sabato, dicembre 16, 2017
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Psicoanalisi e animalità. Il luogo dell’Io nello sguardo animale — di Nicola Zengiaro

Nel prossimo numero di Animal Studies, dedicato al mondo della felinità, Nicola Zengiaro ci parlerà, attraverso una prospettiva filosofica, del movimento di apertura all’alterità non umana. La messa in discussione dell’Io-centrismo, dello statuto di sovranità del soggetto uomo, può avvenire grazie a quell’evento rappresentato dallo sguardo animale, uno sguardo che consente di porsi sul medesimo piano di immanenza tra animali umani e non umani. 

 

 

L’incontro

La filosofia tutta è una specie di ininterrotto tentativo di esorcizzare la possibilità stessa di quello sguardo.

Felice Cimatti

Derrida (2006) esce dal bagno e si trova nudo davanti alla sua gatta. Dalla vergogna che prova nel farsi vedere, il filosofo è inserito all’interno di un altro campo di significazioni. «Tutta la questione dello sguardo animale è qui: il gatto mi vede come corpo, e basta, la “persona” non si vede» (Cimatti 2014; p. 38). Pensare, ci dice, comincia proprio da qui.

La sua riflessione è costruita sullo stupore del riconoscere la capacità della gatta di guardare. In questo cambio di prospettiva, Derrida riconosce la soggettualità del non-umano nella sua capacità di osservare il mondo. La gatta ci comunica la nostra “guardabilità” (Caffo 2014). E, se lo sguardo e l’oggetto indagato sono in co-relazione, allora dobbiamo reinterpretare ciò che è bestiale nel riconoscimento della nostra animalità.

Nell’incontro tra Derrida e la gatta si può comprendere chi sta vedendo chi, ma mai chi è visto. Infatti, nel sentirsi guardato dalla gatta, il filosofo si domanda «chi sono io?». Sotto lo sguardo di un animale chiedersi chi sono io, chiedersi chi è l’Io, perde di senso.

Nell’incontro tra due animali che si osservano esistono solo due partecipanti alla scena, mentre quando due esseri umani si osservano sono in tre perché tra loro c’è l’Altro che li definisce come soggetti, «e così la trascendenza si intrufola fra i loro corpi, e l’immanenza è perduta» (Cimatti 2013; p. 82). L’antropogenesi nell’incontro tra due esseri umani li scinde e separa, dentro se stessi e al di là di se stessi. «L’antropogenesi è il processo che porta un vivente a dire “io”, ciò che significa uscire da sé, dal flusso del proprio vivere, e vedersi dall’esterno» (Ivi; p. 41).

È nella sua trascendenza che l’umano non riesce a presentare se stesso attraverso il corpo (elemento empirico di cui possiamo usufruire e far usufruire nell’incontro con l’altro). Proprio per questo effetto dello sguardo altrui mi vivo come cosa in mezzo al mondo. E qui s’insedia l’errore: la soggettività mi si presenta nell’immediatezza del corpo vivente, attraverso la manifestazione della presenza e dello sguardo stesso che si rivolge verso il mio essere presente qui e ora e dove «l’altro apparirà con l’apparizione del suo corpo, ricevendo così quella localizzazione che la coscienza trascendentale non potrà mai assegnarli, e senza la quale l’altro non può esistere nella sua individualità» (Galimberti 2014; p. 229).

 

Ospite segreto in interiore homine

Il problema è che noi non conosciamo nulla degli animali. L’umanismo ci ha lasciato il sapore arrogante dell’animale come mancante (di linguaggio, razionalità, autocoscienza). Gli animali in questo senso sono appiattiti sotto il segno della parola “Animale” al singolare generale. «Si può parlare di animali senza conoscere gli animali e lo si può fare perché si implicita che in fondo in fondo non ci sia nulla da sapere» (Marchesini 2015; p. 178). Non riusciamo a riconoscere l’animale in quanto tale, ma l’antropomorfizziamo, lo oggettiviamo e rimuoviamo (dentro e fuori di noi).

Secondo gli studi di Marchesini (2014; 2016), l’animale è un ospite (proprio perché riconosco in modo immediato il suo non essere oggetto) e la sua presenza dona uno spazio di dialogo tra noi e l’alterità.

Roberto Marchesini

Un ospite, per essere veramente tale, deve poter aver spazio di dialogo, ancor prima di diritto, deve veder riconosciuta la propria esistenza. Devo sentire lo sguardo dell’altro e non trasformarlo in un oggetto ovvero in qualcosa che non ricambia lo sguardo. C’è un gatto, un cane, una mosca nella stanza… c’è qualcuno o qualcosa? (2015; p. 179).

Per questo motivo, il cambiamento di prospettiva utilizzata da Derrida può essere letto come una disponibilità dialogica che accetta la possibilità di veder spazzato via l’Io che tiene in piedi tutta una realtà apparente.

Il dialogo insito nell’ospitalità deve passare per una lingua comune: lo sguardo. Prima ancora di un contatto corporale, prima ancora della concettualizzazione razionale dell’ente, lo sguardo è ciò che predice la presenza dell’altro e la sua posizione di essere dialogante nella condizione dell’essere-animale come noi. La zona di sovrapposizione allora, prima che essere somatica, predilige una interzona, ossia l’occhio animale. Relazionarsi con un gatto è possibile perché lo ospitiamo dentro di noi, in un dialogo sulla felinità, della felinità, a partire dall’essere-felino.

 

 

 

Bibliografia

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Per leggere l’intero contributo, contatta la redazione della rivista: animalstudiesrivista@gmail.com

Laura De Grazia
Laura De Grazia

Laura De Grazia, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.

http://www.filosofiapostumanista.it/

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