sabato, dicembre 16, 2017
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Proiezioni per un futuro postumano. Roberto Marchesini e Leonardo Caffo a confronto sul destino umano – di Manuela Macelloni

Confronto tra libri

Il Centro Studi Filosofia Postumanista vi propone un articolo di Manuela Macelloni che affronta punti di contiguità e di divergenza tra due recenti uscite librarie nel campo del post-human: Tecnosfera. Proiezione per un futuro postumano (Castelvecchi, 2017) di Roberto Marchesini e Fragile Umanità. Il postumano contemporaneo (Einaudi, 2017) Leonardo Caffo. Che essere umano prende forma dalle letture di questi due autori?

 

 

«L’umanità è l’unico Dio completamente falso».
                                                                                             Nicolàs Gòmez Dàvila

 

Il postumanismo reca ancora molte difficoltà rispetto all’individuazione di una sua precisa identità. Da poco si è smesso di confonderlo con il transumanismo e questo per merito degli esponenti interni del pensiero, che hanno tentato di descriverne il carattere di differenza e peculiarità. Possiamo annoverare il 2017, anno che ormai volge al termine, un passaggio particolarmente significativo per questo movimento grazie al contributo di due importanti esponenti del postumano.

Leonardo Caffo, giovane filosofo, classe 1988, pubblica il suo Fragile Umanità. Il postumano contemporaneo (Einaudi, 2017), contributo validissimo che mette in luce le questioni fondamentali dell’approccio postumanista e propone soluzioni che meritano un’attenta riflessione. Del corrente anno è il lavoro del fondatore del movimento post-human in Italia, Roberto Marchesini, che dà alle stampe uno dei suoi apporti più significativi al pensiero filosofico contemporaneo: Tecnosfera. Proiezione per un futuro postumano (Castelvecchi, 2017).

 

Copertina di TecnosferaEntrambi i saggi si preoccupano di focalizzare la questione dell’identità umana alla luce del passaggio epocale che stiamo vivendo e del futuro che spetta al pianeta intero. I due testi viaggiano per alcuni aspetti su binari paralleli proprio alla luce della rivoluzione proposta dal postumano ormai da anni, – per sondare le origini del pensiero postumanista in Italia, l’opera di riferimento è quella di Roberto Marchesini, Post-human verso nuovi modelli di esistenza (Bollati Boringhieri 2002) – quella di operare un’interpretazione della realtà conseguente a un radicale decentramento dell’uomo. Essere postumanisti significa superare alcuni presupposti umanistici: per cui il termine postumanismo non s’identifica ipso facto con il superamento della dimensione umana, bensì con la lettura che ne ha fatto l’umanismo.

La filosofia postumanista, in buona sostanza, mette in discussione quel paradigma che identifica l’umano quale fulcro della realtà, centro ermeneutico, ontologico, etico del tutto, sintetizzato nell’immagine dell’uomo Vitruviano dipinto da Leonardo Da Vinci.  

Già nel 2002 con Post-human, Marchesini sottolineava la natura ibrida dei predicati umani, da non considerarsi come qualità emanative dell’essere umano ma come il frutto relazionale con l’universo non umano, individuato dall’autore attraverso due partnership prevalenti: la teriosfera, vale a dire l’insieme dei presiti contratti con le alterità animali, e la tecnosfera, ossia l’insieme sempre più articolato e sistemico di referenze tecnomediate. Il libro manifesto del postumanismo italiano ci suggeriva pertanto di considerare il decentramento come un carattere inerente dell’umano che perciò richiedeva solo d’essere pienamente riconosciuto, allontanando dalla pretesa autocentrativa e autarchica – il pensare l’umano iuxta propria principia – che aveva connotato l’umanesimo da Pico della Mirandola ad Arnold Gehlen. È proprio in questa direzione che si muove Leonardo Caffo quando in Fragile umanità sottolinea e rende esplicito il fatto che il postumano obbliga a tre tipi di decentramento: etico, metafisico, scientifico.

