giovedì, aprile 25, 2019
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Tecnosfera. Proiezioni per un futuro postumano — di Yuri Conti

Il Centro Studi Filosofia Postumanista vi propone la recensione di Tecnosfera. Proiezioni per un futuro postumano (Marchesini, 2017) a cura di Yuri Conti. L’autore ci accompagna nella rilettura del concetto di techne operata da Marchesini, che da peculiarità dell’essere umano – attributo attraverso cui si allontana «dal mondo naturale mediante l’ausilio della cultura» – diviene un processo che scardina il binomio natura-cultura, perché accettazione del nostro essere animale. 

 

Qual è il futuro dell’essere umano? È questa la domanda che si pone Roberto Marchesini nel suo nuovo libro, Tecnosfera, edito da Castelvecchi. Una domanda non certo banale, e ancor meno banali sono le modalità con cui Marchesini tenta di rispondervi.

Una di queste prevede di ripensare il concetto di tecnica per previsionare meglio quello che ci aspetta nel futuro. La techne, infatti, soprattutto nell’ultimo secolo, ha inaugurato nuove condizioni umane che sembrano allontanare sempre di più quella concezione solipsistica dell’essere umano affermatasi con l’umanesimo.

Occorre quindi soffermarsi a riflettere sugli errori interpretativi del passato e cercare un nuovo paradigma interpretativo della tecno-poiesi che ci permetta non solo di sbirciare il futuro, ma anche di comprendere meglio il presente e il nostro rapporto con il mondo e le altre forme di vita per aprire la strada all’avvento del postumano.

La prima mossa di Marchesini è quella di ricostruire la riflessione filosofica sulla disposizione tecno-poetica dell’uomo, la quale ha sempre insistito su uno snodo teoretico fondamentale: l’homo faber, capace di trasformare la realtà circostante, contrapposto all’animale povero di mondo, la dimensione non-umana dell’esistenza.

Questa dicotomia, basata due domini diversi e contrapposti, ha favorito l’emergere di una prassi umana descritta come tecno-mediata, ovvero capace di distanziarsi e dispensarsi dal mondo naturale mediante l’ausilio della cultura. La controparte animale, invece, oltre a non avere valore di prossimo rispetto all’uomo, sarebbe un tutt’uno con la natura e risponderebbe ad un’istintualità fondamentale che l’uomo ha imparato a governare razionalmente attraverso l’esercizio della techne. Non per niente, quest’ultima viene chiamata in causa ogni volta che l’essere umano vuole smarcarsi dall’animalità.

Marchesini sente quindi la necessità di mostrare come tali dimensioni ontologiche dell’umano e dell’animale non siano corrette, in virtù dell’errata interpretazione che l’umanesimo ha dato alla techne, ossia, come quella peculiarità fondamentale che farebbe dell’uomo un animale speciale, a metà strada fra la bestia e l’angelo.

La tecno-poiesi, infatti, è stata erroneamente considerata come un atto contro natura o estraneo alla natura stessa, per mezzo anche della riflessione circa l’ottimalità performativa dell’essere umano che, erroneamente, è stata compiuta solo in seguito all’equipaggiamento tecnologico, fomentando l’idea di una carenza originaria. E anche quando, con l’avvento della modernità, l’idea di tecnica è mutata da semplice strumento dell’uomo ad automa con fini propri (M. Heidegger, La questione della tecnica), evidenziando l’enorme pervasività della techne nel Novecento, essa è stata sempre percepita come attributo eccezionale dell’umano.

Per questo motivo Marchesini insiste nel dire che essa, invece, non appartiene all’uomo, ma alla natura. Perché il processo tecno-poietico, grazie al suo principio antropo-decentrativo, allontana l’essere umano dal suo centro gravitazionale filogenetico, rendendolo instabile e partecipativo della realtà che lo circonda.

La techne non è qualcosa che compensa una mancanza originaria, un principio solipsistico volto alla produzione di utensili e strumenti che suppliscono un bisogno, ma, al contrario, è epifania che meraviglia, stupore che intimorisce. È accettazione della nostra dimensione più animale e profonda da cui emerge quell’essere desiderante, mimetico, competitivo, narcisistico ed estetico che ci accomuna a tutte le altre specie.

Se accettiamo questo, le possibilità che si aprono dinnanzi a noi sono infinite, ma realizziamo anche di aver perso il timone, che la techne non segue il disegno di dominio dell’essere umano e che non sediamo più sul trono del mondo.

L’uomo può sopportarlo? La risposta ci sorprenderà. Forse questa nuova concezione della techne, che azzera la dicotomia fra natura e cultura e che sfugge al tentativo umanistico che vorrebbe relegarla a mero strumento, per divenire dimensione di estraneità, possibilità di coniugazione con le altre forme di vita e vettore di nuove intenzionalità emancipative, potrebbe invece rassicurarci.

