martedì, maggio 21, 2019
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Il comportamento epimeletico — di Roberto Marchesini

Il Centro Studi Filosofia Postumanista vi propone un approfondimento a cura di Roberto Marchesini dell’epimelesi, ovvero del comportamento che è alla base delle cure parentali e delle relazioni che si instaurano all’interno di un gruppo nelle specie sociali. L’epimelesi si esprime attraverso la sensibilità verso le morfologie giovanili, la tendenza a mettere in atto comportamenti solidali e la gratificazione nelle manifestazioni di cura e di sostegno. 

 

Il comportamento epimeletico (dal greco epimeleia = cura, sollecitudine, premura) rappresenta negli uccelli e nei mammiferi un capitolo etografico molto ricco di espressioni e di attività, riconducibili essenzialmente all’ambito delle cure parentali, ma estensibili nelle specie sociali alle relazioni all’interno del gruppo.

La motivazione epimeletica, che nei mammiferi sostiene la formazione del processo di attaccamento, indica:

1) una sensibilità verso le morfologie giovanili nella loro capacità di elicitare comportamenti di cura e di sostegno;

2) un orientamento e un’attitudine a mettere in atto comportamenti solidali, adottivi, referenziali all’interno del gruppo;

3) una gratificazione nell’espressione di comportamenti di cura e di sostegno.

Il dialogo epimeletico che s’instaura tra mamma e cucciolo, con gratificazione motivazionale nel genitore ed esaudimento dei bisogni di base nel cucciolo, è alla base del processo di attaccamento che, viceversa, ha un alto gradiente di specificità sul target ossia è riferito a un soggetto specifico e si realizza su una comunione referenziale mamma-cucciolo.

Come già sottolineato da Konrad Lorenz, l’alta motivazione epimeletica nei mammiferi e la presenza di “universali et-epimeletici”– quali la forma del cranio, la grandezza degli occhi, le caratteristiche del mantello – ovvero di caratteristiche et-epimeletiche condivise tra i cuccioli di mammiferi delle diverse specie, sta alla base del fenomeno dell’adozione interspecifica e parimenti è in grado di spiegare l’irrefrenabile desiderio dell’uomo di accarezzare, coccolare, portare a casa dei cuccioli nonché la tenerezza che ci assale allorché veniamo in interazione con dei cuccioli.

Non è indispensabile aver maturato un legame specifico con quel cucciolo, ossia un vero e proprio attaccamento, poiché è la sua sola morfologia a elicitare il nostro comportamento di cura, esattamente come una pallina in movimento stimola la motivazione predatoria di un cane e induce un comportamento predatorio.

Differenziare l’ambito epimeletico da quello dell’attaccamento è molto importante, poiché mentre nel primo caso parliamo di generica motivazione alla cura nel secondo ci riferiamo a un legame specifico di cura e referenza.

La motivazione epimeletica sostiene l’attività parentale e rende possibile la realizzazione del processo di attaccamento, con trasformazione della madre in centro referenziale (base sicura) e istituzione di un modello relazionale che si pone come archetipo di tutte le interazioni verso controparti sociali, ovvero nei confronti degli enti verso cui il soggetto è socializzato.

Ma va anche detto che con la sua articolazione di atti di cura (epimelesi) e di richieste di cura (et-epimelesi) la dimensione epimeletica assume una rilevanza zoosemiotica ben specifica anche nell’interazione sociale. Un segnale et-epimeletico viene presentato anche dagli adulti per sollecitare nella controparte sociale un comportamento di aiuto, di collaborazione, di coesione sociale, di pacificazione.

Molti animali sociali, quali per esempio i lupi e i nostri cani, utilizzano l’espressione et-epimeletica quando vogliono pacificare o abbassare la soglia assertivo-competitiva di un conspecifico. Diversi rituali di sottomissione all’interno del branco vengono pertanto formulati in modo et-epimeletico al fine di sollecitare un comportamento o una dimensione posizionale nell’altro che è esattamente opposta al comportamento assertivo-competitivo.

Mettersi a pancia in alto facendosi ispezionare l’area ventro-genitale, leccare il muso del partner sociale, leccarsi il naso, dare la zampa è per l’appunto nel cane una semiotica et-epimeletica. Altri animali, come i delfini, emettono segnali et-epimeletici quando si trovano in difficoltà cosicché è molto frequente assistere a veri e propri comportamenti epimeletici rivolti dai membri del gruppo verso un compagno ferito o sofferente.

I delfini, per esempio, possono arrivare a portare in superficie il compagno in difficoltà per dargli la possibilità di respirare. Anche negli adulti sono particolarmente frequenti le espressioni et-epimeletiche, quali vocalizzazioni acute, pianti, segnali infantili, con lo scopo di favorire dimensioni epimeletiche all’interno del gruppo.

La dimensione epimeletica di una specie è correlata al bisogno parentale e alla complessità sociale che quella specie presenta, essendo la motivazione epimeletica adattativa rispetto ai parametri di fitness di sopravvivenza e riproduzione.

Laura De Grazia
Laura De Grazia
Laura De Grazia, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it/

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