipata da Dumézil il quale sosteneva come le immagini dei centauri avessero un legame con mascherate e rituali iniziatici giovanili, in Le Problème des Centaures. Étude de mythologie comparée indo-européenne, Paris, Geuthner, 1929, p. 167. 

5 «In antiquity, Cheiron’s name was already etymologized as ‘handy’, from Greek cheir, ‘hand’ (Isid. Orig. 4.9.12), which is not immediately unconvincing considering his handiness in medicine (Il. XI.832) or as cheirôn, ‘lesser, worse’ (Et. Magnum 810.37), which is less persuasive». Cfr. Jan Bremmer, in Greek Demons of the Wilderness: the case of the Centaurs, p. 31, ulteriori inforomazioni su https://rug.academia.edu/JanBremmer. 

6 Cfr. Michael Padgett, in The Centaur’s Smile: The Human Animal in Early Greek Art, Princeton 2003, pp. 17. 

7 Cfr. Johann Wolfgang von Goethe, in Faust – Notte classica di Walpurga, Peneio superiore.

8 Cfr. Nicolò Machiavelli,  Il Principe,  XVIII capitolo. 

Laura De Grazia
Laura De Grazia
Laura De Grazia, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it/

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