Certo, prendere le distanze dal vecchio paradigma rappresenta un proposito assai arduo: il bagaglio culturale che ci caratterizza è ancora strettamente legato all’umanesimo, tanto che ancora oggi siamo soliti pensare alla techne come ancella al servizio dell’uomo, come strumento con il quale compensare le carenze della natura umana.

Nondimeno, si tratta di un’operazione necessaria per tentare di immaginare le novità prossime venture. Il mutamento delle condizioni globali – ecologiche, demografiche, sociali, culturali, economiche – che il nostro tempo sta vivendo pongono l’urgenza di una riflessione sul momento di transizione in cui siamo immersi, per azzardare dei pronostici che non possono fare a meno di ragionare sul significato stesso di techne e sul suo rapporto con l’uomo.

Non come fa Charlie Brooker in Black Mirror, in cui il futuro è funestato da ogni sorta di sciagura tecnologica – sebbene inizialmente ci appaia meravigliosa e salvifica, il che rende i suoi racconti molto più vicini ad uno scenario realistico che alla fantascienza –, né come fanno tanti altri che sognano la salvezza nella tecnologia, bensì cercando di disegnare una traiettoria realistica di alcune emergenze visibili già oggi.

Una di queste, per Marchesini, ci porta a ipotizzare una complessiva modificazione dell’anatomia umana che, grazie all’evoluzione della cibernetica, comporterà l’innesto di protesi artificiali autoregolative e interfacciate con i sistemi biologici del corpo.

Il cyborg, figura emblematica del postumanesimo, ci mostra un futuro in cui la tecnologia smette di essere uno strumento, per divenire, complice la rivoluzione digitalica e le infinite possibilità di accesso allo spazio informatico, vera e propria dimensione abitativa, spazio esistenziale che permette di moltiplicare gli accessi coniugativi dell’individuo attraverso una continua ibridizzazione.

La tecnosfera non è quindi una cupola di vetro che isola dal mondo, ma un’apertura a quest’ultimo favorita dalla sua capacità di mutare l’uomo, di posizionarlo ai margini, di costringerlo a rinunciare all’uomo stesso. Una vera e propria infiltrazione tecnologica che rovescia radicalmente la concezione umanista di techne: non è più lo strumento ad adattarsi al corpo, ma viceversa.

Per questo Marchesini insiste nel mettere in discussione non tanto la techne in sé, quanto il paradigma umanista con cui l’abbiamo sempre pensata. Se restiamo ancorati al principio secondo il quale la tecnica è un mero strumento con cui l’uomo può sopperire ai propri bisogni e affermare il suo dominio nel mondo, l’evolversi della tecnologia e le sue implicazioni sulle nostre vite ci troverà del tutto impreparati.

Ma ripensare la techne, slegandola dalle interpretazioni emanative ed autarchiche del processo tecno-poietico di stampo umanista, significa anche ripensare l’essere umano. Significa capire che attraverso la techne l’uomo si altera e diviene altro, pur assecondando le sue naturali matrici motivazionali. Il paradosso insito in questo processo è che l’uomo, percorrendo il sentiero della techne, segue la propria natura.

Ecco che la vecchia dicotomia, capisaldo dell’umanesimo e principio teorico della subordinazione degli animali non-umani, si azzera, e l’umanità non può più banalizzare l’alterità e vantare un privilegio ontologico che la distingue nettamente sul piano dell’interiorità da tutto ciò che è estraneo ai meccanismi culturali messi in auge dagli esseri umani.

La techne non è più un attributo esclusivo che ci permette di superare la nostra animalità, ma diviene espressione del farsi-animale (R. Marchesini, Fondamenti di zooantropologia. La zooantropologia teorica; Epifania animale. L’oltreuomo come rivelazione). Oltre a questo, Marchesini ci invita anche a riflettere sul ruolo non compensativo giocato dalla techne nella vita dell’uomo: noi non nasciamo ‘naturalmente’ carenti, anzi, è la techne stessa, attraverso la sua capacità di rendere palese il senso di finitudine dettato dall’esistenza, ad evidenziare i nostri bisogni, ad accrescere il desiderio.

È quindi un uomo totalmente nuovo quello che emerge da questo ragionamento, un uomo a metà strada fra la concezione umanista di techne, in cui il processo tecno-poietico è tenuto sotto controllo, e una estremizzazione del senso di detronizzazione a seguito della perdita di validità dell’ideale antropocentrico, in cui l’uomo ha cominciato a temere di divenire servo delle macchine.

Questa via di mezzo o «zona grigia», come la chiama Marchesini, caratterizzata da una progressiva ibridizzazione e influenza della tecnologia sulla vita dell’uomo, nonchè da una conseguente perdita di titolarità da parte di quest’ultimo, è esattamente l’area che il pensiero postumanistico vuole mettere a fuoco.

