martedì, settembre 17, 2019
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Il teriomorfo come prossimo — di Roberto Marchesini

Il Centro Studi Filosofia Postumanista vi propone un estratto di Epifania animale, testo in cui Roberto Marchesini analizza la concezione di animalità come alterità, individualità che è al contempo “altro-da-noi” e “altro-in-noi”. Nell’incontro con l’alterità animale, si attua un processo di riconoscimento, un’epifania attraverso cui l’eterospecifico diventa una fonte d’ispirazione, un’entità verso la quale l’uomo si proietta, ricercando dimensioni esistenziali diverse dalla propria.

 

Il teriomorfo è il mio prossimo, un vicino di casa conosciuto anche quando intravisto appena, percepito dietro le pareti, pensabile e perciò a me inerente.

Innanzitutto la sua vicinanza è data dalla consapevolezza di una condivisione nell’animalitàl’animale che dunque sono – ossia di un letto o un piano di esistenza che ci accomuna: la proattiva nel non-equilibrio e nella fragilità-vulnerabilità dell’esistere. Nell’altro-animale mi riconosco, trovo un filo di continuità, mi sento a casa.

E so che lui mi riconosce, per questo interagisce con me, si aspetta un confronto, a differenza di qualunque altra intersezione col mondo: gli animali si riconoscono in quanto animali ossia come prossimo. Non siamo ancora nella nebbia dell’antropomorfismo, giacché il rivolgersi all’animale, in quanto animale, è proprio di qualunque animale: la iena che minaccia una leonessa per impadronirsi di un carcassa o il lupo che cerca di sorprendere un cervo. In questo riconoscersi non è dato alcuna forma di antropomorfismo.

Oltreuomo come rivelazione

C’è una co-appartenenza precedente l’incontro, un non detto che tuttavia è implicito, nel riconoscere il gioco, la sorpresa, la paura, il desiderio dell’alterità animale. L’umanismo è perciò un miraggio o un delirio, forse piacevole e di certo produttivo, come tutti i sogni, come i vagheggiamenti di isole che non ci sono, e tuttavia non si può sognare in eterno, giacché qualunque sogno protratto dà forma ai peggiori incubi. E temo che anche per l’umanismo col XX secolo si varcano le soglie dell’incubo.

La lettura heideggeriana della umwelt dell’animale, tutta incentrata sul diretto fruibile e sul miope stordimento, mi toglie dal suo sguardo, mi rende una forma vuota, crea una difformità tra noi irriducibile.

Se da una parte depaupera il mondo dell’eterospecifico di tutto ciò che non è irrimediabilmente fruibile e rende il suo mondo estremamente esile – cosicché la percezione viene trasformata in realtà in un apparato radicale chiamato semplicemente ad assorbire il fluire di ciò che accontenta i suoi bisogni – dall’altra nega qualunque forma di rispecchiamento dell’essere umano nel teriomorfo.

Eppure nell’eterospecifico l’essere umano si specchia, si ritrova perché si riconosce, anche se lo specchio animale nel suo teriomorfizzare rompe la ripetitività narcisistica: mi rimanda un’immagine modificata, mi decentra in un’immagine che è andata oltre la mia forma, mi consente di vedermi alle spalle.

L’epifania animale è questo rispecchiarsi non narcisistico che nel decentrare da una parte consente di inaugurare nuove dimensioni esistenziali, dall’altra di dare avvio a quello sdoppiamento che consente all’essere umano di guardarsi, giacché per vedersi occorre – come giustamente aveva compreso Plessner – essersi superati.

Ma d’altro canto per riconoscersi nell’eterospecifico è necessario riconoscere in lui il comune essere-animali e qui è indispensabile capire che il tutto si gioca su molti piani di riconoscibilità: la congruenza funzionale, la somiglianza tassonomica, l’essere entrambi immersi nell’estesica, la vulnerabilità della condizione.

La diversità è come una nebbia che si stratifica in luoghi differenti e si sfilaccia in punti di prossimità. Ci sono luoghi dove anche la nebbia è realtà con un suo fondamento; si tratta di una nebbia che crea il paesaggio e non lo nasconde, una nebbia che è concretezza, focale che mi consente di comprendermi meglio.

Questo è ciò che accade quando incontro un mammifero, con le sue disposizioni epimeletiche frutto dell’archetipo parentale che ci accomuna, nelle geografie del gioco che rappresentano un bisogno di apprendistato esperienziale per definire un canone di appartenenza non scontato filogeneticamente, nella flessibilità individuale data da una corteccia che sa accumulare i dati dell’esperienza, nel marcato investimento sociale che li rende non semplicemente prossimi ma vicini perché organizzati nell’interazione anche quando si distribuiscono su un territorio immenso.

Nelle forme giovanili di un cucciolo mi riconosco perché apparteniamo entrambi allo stesso modello evolutivo: il suo frontale bombato, il muso schiacciato e i grandi occhi, elicita in modo spontaneo, come l’acqua da una sorgiva, la mia disposizione adottiva.

Mi riconosco in quel sentimento e vi ritrovo ciò che di più autentico e profondo alberga in me: capisco che l’amore non è un ragionamento, non ha nulla di algido e di puro, ma è opaco come il corpo, è organico come le feci, immediato come il pianto o la fame. Ritrovo il mio essere umano nell’animale che dunque sono. Mi sono perso nella nebbia per ritrovarmi.

Poi arriva l’inatteso, la differenza, ciò che dà timore e tremore ma che parimenti alimenta il senso di meraviglia, quel thaumazein che sta alla base della mia ricerca. L’animale che dunque non sono è il sublime, l’infinito leopardiano in cui mi proietto aiutato dal suo converso dialettico, l’animale che dunque sono, l’ermo colle che ci consente di ammirare, di proiettarci lontano e di naufragare dolcemente.

Laura De Grazia
Laura De Grazia
Laura De Grazia, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it/

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