Copertina Caffo

  Alla luce della prospettiva postumanista, Caffo chiede all’uomo una conversione che necessita di una propedeutica decostruzione di tutte le consapevolezze e le certezze che fino ad ora hanno intriso l’appercezione dell’identità umana e, per essere più chiari, di considerarsi la specie eletta. L’uomo non è più fulcro etico della realtà, e quindi colui che liberamente può considerare le cose a suo servizio e dare ad esse una valutazione dei modi e dei tempi di utilizzabilità, non può più sentirsi al centro dell’universo quale “pastore dell’essere” ma uno dei tanti enti che prendono forma nell’universo (antispecismo).

A una tale consapevolezza consegue che l’umano non può nemmeno intendere il suo sapere quale conoscenza pura, giacché a ogni differente percezione sussiste un’immagine differente di mondo. Quelli rappresentati da Caffo sono effettivamente i tre momenti fondamentali della decostruzione postumanista, giacché proprio su questi bias si è fondato il mondo quale oggi si presenta dinanzi a noi.

 

Queste false consapevolezze hanno condotto a errori, inganni che hanno trascinato la filosofia in una melma di concetti ego-riferiti incapaci di guardare la realtà tutta: dicendola con Wittgenstein, parafrasandolo a nostro servizio, il soggetto – fondato dall’umanesimo – è stato limite del mondo, nel senso che non si è stati in grado di guardare il mondo oltre il limite del soggetto umano, riducendo la realtà all’umanità stessa. Per comprendere lo slittamento del significa ontologico di presenza nel mondo, fondamentali sono due precedenti saggi di Marchesini pubblicati con Mimesis, ovvero Etologia filosofica. Alla ricerca della soggettività animale ed Emancipazione dell’animalità. In questi l’autore affronta una serrata indagine sulla dimensione della soggettività, ribaltando gli esiti dell’umanismo, estendendo il concetto di soggetto e offrendo ad esso un’interpretazione che pone la soggettività non come limite del mondo ma come apertura ad esso.

È proprio questo passaggio fondamentale, operato dall’autore, che garantisce alla filosofia postumanista un fondamento filosofico forte, passando da un’ontologia riflessiva – quella basata sul cogito, per intenderci – a un’ontologia relazionale, definita da Marchesini anche come eco-ontologia, che potremmo descrivere come dialogo ergo sum.

Medesima attenzione metodologica è quella che offre Marchesini a una rilettura della techne in grado di focalizzare la dimensione dell’uomo nell’epoca corrente e di indicarne una via oltre i sentieri interrotti dalla filosofia e dalle scienze umanistiche. Marchesini sceglie di utilizzare il vocabolo “techne sia per interfacciarsi con tutta quella tradizione che, a partire dalla Grecia antica, ha provato a operare una disamina su questo concetto ma soprattutto per indicare come, il fenomeno della techne, sia parte della dimensione umana da sempre e rappresenti una particolare declinazione del Dasein dell’uomo. Per questo parlare della tecnica è anche parlare dell’uomo, scrive l’autore: «che la tecnica non sia un’entità esterna, ma un modo di essere-nel-mondo vale a dire la forma stessa del nostro Dasein»1  .

Tre sono i punti che Marchesini rimarca nella propria interpretazione della techne:

i) la techne è una dimensione di esposizione e di coniugazione al mondo, vale a dire non si frappone tra l’essere umano e la realtà, non disgiunge e non costituisce una sorta di utero che ci contiene, bensì accresce la nostra relazione e la nostra dipendenza rispetto al mondo, aumenta l’interfaccia ibridativa, per cui ci spoglia e non ci veste;

ii) la techne non nasce da una carenza che chiede di essere compensata ma dal desiderio umano di andare oltre il proprio retaggio, di superare i propri confini, di esplorare e sterminare ogni posizionalità assunta, in una parola dal suo ridondante desiderare, e in questo senso la techne non risarcisce e non completa le mancanze umane ma è essa stessa a creare bisogni;

iii) la techne non è potenziatrice di qualità, non va a estendere predicati inerenti, non è cioè un probiotico o un volano, ma va a far emergere nuovi fini, nuove performatività, nuovi spazi del possibile, esattamente come un virus che, una volta penetrata la cellula, ne riorganizza il metabolismo.

Marchesini evidenzia come storicamente la fusione che a livello interpretativo è stata sviluppata tra uomo e tecnica non si sia fondata su epifanie ibridative quanto piuttosto interpretando la techne quale mezzo a disposizione dell’uomo, elemento offerto alla dimensione umana per supplire una mancanza o per celebrarne una qualche grandezza. Proprio qui si fonda l’errore ermeneutico nei riguardi della tecnica: essa non è mezzo, non è esterna all’ontologia umana ma è l’espressione di un’epifania ossia di un incontro-innamoramento che ha modificato le coordinate esistenziali.

