lunedì, settembre 23, 2019
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Well-being: le motivazioni del gatto — di Roberto Marchesini

Il prossimo numero di Animal Studies, dedicato al mondo della felinità, ospiterà un contributo di Roberto Marchesini tratto da L’identità del gatto. La forza della convivialità (Apeiron, 2017). Nell’estratto che vi proponiamo Marchesini introduce il tema delle motivazioni, vale a dire delle «tendenze espressive che caratterizzano il mondo animale e che sono intrinseche, ovvero interne al soggetto». Il soddisfacimento delle tendenze motivazionali è strettamente correlato al well-being, «il vivere in una condizione perdurante coerente alle aspettative dell’individuo». 

 

Quando parliamo di well-being ci riferiamo soprattutto agli aspetti espressivi, che significa sostanzialmente vivere in una condizione perdurante coerente alle aspettative dell’individuo, in particolare rispetto agli elementi di richiamo, siano essi stimoli o target interessanti ed elicitanti, e al parametro di agibilità ovvero di possibilità espressiva. Per comprendere fino in fondo questo aspetto affronteremo il tema delle motivazioni, vale a dire di quelle tendenze espressive che caratterizzano il mondo animale e che sono intrinseche, ovvero interne al soggetto, anche se suscitate dal contesto e indirizzate verso particolari target.

Ogni specie ha dei particolari orientamenti, degli interessi e delle tendenze che – come dice la parola – fanno sì che alcuni comportamenti siano più probabili di altri. Certo, ogni specie ha un corpo ben preciso – sappiamo distinguere un cane da un gatto, anche solo da un disegno approssimativo – ma, allo stesso tempo, lo potremmo distinguere anche solo dallo stile comportamentale.

Quando osserviamo un gatto ci aspettiamo il suo acquattarsi per balzare all’improvviso, il suo rincorrere tutto ciò che si muove, il suo animarsi tempestivo per un luccichio, il suo incuriosirsi per ogni pertugio, il suo appoggiarsi a noi e strusciarsi con la fronte e con il dorso. Quando diciamo “gatto” non ci riferiamo perciò solo a una forma – ossia a un’immagine statica che ce lo renderebbe riconoscibile anche se disegnato su una nuvola – ma altresì a uno stile che per buona approssimazione potremmo suddividere in due aspetti:

1) cosa fa, ovvero quali verbalità lo caratterizzano, se per esempio il rincorrere o il raccogliere, vale a dire quali sono gli atti che si presentano in quella specie;

2) come lo fa, ovvero in che modo compie quel particolare atto, nei diversi predicati di specificazione ossia verso-cosa, quando, dove e con quale coreografia.

Il primo aspetto è dato dalle tendenze motivazionali, che altro non sono che propensioni a mettere in atto certi comportamenti, sedimentati in quella specie perché apportatori di un vantaggio replicativo (fitness). Come ricordato nel concetto di Umwelt, ogni specie attribuisce un certo significato agli elementi presenti nel mondo, sulla base dell’uso che ne fa, vale a dire delle tendenze espressive che quella specie presenta.

Le motivazioni pertanto sono disposizioni innate che orientano il soggetto verso particolari target – per esempio quelli in movimento nel caso del predatorio – e stabiliscono particolari modalità di fruizione del target stesso – nel caso del predatorio: rincorrerlo, afferrarlo, morderlo e via dicendo. Il soggetto portatore di una motivazione va perciò alla ricerca del target specifico oppure, se di colpo questo si presenta davanti al suo orizzonte percepito, viene ingaggiato su una ben precisa coordinata comportamentale. Possiamo dire allora che, come un pesce nascendo si aspetta un mondo liquido, così un gatto si attende degli enti in movimento. Quando s’instaura questa dialettica tra propensioni interne ed elementi attesi, l’individuo trova modo di espressione, trova cioè coerenza tra interno ed esterno.

Il secondo aspetto, che trasforma l’atto in una vera e propria azione, prevedendo un target di riferimento, una contestualizzazione spazio-temporale, un coreogramma specifico, viene istruito attraverso tre fonti informative:

i) da competenze innate, ossia da moduli comportamentali prefissati, definiti con il nome generico di “istinti”;

ii) da acquisizioni riferibili alla relazione materna e sociale, giacché la madre già orienta il cucciolo su particolari target e gli trasmetti alcuni modelli di comportamento adeguati;

iii) da apprendimenti occasionali, talvolta frutto di comportamenti casuali, altre volte da tentativi solutivi, rinforzati dalle conseguenze, ma il cui carattere circostanziato li rende molto spesso variabili da individuo a individuo.

Il come dell’espressione motivazionale presenta pertanto degli aspetti comuni a tutti i gatti, perché riferibili alla filogenesi o alla cultura felina trasmessa dalla madre, e connotati con una forte valenza individuale. Mentre le motivazioni (il cosa-fa) presentano una relativa stabilità – e in particolare non è dato toglierne o aggiungerne una al profilo disposizionale di specie, vale a dire azzerare il predatorio in un gatto o introdurlo in un coniglio – mitigabile al più solo da una differenza evolutiva per esercizio, i pattern espressivi (il come-lo-fa) presentano alcuni aspetti più resilienti all’esperienza (istinti) e altri più sensibili all’apprendimento.

Comunemente la parola motivazione viene utilizzata come sinonimo di motivo: questo può portare a pericolosi fraintendimenti e gli etologi lo sanno bene. Possiamo, infatti, ritenere che il comportamento predatorio del gatto su una pallina sia da attribuire a quest’ultima, ovvero che la pallina sia la motivazione dell’atteggiamento del gatto.

In realtà, secondo i dettami dell’etologia, la motivazione è la disposizione: nel caso, il predatorio, che il gatto possiede come sua inclinazione naturale. Ed è proprio tale disposizione a rendere la pallina un target su cui orientare la propria tendenza. La pallina diventa cioè un motivo di espressione predatoria, perché il gatto già possiede questa inclinazione a correre dietro a tutto ciò che si muove: perché ha la motivazione predatoria. Un coniglio non rincorre una pallina né s’interesserà della freccetta del mouse nel monitor del computer.

Chiarito questo punto – cioè che le motivazioni sono interne al gatto, sono disposizioni mentali, e non esterne – parlare di motivazioni significa cercare di capire quali siano queste inclinazioni, perché solo acconsentendone l’espressione si potrà rendere felice il nostro micio.

Un animale non desidera compiere azioni fini a se stesse, ma esprimere nell’azione le proprie motivazioni, pertanto quando parliamo di libertà espressiva non ci riferiamo a un parametro di spazio, ma di contesto. Non esiste una libertà generica bensì una coerenza, ovvero una libertà di scelta che, per essere tale, deve poter consentire una scelta, vale a dire un contesto ove sia possibile effettuare le azioni che si desiderano. 

 

 

 

 

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Si ringrazia Karin Andersen per il materiale visivo. 

Laura De Grazia
Laura De Grazia
Laura De Grazia, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it/

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