Si tratta di un processo fondamentale perché l’era di transizione in cui viviamo, segnata da una serie di emergenze ecologiche e sociali, unitamente al ruolo sempre più invasivo della tecnologia nella vita dell’uomo, induce un’attenta riflessione sul presente per interpretare sia il futuro, sia la trasformazione della condizione stessa di essere umano, che, attraverso la techne, realizza la perdita di sovranità sul mondo e l’allargamento dell’interfaccia dell’esistenza.

Un allargamento che ammette l’implicita intenzionalità della techne, ossia l’apertura a nuovi contenuti e a nuovi piani di realtà, ma anche la rinuncia ad ogni forma di controllo sul reale. Ne deriva che la techne è sempre epifania, disorientamento, instabilità, molteplicità di traiettorie possibili. L’umanità perde la bussola e il timone ed è costretta a naufragare nel mare dell’incognito, senza alcuna speranza di attraccare in porti stabili e sicuri.

È quello che Marchesini definisce «sublime tecno-poietico», che non solo rimanda al sentimento romantico della fascinazione dello spaventevole e dell’incontrollabile, ma anche alla trasformazione postumanista della concezione della techne che passa dal concetto di strumento, tipica dell’umanesimo, al concetto sia di tecno-mediazione, inteso come inaugurazione di nuovi contenuti e dimensioni, sia di tecno-poiesi, pensato come avvenimento epifanico frutto di causalità e di co-fattorialità conseguente l’iterazione fra la tecnologia e l’essere umano.

Ed è questa iterazione a segnare in modo netto il cambio di paradigma della techne: essa smette definitivamente di essere una collezione di prodotti e strumenti per divenire una vera e propria tecnosfera, realtà dimensionale che assume le sembianze di un ecosistema connotato da infinite connessioni fra le parti. Tale dimensione abitativa della techne determina inoltre quelle che sono le epifanie dell’essere umano, il cui ingegno viene ispirato dal tipo di compenetrazione tecno-sistemico in cui si trova ad operare, ossia, dal contesto di tecno-mediazione che agisce in un particolare momento.

Si tratta, ovviamente, di un cambiamento di tipo esclusivamente paradigmatico, perché la techne è sempre stata un involucro abitativo ecosistemico, solo che abbiamo cominciato ad accorgercene in tempi recenti, grazie specialmente ad alcune trasformazioni tecno-scientifiche come la termodinamica, l’informativa e la genetica, e per mezzo di alcune applicazioni come il motore a scoppio e l’elettricità, che evidenziano una forte correlazione con i sistemi biologici.

È per questo motivo che Marchesini sottolinea l’esigenza di parlare in termini ecologici e sistemici della techne, perché solamente applicando ad essa le teorie dei sistemi evolutivi è possibile comprendere non solo la metamorfosi dimensionale del vecchio paradigma, ma anche il futuro dell’umanità e l’avvento di una nuova cultura postumanistica.

Come l’evoluzione biologica insegna, infatti, i cambiamenti nelle specie sono frutto del caso, e se la techne non seguisse la medesima logica, ma fosse sottomessa al controllo progettuale dell’essere umano, la fantascienza, come nota Marchesini, dovrebbe essere una «finestra sul futuro», e le tecnologie apparse nell’ultimo secolo non avrebbero dovuto trovarci così impreparati.

La realtà è che il processo tecno-poietico, proprio come l’evoluzione degli esseri viventi, prende sempre alla sprovvista. L’essere umano si trova quindi perennemente in discussione, perché le innovazioni tecnologiche, a dispetto dell’interpretazione umanistica che colloca la techne all’esterno, opera su di lui una continua trasformazione morfo-poietica. La filosofia postumanista, consapevole di questo come del grado di accrescimento di vulnerabilità e meticciamento dell’uomo, ha il compito di accompagnarci in questa nuova dimensione abitativa viva, sistemica, che ci impregna e ci modifica.

E quindi, qual è il futuro dell’uomo? Non ci è dato saperlo, perché il futuro, come l’evoluzione biologica dei viventi, è aperto ad ogni sorta di scenario.

Certo, possiamo fare delle ipotesi – e Marchesini ne fa molte –, ma ciò che realmente conta è prepararci al mondo che verrà abbandonando un paradigma tecno-poietico che non solo non ci dice nulla del futuro, ma ci impedisce anche di comprendere il presente e il reale valore della techne, che smette di essere espressione dell’uomo per divenire un ecosistema finalmente libero dai vincoli antropo-decentrativi.

Yuri Conti

 

Laura De Grazia
Laura De Grazia
Laura De Grazia, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it/

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