Non si dà umano senza tecnica, così sono privi di senso tanto il tecnoentusiasmo quanto la tecnofobia. La techne non è un oggetto, non è un mezzo, non è uno strumento, ma una dimensione dell’esserci, alimentata dal desiderio e fondata su di esso. L’uomo possiede quindi uno stimolo interiore che si realizza nella dimensione della tecnica, scrive Marchesini: «è sempre possibile rinunciare a uno strumento, non è mai possibile fingere di non aver avuto un’epifania»2.

La tecnica viene equiparata a quel senso di meraviglia insieme entusiasmante e destabilizzante, i brividi da essa offerti non sono mai univoci ma molteplici: confondono, stordiscono, entusiasmano, destabilizzano. La tecnica come la filosofia (Aristotele) prendono origine da quella meraviglia che spinge l’uomo ad uscire da se stesso per essere più propriamente se stesso, l’epifania raggiunta è quella che parla del futuro, del regno del possibile, della grandezza e della creatività.

Per questo la tecnica non è controllabile, non si può decidere per essa un percorso né tanto meno crearne un progetto: «La tecnosfera è un’entità sfuggente, magmatica, imprevedibile. Se fosse vero che l’essere umano ha il controllo progettuale sull’evoluzione della tecnica, la fantascienza dovrebbe essere una finestra sul futuro e l’innovazione portare a compimento il suo dettato visionario o al limite, essere temporaneamente fermata dal gap realizzativo»3.

È importante rilevare come per entrambi gli autori ci si trovi innanzi a un cambiamento radicale e irreversibile ma, mentre per Caffo questo cambiamento vede l’uomo morire non metaforicamente ma realmente come specie, per Marchesini la strada del cambiamento è alla luce del superamento dell’umanismo e di una costruzione umana fondata sulla consapevolezza dell’atto ibridativo, ovvero del bisogno ontopoietico dell’alterità.

Caffo in Fragile umanità osa molto, porta alle estreme conseguenze il suo ragionamento cercando quindi una soluzione quasi transumanista: quella offerta da Caffo, infatti, non è una rivoluzione di pensiero ma una evoluzione di specie. L’umano quale specie è arrivato alla fase di esaurimento della propria ragione di esistere, scrive Caffo «I postumani sono una specie che deriva dall’Homo sapiens, che si è evoluta, non nell’aspetto fisico, perché apparentemente indistinguibili dai progenitori ma in comportamenti, capacità intellettuali e relazioni con l’ambiente. […] Questa speciazione […] non essendo avvenuta per deriva genetica è quantomeno in atto per selezione naturale: gli individui che sono stati in grado di adattarsi a un nuovo habitat, il pianeta nell’epoca della fine delle risorse, sopravvivranno a coloro che li hanno preceduti»4 

Caffo interpreta quindi questa trasformazione come creazione di una nuova specie in grado di convivere con quella umana ma la sola capace di affrontare le sfide del mondo venturo. Per il filosofo l’uomo, come lo abbiamo conosciuto fino ad ora, è destinato ad estinguersi per selezione naturale. Egli propone una discontinuità forte, profonda, una sincronia assoluta in cui tutto ciò che è diacronico è di fatto condannato ad estinguersi. Caffo, peraltro, persiste nel non abbandonare termini cari al pensiero postumanista come ibridazione, connessione, anti-antropocentirsmo, anti-capitalismo, ma nello stesso tempo definisce molto bene le coordinate e la meta.

La figura del monaco zen diviene per Caffo «prototipo del postumano contemporaneo»5, un progetto pratico, legato allo studio degli spazi (architettura) della dimensione politica, insomma una rivisitazione sociale profonda della dimensione umana. Nella creazione di questo nuovo universo ecologico i mezzi utilizzati dal post-uomo non dovranno condizionare ciò che non gli appartiene6.

Caffo è dunque abile a costruire una proiezione di un mondo postumano possibile in cui l’uomo, con un numero di risorse limitate, può vivere in termini più ecologici il pianeta e garantirsi quindi la sopravvivenza nel rispetto delle biodiversità.

