domenica, gennaio 21, 2018
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Teriomorfismo magico — di Roberto Marchesini

Il Centro Studi Filosofia Postumanista vi propone un estratto di Animal appeal. Uno studio sul teriomorfismo, testo di Roberto Marchesini e Karin Andersen, la cui produzione artistica ruota intorno alla dissoluzione dei confini tra umano e non umano. Nell’estratto che vi proponiamo, Marchesini analizza il nesso tra il teriomorfismo e la cultura del magico. 

 

Come spiegare l’irresistibile fascino esercitato dal volo degli uccelli o l’intrigante malia profusa dall’incedere di un felino?

Il dialogo tra identificazione e distanziamento che la presenza animale accende è sicuramente un’esperienza così intensa e profonda da suscitare il senso del sublime. L’animale è uno specchio, trasparente e accessibile, ma di converso quasi sempre irraggiungibile, prodigo di analogie e nello stesso tempo oscuro, aperto a ogni volo pindarico dell’immaginazione e tuttavia in grado di legare l’uomo ai recessi profondi della physis.

Non è errato pertanto cercare un nesso diretto tra soglia animale – nelle sue diverse accezioni mimetiche, di scacco, ibridative – e iniziazione all’universo del magico. Le diverse liturgie sono infatti fondate su un repertorio archetipologico di segni animali, utilizzati come simboli o come chiavi interpretative. Ogni volta che l’uomo si trova ad affrontare il soprannaturale inevitabilmente fa appello al medium animale, deve cioè stipulare un patto con il teriomorfo se vuole superare il vincolo terreno.

Il segno animale diventa perciò parte integrante di ogni liturgia, lasciapassare per percorrere i territori oscuri dell’incognito.

In molte culture tradizionali ritroviamo l’animale come intermediario tra l’uomo e la divinità, elemento augurale per ricomporre la ferita aperta dalla poiesi umana.

Animal Appeal

L’atto rituale teso a pacificare le forze della natura è reso possibile perciò da un sacerdozio animale che diviene accesso privilegiato per l’universo sovraumano.

Il teriomorfo è pertanto il segno elettivo, la formula da decifrare o la scrittura che consente di designare i contenuti del misterico. Con straordinaria puntualità ritroviamo in tutte le pratiche magiche una iniziazione animale che vede l’officiante assicurarsi in modo prerequisitivo la coniugazione con il teriomorfo. I rituali di possessione che portano lo sciamano in una trance caratterizzata dalla metempsicosi animale ricordano certe esperienze estatiche dei mistici occidentali, dove lo lo spirito assume connotazioni morfologiche o performative in tutto e per tutto zoomorfe.

Acquisire la virtù animale, ospitare lo spirito teriomorfo, invocarne il daimon, intraprendere il viaggio della metamorfosi sono passaggi obbligati che da sempre caratterizzano la cultura del magico. Anche l’universo ctonio della morte e della rinascita, gli angoli remoti delle paure umane sono popolati da fantasmi animali. Qui la magia animale sconfina sovente nelle pratiche dell’oltretomba, penetrando nella carne e costruendo ibridazioni inquietanti.

È peraltro facile capire perché attribuiamo connotati zoomorfi a gran parte delle nostre paure, arricchendo il catalogo delle figure orrifiche attraverso una vasta produzione di eccessi ferini e mostruose anatomie. Il buio infatti è molto più spaventoso se deflagra in una realtà fredda e senza vita cosicché, paradossalmente, l’agghiacciante risata della civetta o l’ululato del lupo ci offrono la possibilità di dare un nome alle nostre paure e calmare il ben più lancinante orrore per il vuoto.

Magiche sono le zoologie dell’inusuale, le apparizioni di animali mai visti o di esseri mostruosi, dalle morfologie sconosciute o esotiche – uccelli usciti dalle consuete rotte migratorie, grossi pesci o cetacei spiaggiati, animali portati dagli esploratori o dagli stranieri – che proprio per la loro accidentalità vengono accreditati come segni divinatori, ideogrammi per eventi ultraterreni. Ma è la stessa natura incognita e inconoscibile dell’alterità non-umana a giustificare il grande potere evocativo della morfologia, della fisiologia e del comportamento animale, capace di dar vita a fughe in aree che attengono alla sfera del sacro.

Questa disposizione quasi reverenziale nei confronti dell’animale nasce da un’ammirazione sincera e, altrettanto spesso, dal riconoscimento di un vuoto di conoscenza, una pagina bianca da colmare attraverso specifici rituali capaci di mettere in scena, e in un certo senso ricomporre, il distanziamento. Il proscenio zoomorfo celebra l’insufficienza dell’uomo di fronte alla vastità del creato, ovverosia la parzialità dell’esperienza umana e delle sue facoltà interpretative a paragone della magniloquenza della divinità.

La magia degli animali nasce dalla vastità del vocabolario teriomorfo e diviene palestra di immaginazione,

sillabario per ogni rappresentazione onirica. L’animale sa inoltre evocare nell’uomo quell’empito che lo lega al creato proprio attraverso intime corrispondenze tra moti interiori e potenzialità espressive.

D’altro canto la multiformità dell’animale, giocata su un sapiente dosaggio di qualità condivise e di diversità permette un confronto continuo tra la realtà umana e l’immaginazione. Forse da questo dialogo prende vita quello slittamento ontologico così importante nell’alimentare il pensiero religioso.

Abitante di universi lontanissimi – gli spazi allargati dell’aria, la profondità degli oceani, l’oscurità delle viscere della terra – l’animale in un certo senso rende la sua presenza effimera ed elusiva, mostrandoci il carico di virtù non-umane come qualcosa di chimerico e di mai completamente afferrabile.

Karin Andersen, 2005

 

 

In queste dimensioni altre in qualche modo ci sentiamo spiazzati e nello stesso tempo forzati a intraprendere il viaggio conoscitivo. Si tratta di un vero e proprio naufragio in territori alieni, che attraverso l’esperienza dello scoramento e della marginalizzazione mina la certezza antropocentrica.

Laura De Grazia
Laura De Grazia
Laura De Grazia, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it/

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