sabato, dicembre 16, 2017
Home > Sezioni > Scienze > L’appeal animale — di Roberto Marchesini

L’appeal animale — di Roberto Marchesini

Il Centro Studi Filosofia Postumanista vi propone un estratto di Post-human. Verso nuovi modelli di esistenza (2002), testo considerato un punto di riferimento imprescindibile per chiunque voglia addentrarsi nello studio della filosofia postumanista. In questo capitolo, Roberto Marchesini analizza l’animalità come la più grande fonte di ispirazione della creatività umana: l’animale rappresenta, dunque, il modello attraverso cui l’essere umano plasma se stesso e costruisce ponti coniugativi con il mondo. 

 

Da dove origina e come si alimenta il grande bacino dell’immaginario umano?

Siamo soliti pensare che le idee nascano dal nulla, oppure siano contenute in una sorta di universo parallelo o, ancora, prendano corpo per emanazione dall’antroposfera.

Eppure l’eccesso di teriomorfismi nella cultura umana, nella simbologia come nella tecnologia, tanto nella scienza quanto nell’arte, ci dovrebbe muovere più di un sospetto. Quando dobbiamo affrontare l’incognito o rappresentarlo ecco che gli animali ci vengono in aiuto, offrendoci l’opportunità di immaginare forme aliene, di costruire tassonomie, di dar luogo a nuovi progetti di vita e di formulare pensieri che esulano dalla nostra cornice intuitiva.

Sembra proprio che i grandi scippati dalla fervida creatività della nostra specie non siano gli abitanti celesti dell’Olimpo, ma più prosaicamente i nostri compagni terrestri: gli animali. Gli animali per lungo tempo hanno rappresentato l’unica vera alterità con cui costruire ponti coniugativi, cosicché oggi non è errato cercare di individuare nella cultura umana i prestiti animali ossia ammettere che l’umanità sia legata a doppio filo a una sorta di teriosfera che di fatto rappresenta l’insieme archetipologico di ogni coniugazione ibridativa.

Essi informano le nostre idee attraverso un’infinità di modelli, di variazioni tematiche, di possibilità esistenziali, di argomenti esemplificativi: utilizziamo frammenti teriomorfi (un’anatomia, un adattamento comportamentale, una funzione ecc.) per realizzare una matrice esplicativa e rendere comprensibile il nostro tessuto di spiegazione, lo facciamo per trovare esempi calzanti in ogni situazione e individuare argomenti comuni, universali, capaci cioè di promuovere relazioni comunicative, e, ancora, per dar vita a nuovi modi di interpretare il mondo e agire su di esso.

L’animalità è pertanto l’archetipo che permette, attraverso la non-arbitrarietà del suo segno, la grammatica dei processi di astrazione. Ancora oggi l’esperienza con il mondo animale, per quanto caricata di pregiudizi, tende comunque a essere facilmente utilizzata come chiave comunicativa proprio per il suo carattere universale e per la vastità del lessico: la biodiversità diventa, nelle mani dell’uomo, un vocabolario utilizzato solo in minima parte, che gli lascia aperta la strada della creatività semantica.

Possiamo, dunque, affermare che una buona parte delle espressioni culturali sia in qualche modo mediata/promossa dall’alterità animale o dal confronto con essa, che sortisca cioè da una specie di teriosfera all’interno della quale l’uomo ha costruito il suo habitat archetipologico. Secondo tale ipotesi la cultura ha un carattere sostanzialmente ibrido, anche se non immediatamente svelabile perché impastato in un amalgama di prestiti teriomorfici; cosicché possiamo dire che il nostro essere uomini non è separabile dal nostro essere teriomorficamente contaminati.

L’appeal animale è pertanto qualcosa di più di una fascinazione operata dall’esterno sull’uomo, se è vero – come credo – che non esiste un uomo puro ossia non teriomorfizzato dalla cultura. La nostra vita di uomini è circondata da sapienze animali, si sostiene sull’ibridazione con l’animale, è fondata su segni animali.

Le macchine, che rappresentano oggi la più importante controparte dello sviluppo dell’uomo, sono state realizzate su un modello archetipico teriomorfo. Non è possibile spiegare questa densità di teriomorfismi nella cultura umana senza ipotizzare la realizzazione di coppie ibride uomo-animale promosse via via su particolari congiunture.

È questa emergenza – un processo che non solo permette delle esternalizzazioni di funzioni, ma che spesso dà vita a nuove performance – che io chiamo zoomimesi, ovvero «ispirazione teriomorfo-mediata».

Ed è grazie alla sua presenza se il teriomorfo ha cittadinanza nella cultura.

 

 

Si ringrazia Karin Andersen per il materiale visivo. 

Laura De Grazia
Laura De Grazia

Laura De Grazia, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.

http://www.filosofiapostumanista.it/

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *