sabato, dicembre 16, 2017
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Il migliore amico di mio padre — di Davide Celli

Nel prossimo numero di Animal Studies, dedicato al mondo della felinità, ospiteremo il contributo di Davide Celli, scrittore e vignettista, che ripercorrerà un passaggio importante nella storia del rapporto tra uomo-animale attraverso la vita e le opere di Giorgio Celli. L’etologo, dopo la pubblicazione di L’omosessualità negli animali, si dedicò all’osservazione del comportamento dei gatti, a partire dal rapporto unico e insostituibile che strinse con Tachione, suo compagno e amico. 

 

Ogni volta che passo in una libreria mi ritrovo puntualmente fermo davanti allo scaffale degli animali. Sono cani e gatti a farla da padrone e se all’inizio provo una certa soddisfazione, subito dopo la mia mente corre indietro nel tempo, a quando l’editoria destinata al grande pubblico, per quanto riguarda gli animali, era principalmente rappresentata dai manuali.

Alla metà degli anni settanta la parola più frequente stampata sui libri di animali era: allevamento. Allevamento del gatto, del cane, del criceto, del canarino. Erano i libri che, come avrebbe detto un editore dell’epoca, “tiravano di più”. Con uno spazio adeguato, una seconda casa in montagna o un bel giardino alla periferia della città, ci si poteva dilettare anche con l’allevamento del pollo, della capra o del coniglio. In questi casi alla parola “allevamento”, si aggiungeva spesso la dicitura “da reddito”. Come dire che da una fonte alimentare casalinga ci si poteva ricavare qualche soldo allargando il recinto.

Certamente i più fortunati erano i colombi sopra le cui teste campeggiava un generico “colombicoltura” così da non specificare se questi poveri avicoli sarebbero finiti al forno con patate e rosmarino o si sarebbero invece distinti per il formidabile orientamento che li aveva resi famosi come “piccioni viaggiatori”. Cani e gatti erano posti alla stregua di un tacchino o di una quaglia, certo non erano allevati per essere mangiati, però l’etimo del verbo parlava chiaro: andavano cresciuti, alimentati e governati. Fine.

A domande come: “perché il gatto fa il pane?” o “come mai il cane si lecca se lo tocchi sul naso?” non si rispondeva o, tutt’al più, si relegava la soluzione dell’enigma alle note a piè di pagina. Al comportamento, (ndr la parola “etologia” non era ancora stata liberata dalle Università) si dedicava una paginetta, talvolta due, in coda a tutto il resto.

Giorgio Celli

Solo più tardi si fecero strada altri termini che mitigavano l’ancora dilagante “animale da custodia”, così che molti testi si mutarono in “guide”, come se il migliore amico dell’uomo, il cane, fosse riconducibile ad una sorta di codice della strada dove al posto dello “stop” c’è una secca tirata del guinzaglio.

Questo era lo stato delle cose quando Giorgio Celli incominciò a riflettere su quello che avrebbe potuto scrivere dato che era uno scrittore, un entomologo di professione e un gattofilo per diletto. Me lo vedo sotto il Portico del Podestà, a Bologna, dove un tempo si teneva la consueta fiera annuale del libro usato, mentre fruga tra un volume e l’altro.

Certo di libri sugli animali, di ben altro livello rispetto ai manuali, se ne potevano trovare diversi, incominciando da quelli di Konrad Lorenz, Alessandro Ghigi per restare in quel di Bologna, un’introvabile prima edizione della Vita delle api del Maeterlinck, L’origine delle specie di Darwin o Biologia dell’arte di Desmond Morris, l’opera che per prima aveva convinto il giovane Celli a indagare sulle sovrapposizioni, anche se lui preferiva chiamarle “confini”, tra l’arte e la scienza. Libri questi che cito tra i tanti perché ritrovati sul suo comodino qualche giorno prima della morte, come se li avesse messi lì per rileggerli un’ultima volta… ma non divaghiamo.

La domanda che si poneva allora era: posso trovare una chiave letteraria in grado di arrivare al grande pubblico con un animale “diverso” dal solito?

Domanda davvero strana per un intellettuale d’avanguardia che aveva fatto parte del Gruppo 63 e aveva scritto testi fortemente sperimentali, esercizi esasperati di stile, in una parola illeggibili (per l’uomo della strada) come il criptico Parafossile (Feltrinelli) o Morte di un biologo (Ed. Duchamp).