Per Caffo vi sono luoghi reali in cui il postumano può prendere vita: i luoghi abbandonati dal capitalismo quali le ex cattedrali del consumo, oppure i luoghi abdicati dalla vita umana in cui la biodiversità è tornata a risplendere, fa l’esempio di Černobil’7, ma anche precise coordinate morali in grado di distinguere il tipo postumano «la rinnovata integrazione della natura, predilezione per le attività culturali, nessuna discriminazione di tipo morale, organizzazione dei ruoli in accordo con le competenze e i desideri»8. La realizzazione della rivoluzione postumana diviene quindi a tutti gli effetti un progetto per l’uomo, per l’uomo che verrà, per il post-uomo.

Contrariamente a quanto supposto da Caffo, Marchesini è convinto che per poter mettere capo a questa complessa situazione del presente si debba ripartire proprio da una nuova lettura della tecnica: l’autore di Tecnosfera ci spiega che non è sufficiente non considerarsi autonomi da un punto di vista etico, ontologico, metafisico, bisogna fare un passo ulteriore, bisogna imparare a stringere una nuova alleanza con il mondo e a riconoscere punti di condivisione con il non-umano, anche attraverso lo sviluppo di neotecnologie che sappiano soppiantare le paleotecnologie energivore e distruttive che hanno caratterizzato l’età moderna.

Marchesini ci mostra una sorta di nuovo ambientalismo basato sulla fratellanza e sulla consustanzialità con le altre forme viventi, ma non in nome di un preservazionismo tecnofobo, quale si riscontra nell’ecologismo novecentesco, bensì di un divenire tecnomediato. Il futuro per Marchesini sta nella consapevolezza del proprio essere-in-relazione, non in una sorta di astensione dal mondo o in un ritorno in una condizione pretecnologica, ma di certo non con la pretesa di costruire in modo autopoietico il proprio futuro, mantenendo la pretesa umanista di avere totale autonomia nel governo della propria navicella esistenziale. L’uomo non può fare da pastore al mutare delle cose per questo non potrà mai prefigurarsi un “progetto”; l’essere umano è sempre cambiato in connessione con le cose, il suo essere connesso al tutto, tramite la rete, non è quindi esperienziare una cosa non accaduta bensì è una dimensione di darsi dell’essere che parla di desiderio, di meraviglia, di scoperta e perché no, di pericolo.

Non vi è nulla d’innocente nella techne come non vi è nulla di pericoloso, essa emerge con-noi in un’ibridazione non mai decretata ma in una dimensione di percorso. Marchesini non nega il cambiamento epocale che stiamo attraversando giacché, proprio la nostra dimensione di con-essere tecnico, di connessione profonda con desideri nuovi, porterà l’uomo oltre la dimensione che da secoli ormai lo riconosce quale agricoltore-allevatore verso una nuova epoca9: la tecnica infatti non assume più un aspetto di “officina di strumenti”, quale ancora vigeva nel mondo dell’analogico, ma ha raggiunto una dimensione organismica con la rivoluzione digitalica.

Quella che scalpita alle porte, sempre più prossima di quanto mai la crediamo in un’estensione di costante accelerazione, non sarà un’epoca priva di pericoli, non sarà stabilizzante ma de-stabilizzante, sarà mutevole come lo sono le nostre consapevolezze, sarà precaria come il nostro essere. Solo attraverso questa consapevolezza non anti-umanista, attenzione, ma post-umanista, che vuole decentrare l’uomo non eliminarlo, che vuole proteggere le biodiversità attraverso l’azione della techne, nella convinzione che entrambe siano risorse identitarie dell’uomo, sarà possibile “condurre il Titanic in porto”10.

Per questo la figura ideata da Marchesini è il nomade, colui che parsimoniosamente (su questo in accordo con Caffo) si propone al mondo, colui che sostituisce un atteggiamento di consumo con un d’attenzione e di ascolto. Nomade è colui che indossa molteplici volti, che si traveste, che fa della sua identità un dono, ricevuto dagli altri e a loro ridestinato. Il nomade non supera alcuna dimensione se non quella del suo essere, consapevole che il desiderio che lo anima nel profondo emergerà sempre quale stigmate di differenza e di lealtà al suo essere. Il nomade non è pulito, non organizza spazi: si “sporca di mondo” ad ogni passo, danza tra le diversità ma mai pensa di poterne condurre il cammino. Le accoglie. Le ricerca, le riconosce, le studia ma non si sente mai di possederle.

In questo passaggio è forte la differenza tra i due pensatori: per quanto lo stesso Caffo ci parli di un nomadismo direzionale, dell’impossibilità di prevedere una meta11 nel capitolo conclusivo della sua opera ci propone modi e mezzi per gestire il passaggio da umano a postumano («abbiamo superato una soglia e abbiamo il compito di indicare una strada. Questa posizione ci pone nella prospettiva di architetti, o meglio di progettisti, nei confronti del mondo e dell’ambiente che dovremo abitare»12); ne segue che, per Leonardo Caffo, il postumano è lo stabilirsi di un nuovo ordine di cose, di una nuova dimensione che deve avere delle coordinate e che quindi può essere pensata, progettata, guidata.

Per Roberto Marchesini è proprio attraverso la lettura postumanistica di techne che si comprende l’impossibilità assoluta dell’uomo di essere architetto di un qualcosa, ma solo partner di una proiezione che emerge come lavoro a più mani, solo parzialmente immaginabile ma per lo più imprevedibile.

Se da una parte Caffo ha ragione quando dice «una filosofia priva di conseguenze sul corpo, sulle azioni e sui modi di vivere, non è buona né cattiva filosofia: semplicemente non è filosofia»13  v’è da dire però che cercare di progettare un futuro postumano rischia di essere un tradimento proprio a uno dei fondamenti del postumano. È Caffo stesso a porsi, al termine del suo ragionamento, la medesima perplessità ivi sollevata: «non è forse ancora antropocentrismo un progetto sul mondo?”. Di certo le problematiche rimarcate da Caffo non possono essere eluse perché la situazione ecologica del pianeta richiede un’azione urgente che coinvolge lo stile di vita di ciascuno.

I due autori sottolineano come sia l’antropocentrismo umanistico il vero nodo del problema ed è sicuramente da una critica serrata a questo che si debba iniziare. D’altro canto l’antropocentrismo non è solo il non curarsi delle alterità ma il non capire il significato ontologico della condivisione, della connessione e dell’ibridazione.

Per Marchesini questi tre aspetti possono essere così evidenziati:

i) i predicati filogenetici dell’essere umano sono in gran parte condivisi con altre specie, non sono cioè specie-specifici, per cui, per esempio, l’amore materno non riguarda la condizione di essere-umano, ma quella di essere-mammifero;

ii) la condizione dell’esserci non riguarda l’individuo come entità impermeabile autocentrata, perché l’identità è frutto delle relazioni contratte, per cui la presenza come manifestazione emerge sull’interfaccia di relazione, è cioè connessione;

iii) la cultura non è il frutto solipsistico ed remanativo dell’essere umano, ma nasce attraverso un processo epifanico d’incontro con le alterità.

Antropocentrismo è innanzi tutto non focalizzare il contributo fondamentale che l’alterità ha sul nostro percorso predicativo, il ritenerci un mondo a parte, autosufficiente e autarchico. Questa è la prima fallacia che porta a quella svalutazione del non-umano che è all’origine del problema ecologico.

Non vi è postumanismo se non nel concetto d’ibridazione e questo passaggio non deve essere depotenziato o svincolato dalla sua radicale portata che interpreta il soggetto come emergenza e risultato di tutte quelle ibridazioni che lo hanno condotto a una identità mai definitiva ma metamorfica, pur riconoscendo un proprio che sempre oscilla tra la condivisione del carattere di animalità e la declinazione di specie. Non vi è identità se non nel processo di costante scoperta, passaggio, interscambio tra le specie che abitano il pianeta, questa è la conoscenza proposta dalla visione di accoglienza ibridativa – l’umano come soglia o come copula – che rimane fulcro imprescindibile di ogni approccio filosofico postumano.

