giovedì, novembre 23, 2017
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Le pantere di Dioniso. Ferocia e follia nel menadismo greco — di Nicolò Pasqualini

Il IV numero della programmazione di quest’anno di Animal Studies sarà interamente dedicato al mondo della felinità, con contributi di studiosi provenienti da campi disciplinari eterogenei. L’articolo di Nicolò Pasqualini ci condurrà a esplorare l’ibridazione teriomorfa nel menadismo greco, analizzando (attraverso un rigoroso apparato storico-letterario) la congiunzione tra menade e pantera. 

 

Menadi e grandi felini: femmine folli e feroci

Le Menadi o Baccanti, sono figure femminili invasate da Dioniso e preda della sua mania condizione riconducibile proprio allo stato di enthusiasmos in cui versano, ovvero dall’essere partecipi del dio. Adornate di pelli di animali selvatici, generalmente di cerbiatto (la nebride) o di leopardo (la pardalide), impugnando il tirso, una verga di legno cinta d’edera al cui apice campeggia una pigna, le menadi celebrano il culto in onore del nume con sacrifici violenti, tra i quali lo sparagmos (squartamento della preda) e l’omofagia (il divorarne la carne cruda).

In preda all’ebbrezza del succo della vite a lui sacra e alla “transe” delle sue danze sfrenate, invocano il dio in luoghi silvani e impervi. Gli elementi naturalistici che richiamano alla selvatichezza di questa ritualità sono tramandati con grande precisione sia da Euripide sia dall’iconografia vascolare, tanto da rendere immediatamente riconoscibile la figura della menade.

Rappresentate danzanti o intente a suonare gli strumenti del dio, attorniate da edera o vite, le Baccanti sono accompagnate da selvaggina, da animali feroci ed esotici come leopardi o tigri, da figure ibride come i Satiri (esseri a metà tra capra e uomo) o i Centauri (esseri a metà tra cavallo e uomo) e da personaggi leggendari come i Sileni. L’associazione con il mondo selvaggio è lampante, satura di dinamismo (ieratico ma anche erotico) spesso extra-ordinario.

 

Irrazionalità e Regressione animale

Quello della follia e dell’aspra selvatichezza è l’asse portante dell’interpretazione dominante del menadismo su cui si innesta il recente contributo della studiosa Miziur-Moźdiozch (Fierce and Felines in the cult and Imagery of dionysus; 2016) la quale analizza la profonda analogia che lega le baccanti al mondo animale e, in particolare, ai felini selvatici.

L’autrice suggerisce di considerare le menadi stesse come un’antropomorfizzazione della mania dionisiaca e il leopardo, invece, come una sua zoomorfizzazioneLa ferocia brutale e sanguinaria che avvicina la baccante alla pantera è suggellata dall’essere manifestazione indiretta della pazzia portata dal dio, dalla regressione ad uno stato bestiale, quindi irrazionale e quindi folle, del menadismo.

La follia, espressione del potere dionisiaco, rappresenterebbe l’innesco della metamorfosi femminile in felino selvaggio, nella bestia violenta e furente, bramosa di consumare la sua vendetta nei confronti di Penteo, sovrano empio e ostile, che, nella tragedia, da predatore del dio si trasforma in preda delle sue baccanti. In tale interpretazione la pantera incarna emozioni e azioni della menade la quale, a sua volta, rappresenta la mania divina stessa nelle sue spoglie femminili e mortali.

In questa lettura la follia dionisiaca avvicina tanto l’uomo (il/la baccante) al dio quanto l’eterospecifico allontana l’uomo da se stesso. Il risultato di questi movimenti verso il non-umano (il dio-la bestia) si traduce, in entrambi i casi, in un allontanamento dall’umano.

L’intervento interpretativo è qui viziato da una traduzione moderna e da un pregiudizio etnocentrico della nozione di mania la quale viene fatta coincidere con uno stato patologico e depauperante della mente, con il perdere il senno, ovvero con l’elemento considerato tipico dell’animale: l’irrazionalità.

Il silenzio del pensiero è quella caratteristica che tradizionalmente viene considerata, da una prospettiva antropocentrica, quell’emblematica differenza che legittimerebbe la distanza tra uomo ed eterospecifico. Nel rapporto mania-menade-pantera, dunque, il comportamento folle e brutale delle baccanti viene così ricondotto alla bestialità mediante cui si manifesta.

 

La follia

Il concetto di mania, tradotto usualmente con termini quali “follia”, “pazzia”, o “furore”, andrebbe però svincolato da un’interpretazione statica suggerita da quelle dicotomie a cui siamo tanto abituati quali razionale/irrazionale, normale/patologico, e restituito, ampliato, alla dimensione dinamica e polimorfica da cui proviene.

Il verbo mainomai, “sono furente”, “sono fuori di me”, è una voce medio-passiva e traduce la sensazione di essere attraversato, scombussolato, agito da una forza percepibile come esterna. L’enthusiasmos dionisiaco coincide con una intima relazione con la divinità in cui la menade, piena del dio, non è il dio ma partecipa della sua conoscenza, del suo volere, del suo potere.

Non è verosimile ridurre la mania quindi ad una perdita, ad una sottrazione di ragione, ma piuttosto andrebbe considerata un pensare con il dio, un divenire altro con la divinità, e leggerla come un’occasione di dialogo e metamorfosi con quegli elementi del non-umano che arricchiscono, mediano e partecipano del processo antropopoietico.

Dioniso è l’unica divinità che consente questa prossimità, l’unico che permette di guardarlo diritto negli occhi nella sua epifania e che, nelle rappresentazioni vascolari, è rappresentato anche frontale con lo sguardo rivolto agli uomini, come si addice ad un vero predatore. Dioniso incarna la prossimità tra ciò che è umano e ciò che non lo è. Dioniso è il dio straniero che arriva per mare dall’Asia, o meglio l’eroe tebano che torna in Grecia da oriente: egli non appartiene alla stirpe olimpica originaria, è il semidio “due volte nato”. Dioniso è il dio che insegna come mescere il vino, suo prezioso dono ai mortali: egli è un nume foriero di conoscenza.

Ridurre dunque la mania dionisiaca ad una intossicazione acuta da vino o della mente equiparandola ad una menomazione, ad una sottrazione di potenza, non è coerente con gli attributi tipici di questa divinità profondamente intrisi di vitalismo, connessi con la fertilità e con il ciclico rigenerarsi della vita.

 

 

Laura De Grazia
Laura De Grazia

Laura De Grazia, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.

http://www.filosofiapostumanista.it/

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