Ad allargare il suo pubblico ci aveva però provato con un lavoro che era, per i tempi in cui fu dato alle stampe, straordinariamente profetico, ma che non ebbe, come spesso accade alle opere pionieristiche, il successo che meritava: L’omosessualità negli animali (edito da Longanesi). Eppure, le vendite dei manuali erano lì a dimostrare un interesse di cui avrebbe voluto appropriarsi a tutti i costi.

Se fosse riuscito ad arrivare a tutti era certo che li avrebbe convinti che gli animali erano qualcosa di più di una macchina vivente che andava nutrita e curata. Riteneva che gli animali avrebbero potuto erigersi al nostro rango o quantomeno, come vedremo, entrare nella sfera più alta dell’affettività umana.

Avrebbe potuto proporre un libro alla Calderini dove lavorava come consulente per tre sere alla settimana. Pensava a una storia di fantascienza dove un gatto, entrato per sbaglio nella macchina del tempo del padrone di casa scopriva – giunto a destinazione – che nel futuro i gatti godevano degli stessi diritti degli uomini (cosa questa non molto lontana dalla realtà odierna se scorriamo i social network dove gli animali domestici rivaleggiano con le persone e a queste talvolta si sostituiscono nelle foto biografiche). Ci rinunciò.

Il suo “animale immaginario” viveva ad anni luce di distanza dall’“animale da allevamento e reddito” che aveva reso ricca la casa editrice, alla quale, pur tuttavia propose un saggio sul comico che ottenne un discreto successo (La scienza del comico).

Nel frattempo molte cose erano successe nella sua vita. Dopo aver chiesto la separazione da mia madre era rimasto solo, nella soffitta povera di mobili, dove avevamo vissuto. Io e mia madre, invece, ce n’eravamo andati a vivere dall’altra parte della città. Vedendolo spesso solo, in quella grande e desolata casa, pensai che avrei potuto alleviare la sua solitudine trovando qualcuno che mi sostituisse quando non c’ero. E così un giorno comprai per pochi spiccioli il gatto del salumiere del quartiere che ormai non lo sopportava più per via dei ripetuti furti (ndr in vero non fu un acquisto bensì il risarcimento per una lunga salsiccia, trafugata e divorata).

Giorgio Celli con Tachione

 

Quel gatto ingrassato a cotiche e pancetta, tondo, paffuto in viso e tigrato, era al contempo paradossalmente atletico e lesto. Per via di questa contraddizione mio padre lo battezzò Tachione. Gli diede il nome di una particella immaginaria che pur possedendo una massa – e Tachione di massa ne aveva fin troppa – è più veloce della luce. Fu amore a prima vista. Mio padre toccò con mano il calore che un gatto può donare a una persona sola.

Con l’andar del tempo, l’amicizia si mutò in acuta osservazione e il “padrone” si trasformò in un etologo. Al contrario di Lorenz non aveva un giardino dove allevare anatre, ma un gatto, due terrazze e l’intero tetto del condominio. Quindi annotava su di un notes il comportamento che Tachione aveva tenuto durante la giornata sollecitato dai suoi esperimenti.

 

 

“Ore 8. Se metto la ciotola dei croccantini nella terrazza a ovest e chiudo la finestra, Tachione capirà che il budello che parte dall’altra terrazza ad est può essere usato come via alternativa per raggiungere il cibo? Ore 20. Si, c’è riuscito”.

Tachione pur di mangiare avrebbe fatto qualsiasi cosa, compreso attraversare l’Oceano Atlantico a nuoto, figurarsi cosa gli cambiava allungare un po’ la strada imboccando una grondaia o un cornicione.

“Allora” – s’interrogava l’etologo da salotto – “vediamo se il gatto risolve il problema invertendo la dislocazione della risorsa alimentare ponendola nella terrazza ad est”.

Fu così che, aprendo e chiudendo porte, utilizzando budelli e sgabuzzini, mio padre incominciò a studiare le mappe cognitive del gatto.

 

Davide Celli

 

 

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Laura De Grazia
Laura De Grazia

Laura De Grazia, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.

http://www.filosofiapostumanista.it/

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