Ciò vale anche per il nuovo paradigma ermeneutico offerto da Marchesini alla tecnica: l’accesso al futuro della Tecnosfera passa attraverso una rilettura della techne quale dimensione ibridativa e consustanziale della natura umana. Per essere liberi dall’interpretazione della tecnica quale oggi si presenta – consumismo, capitalismo, intensività produttiva, liquidità, atteggiamenti compulsivi, individualismo, gratificazione senza appagamento, superomismo – non bisogna condannarla, mettendola all’angolo come elemento che domina l’umano neutralizzandone l’umanità o esaltarla quale mezzo attraverso cui raggiungere precise performità ma, riconsiderarla dalla base.

È per questo che Marchesini, prima di sondare le conseguenze profonde dell’ibridazione uomo-tecnica, è convinto che: «Il punto di svolta sta nel mettere in discussione il paradigma con cui pensiamo e interpretiamo la tecnica […] A differenza di quanto espresso dall’ambientalismo tradizionale novecentesco, la tecnica rappresenta il miglior alleato per la salvaguardia dell’ambiente e della biodiversità […] il vero problema non sta nella tecnica, ma nell’ideologia antropocentrica che sta alla base dell’umanismo»14.

Sicuramente Caffo ha ragione quando parla di “rivoluzione” postumana, il postumanesimo non è solo un approccio ma lo spostamento dell’asse ermeneutico con cui si era soliti rivolgersi alla realtà. Da questo punto di vista i due autori – Caffo e Marchesini – sono perfettamente in linea ma i termini speciazione e progettazione quali esiti del ragionamento condotto in Fragile umanità necessitano a mio avviso di una ridiscussione, giacché, essere nel postumano, significa innanzi tutto riconoscere le connessioni, gli scambi, le eredità: il rapporto profondo che s’innesca con l’alterità che non è solo una forma di rispetto del corpo altrui15 ma di condivisione profonda legata a una comunione evolutiva imprescindibile.

Caffo propone quindi un postumano come “pratica di vita”, il postumano diventa la declinazione utopica de “la vita di ogni giorno”, di un uomo nuovo che si pone diversamente nei confronti del reale. Su ciò ribadiamo quanto sia ragionevole concepire la filosofia come uno “stare nella vita” anche se, gli esiti estremi proposti, rischiano di allontanarsi molto dalla prospettiva di Roberto Marchesini. Ma, credo, che il differente approccio dei due pensatori sia già rintracciabile in un altro testo: il dialogo intrattenuto in Così parlò il postumano16  e che proprio sulla questione dell’identità umana e della ricerca sull’uomo, sulle priorità per uno emendative per l’altro prescrittive, si possa accedere alle divergenti posizioni. Si è soliti considerare il post-uomo come qualcosa che verrà, un ente futuro che abiterà il mondo – questa è la posizione infatti che riscontriamo in Caffo – quando invece, per Marchesini, il post-uomo è un sempre stato: «Il post-uomo non è un’entità prossima ventura ma quel passato che ci apparecchia innanzi le proiezioni, quel passato che non sta dietro ma tra il presente e il futuro»17.

 

Mentre per Caffo il postumano è una cosa che ci sarà, che verrà, di cui siamo in attesa di una prossima realizzazione, scrive il filosofo: «Perché credo, la potenza del postumano[…] è proprio che non fa tesoro di ciò che c’è, ma di ciò che potrebbe esserci e ancora non c’è»18; per Marchesini, il postumano è una condicio sine qua non: non è una rivoluzione quanto piuttosto una presa di coscienza rivoluzionaria. Nell’ultima fatica del filosofo, Tecnosfera, la tecnica è la chiave per prendere ulteriormente coscienza dell’ontologia metamorfica ed ibridativa dell’uomo: la techne come l’animale ha un ruolo cardine per lo sviluppo della nostra identità. La tecnica non disgiunge l’uomo dalla sua tanto conclamata umanità ma la determina, la rielabora, potenzia non l’umano ma le possibilità e i termini espressivi della sua dimensione.

Scrive Marchesini: «Sia chiaro, […] non di performità ma di stupore verso il predicato eterospecifico e di epifania dello stesso, intesa come capacità di ispirarmi una nuova dimensione esistenziale»19 queste parole hanno lo scopo di rappresentare quello che per l’autore rappresenta ogni forma d’ibridazione – sia essa con un’entità biologica o meccanica – l’ibridazione non è un fattore di potenziamento ma di potenzialità espressive, questo è il punto cardine dell’approccio del filosofo ad ogni questione legata all’identità umana e di ogni humanitas.

È evidente che, offrire oggi alla techne un tale riconoscimento, implica anche riconoscenza e la conseguente disponibilità ad operare una co-evoluzione che non è univocamente un’esternalizzazione di possibilità ma in primis una introiezione di potenzialità. Per Marchesini la priorità non è progettare cosa vorremmo essere ma di capire prima cosa effettivamente siamo: «Certo, io non ho fatto alcun accenno al prescrittivo, l’ho tenuto a distanza perché ho la sensazione che sia prematuro. Più che il valore per ora cerco la forma, la poesia e non l’etica, l’essere al dover-essere»20.

Se per Caffo il postumano è chiusura con un passato che non ci appartiene e progettazione di un’ideale che ci apparterrà, per Marchesini, nell’epoca attuale, supportati dalla sistematizzazione della techne, esso è un’apertura, non solo a una nuova interpretazione della naturalità dell’uomo ma, anche a una differente disponibilità alle coniugazioni organismo-macchina, macchina-organismo là dove il rapporto non è unidirezionale bensì dialogico. Secondo Marchesini si prospetta un viaggio che va dalla macchina all’uomo e dall’uomo alla macchina, permettendo un livello d’integrazione difficile ancora da conclamare ma in grado di proiettare l’uomo verso forme espressive prima del tutto precluse. Questo essere dell’uomo un “cantiere aperto” lo coniuga con il passato e al contempo lo getta verso il futuro: post-umano è quindi rottura con quel paradigma essenzialista e purista dell’umanismo che consente all’uomo la realizzazione consapevole – ma non per questo guidata – della sua costante condizione di soglia.

La rivalutazione della tecnica proposta da Marchesini concede all’uomo di sprofondare nel suo orizzonte evolutivo e ontologico quale connessione, ibridazione, costante coniugazione della sua singolarità al tutto. Stelarc, artista che propone un’arte dell’ibridazione, citato da Marchesini nel suo ultimo lavoro21, attraverso la sua idea artistica vuole rappresentare l’aspetto intrinsecamente modulare del corpo umano, quando egli parla «dell’impossibilità del corpo di soddisfare le aspettative generate dalle immagini che di esso abbiamo creato»22  non intende ritornare alla visione proposta da Anders di “vergogna prometeica”, quanto suggerire un’interpretazione della dimensione corporea antitetica da quella umanista.

Il corpo non è limitato né limitante se lo consideriamo secondo una prospettiva tecnica, ma, al contrario, esso non è più in linea con l’immaginario. Proprio nello sperimentale lavoro proposto dall’artista rintracciamo lo stesso significarsi profondo che ha la tecnica nel nostro divenire per Marchesini: la techne suscita in noi dei bisogni precedentemente insussistenti giacché legati ad immaginari che essa stessa, in maniera sorprendente ed epifanica, produce.

Il corpo non è obsoleto per essenza ma la tecnica ne consente nuove forme d’interpretazione, accordando l’accesso a piani di realtà prima negati e spingendo verso la realizzazione di nuove dimensioni del reale. Il corpo può essere ripensato attraverso la tecnica, riletto in una nuova dimensione d’ibridazione, il futuro proposto della tecnica sistemica sta proprio in questa connessione sempre più profonda, nella cospicua interattività tra uomo e macchina, là dove non sarà solo l’uomo a farsi tecnologico ma la macchina stessa a farsi “più umana”23.  

È controintuitiva quindi l’interpretazione che va offerta al fenomeno della techne, là dove non è il mezzo a creare il bisogno ma l’epifania e le potenzialità metamorfiche proposte dalla dimensione della tecnica a generare in noi un languore sempre più forte verso questa dimensione: «L’ibridazione aumenta il nostro bisogno dell’alterità, ci rende più fragili e non più potenti – esattamente come quando ci innamoriamo che immediatamente non ci bastiamo più»24.

È il desiderio che ci muove verso la tecnica e che ci obbliga a un dialogo e a una connessione reciproca che rivela e conferma la natura dialogica e metamorfica dell’uomo già proposta in precedenza da Marchesini (zooantropologia).

