sabato, dicembre 16, 2017
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Tecnosfera. Proiezioni per un futuro postumano — di Roberto Marchesini

In occasione della presentazione che si terrà domani, mercoledì 29 novembre alle ore 18:00, presso la libreria Ubik (Via Irnerio 27, Bologna), il Centro Studi Filosofia Postumanista vi propone un estratto di Tecnosfera. Proiezioni per un futuro postumano. Roberto Marchesini, dopo il saggio Posthuman (2002), torna ad affrontare il complesso rapporto tra soggettività e tecnologia, inaugurando una nuova lettura del concetto di techne. L’autore decostruisce un sistema di pensiero radicato sulla sovranità del soggetto uomo, per proporre un nuovo approccio alla questione della techne: non più esito del dominio umano ma evento epifanico che consente di mettere in discussione l’individuo attraverso il dialogo con le alterità macchiniche e non umane. 

 

 

Ogni narrazione sull’essere umano assume inevitabilmente i contorni di un lungo viaggio di circumnavigazione intorno a un continente all’apparenza esplicito e chiaro – nella sua rotondità causale, per la genesi come per la genealogia, e in specie nella geografia descrittiva dei territori – quello che i greci chiamavano techne, a intendere arte e perizia, competenza nel saper fare e nel possedere gli strumenti per portare a buon frutto un’idea, a termine un compito. La techne è parimenti aletheia, svelamento,rivelazione di qualcosa di nascosto e ricerca della verità, ma altresì apate, inganno e menzogna, atto di hybris.

 

La tecnica assume i contorni del magico, si fa trickster nel confondere e nel far emergere l’insolito, sterminare i confini e forse per questo mantiene un’assonanza con il thaumatos, la meraviglia che è altresì tremore, paura, vertigine, senso del sublime. La techne è soprattutto hodos, metodo, raggiunto con ricerca, coinvolgimento, diligenza, disciplina, a fronte delle scoperte precedenti e in una ferrea consapevolezza della correggibilità di ogni strumento. È strategia, valutazione attenta dei fini e scelta dei giusti mezzi. 

La techne si perde nella notte dei tempi, emerge dalle nebbie di un’origine confusa, tramandata a Homo sapiens da altre specie: il chopper dalle australopitecine, il bifacciale da Homo abilis, il fuoco da Homo erectus, le punte e le amigdale da Homo neanderthalensis. È passaggio di stili dai primi gruppidi lupi sinantropici alle comunità umane nelle steppe euroasiatiche di 30mila anni orsono, nei barlumi di domesticazione del cane. La techne è supporto: la tavoletta sumerica che consente per prima di fissare il pensiero, di realizzare la humanitas – direbbe Sloterdijk – attraverso l’antropotecnica.

 

[…] È praxis, ciò che Hannah Arendt nella Vita Activa definisce come agire pratico-comunicativo a distinguere dalla poiesis o agire tecnico- produttivo. La techne nella polis è destinata a seguire il destino inverso dei fiumi e a dividersi in mille ruscelli, le technai, le diverse arti-mestieri nell’Atene in cui si affermano i demiourgoi, gli artigiani, ma anche i medici, i commercianti, i retori.

Ripercorrere questo cammino è opera assurda, buffa-beffarda, ricostruzione mitopoietica, tautologia o petitio principii, lastricato di spiegazioni a posteriori che ricordano le Storie proprio così di Rudyard Kipling. Le tecniche nascono e si tramandano, ma possono anche perdersi, riassorbite dal terreno della vita, dimenticate nello scorrere del tempo, proprio come le mutazioni genetiche possono godere dell’emergenza, per una deriva o a causa dell’effetto fondatore, oppure sciogliersi ed essere dilavate dalle mareggiate degli alleli popolazionali.

Le tecniche muoiono senza lasciare figli, oppure vengono sostituite, rimpiazzate e così scompaiono per sempre. Quando figliano, tendono a complicare le proprie funzioni e a rimpicciolire le proprie strutture, ma difficilmente sono eterne, e ogni giorno se ne perdono alcune, in qualche luogo remoto o proprio sotto il nostro naso, come quando la rivoluzione urbana del secolo scorso ha cancellato per sempre interi ecosistemi di tecniche rurali.

Homo erectus – Smithsonian Natural History Museum

Se possiamo costruire una vaga tassonomia della tecnica, dobbiamo altresì riconoscere che spesso assistiamo a delle vere e proprie estinzioni di massa, con trasmutazioni repentine ad altri mondi, come il passaggio tra l’analogico e il digitalico. Spesso le tecniche nascono per caso, il più delle volte come conseguenza accidentale, altre volte per serendipity, ma non per questo esulano dal porre problemi e da suscitare ricerca. 

La techne indubbiamente ci parla del corpo e delle capacità prassiche di una specie – i mammiferi in genere utilizzano gli arti anteriori, gli uccelli il becco – per cui, quanto maggiore è la duttilità dell’organo, tanto più si sviluppa la tendenza prattognosica: di certo le mani dei primati, calco del ramo da afferrare, sono una bella invenzione. Lo sono soprattutto perché associate a una visione binoculare che rende percepibile la profondità di campo e a una risoluzione retinica di alto profilo che permette di indagare i dettagli.

 

 

Laura De Grazia
Laura De Grazia

Laura De Grazia, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.

http://www.filosofiapostumanista.it/

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