Come si spera risulti evidente dall’analisi condotta, la differenza tra Caffo e Marchesini era già anticipata dal dialogo intrattenuto in Così parlò il postumano là dove l’autore di Fragile umanità negava un concetto d’ibridazione forte, proponendone invece, come nel suo ultimo lavoro, uno debole. Si legge nel testo del 2011, in risposta alla proposta di Marchesini che propendeva a un superamento del concetto di antispecismo verso una dimensione di co-essenzialità e di co-evoluzione con le altre specie: «Tu sostieni invece un antispecismo postumanista volto, piuttosto, a scardinare alla radice la centralità dell’uomo che è la causa principe di ogni specismo. Ma come può l’umano, da una posizione umana, auto-eliminarsi? Ovvero come si risolve un paradosso apparente? L’umanità può de-umanizzarsi utilizzando, comunque, niente altro che tecniche umane»25.

Il punto di differenza è che per Marchesini la tecnica non è cosa-umana ma già in sé decentramento dell’umano e che l’ibridazione non è una de-umanizzazione bensì un allargamento della dimensione umana attraverso un decentramento rispetto al retaggio filogenetico.

Credo pertanto che l’evoluzione del pensiero di Caffo in Fragile umanità, sia in linea con queste premesse che, già al tempo, rivelavano una differenza importante tra il suo pensiero e quello del padre del postumano italiano.

Con l’ultimo contributo Marchesini sancisce con ancora maggiore forza l’essenza dell’uomo quale ibridazione e prospetta un futuro sempre più aperto all’alterità e sempre più cosciente dell’organica metamorfica dell’uomo. Questo, per l’autore di Tecnosfera, è rompere con la tradizione umanista infatti, pensare l’uomo oltre l’uomo e crearne un pianificazione d’identità, assume le terribili sembianze dell’utopia giacché problematico per non dire irrealizzabile è un progetto sull’uomo a partire dall’uomo perché identità è ibridazione: «Possiamo toglierci tutti i vestiti ma non riusciremo mai a dismettere la nostra dimensione ibrida»26.

L’uomo è nella metamorfosi, è nel dialogo. Il dialogo apparentemente più proficuo sembra essere quello con la tecnica: filiera di sogni, emanatrice di epifanie, dispensatrice di desideri, dimensione capace di narrare la storia di ciò che siamo stati e di ciò che saremo. Ma nondimeno, per Marchesini oggi più che mai, come ieri e forse ancor più di ieri, scopriamo il bisogno di rimanere adesi alla fonte dialogica più ricca e articolata che l’essere umano possa mai avere: la natura e la multiformità dei viventi.

 

Riferimenti

1. Roberto Marchesini, Tecnosfera. Proiezioni per un futuro postumano, Roma, Castelvecchi, p. 133.

2. Ivi,  p. 129. 

3. Ivi, p. 211. 

4. Leonardo Caffo, Fragile umanità, Torino, Einaudi, p. 60.

5. Ivi, p. 82. 

6. Ivi, p. 94.

7. Ivi, p. 96. 

8. Ivi, p. 97. 

9. R. Marchesini, Tecnosfera, op. cit. 230. 

10. La metafora del Titanic per raffigurare la tecnica è tratta da E. Jünger, Il trattato del Ribelle, Adelphi, 1990. 

11. L. Caffo, Fragile umanità, op. cit. pp. 89-91. 

12. Ivi, pp. 92-93. 

13. Ivi, p.101. 

14. R. Marchesini, Tecnosfera, op. cit. p. 74. 

15. L. Caffo, Fragile umanità, op. cit. p. 65. 

16. R. Marchesini, L. Caffo, Così parlò il postumano (a cura di E. Adorni), Roma, Novalogos, 2014. 

17. Ivi, p. 21. 

18. Ivi, p. 40. 

19. Ivi. p. 37. 

20. Ivi. p. 41. 

21. R. Marchesini, Tecnosfera, op. cit. p. 219. 

22. Luigi Capucci (a cura di), Il corpo tecnologico. L’influenza delle tecnologie sul corpo e sulle sue facoltà, Bologna, Baskerville, 1993, p. 63. 

23. R. Marchesini, Tecnosfera, op. cit. p. 243. 

24. R. Marchesini, L. Caffo, Così parlò il postumano, op. cit. p. 37. 

25. Ivi. p. 25. 

26. Ivi. p. 36.

Eleonora
Eleonora

Eleonora Adorni, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.

http://www.filosofiapostumanista.it

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