giovedì, novembre 23, 2017
Home > Sezioni > Arte > L’altro animale e l’arte: la mostra Interspecies — di Valeria Pizzi

L’altro animale e l’arte: la mostra Interspecies — di Valeria Pizzi

Come si può abbattere il pregiudizio antropocentrico che relega gli animali non umani in una posizione di subalternità rispetto all’umano? Questo è l’interrogativo che intendono affrontare artisti come Anthony Hall, Kira O’Reilly e Karin Andersen nella mostra Interspecies, tenutasi a Manchester dal 24 gennaio al 22 marzo del 2009. Valeria Pizzi analizza le loro performance e rappresentazioni artistiche per evidenziare una visione differente dell’eterospecifico, basata su un rapporto di somiglianza e differenza. 

 

Dopo duecento anni dalla nascita di Darwin, si inizia a credere che i principi cardine dell’evoluzionismo siano veritieri: la sovranità umana sulla specie animale è soltanto un pregiudizio antropocentrico che va eliminato.

Questo è quello che gli artisti partecipanti a Interspecies, mostra tenutasi a Manchester dal 24 Gennaio al 22 Marzo del 2009, decidono di evidenziare.

Attraverso il contatto diretto con gli animali si vuole stimolare un dibattito su quello che concretamente è il rapporto con l’alterità animale, e su come, soprattutto, attraverso una riconsiderazione di quest’ultima, sia possibile instaurare un nuovo rapporto, più forte e profondo, tra uomo e animale.

Lavorando con gli animali come se fossero un loro “pari”, gli artisti mettono in luce ciò che ci accomuna e allo stesso tempo che ci distingue da essi.

Imparare a vedere le cose, la realtà, dal loro punto di vista, pratica che sta alla base dei progetti di questi artisti, permette di apprezzare meglio la di­versità animale e, in particolare, di accettare la somiglianza che c’è tra noi e loro.

 

ANTHONY HALL

It’s in progress.

I started working with “electrogenic” fish in 2005; ENKI technology was the title I gave it in 2006 when i was in residence at ENSAD in Paris.

This was the point I realized I could create a treatment technology that mi­ght actually be functional. I had a bit of pressure to actually finish something and so launched the basic concept of ENKI technology.

The funny thing was that reflecting on it now – that just marked a new be­ginning.

It took a year just to convince the director of Pepiniere that it was in fact a real project and not some conjecture in science fiction!

Coming to think of it i have never really finished anything, I am much more excited by the notion of continued experimentation.

I don’t want to finish discovering.

The more I work on ENKI – the more things there are to do and try, it keeps opening up.

There are always more questions.1

 

Hall è uno dei membri fondatori dell’Owl Project, un gruppo che crea pro­getti unendo l’elettronica alla lavorazione del legno. La sua ricerca si basa sulla possibilità di esplorare il modo in cui l’uomo in­teragisce con la tecnologia, e di come queste interazioni abbiano effetti po­sitivi creativi e sociali. Tra i suoi lavori più recenti prendiamo in considera­zione ENKI, una serie di esperimenti basati sulla comunicazione tra umani e alcuni tipi di pesce elettrogenico.

L’obiettivo di Enki Experiment 3 è quello di studiare l’interazione tra i campi bioelettrici di entrambe le specie, uma­na e animale, e soprattutto di stabilire una situazione di dialogo tra i due di­versi organismi attraverso impulsi elettrici lievi sia tattili che visivi, affinché porti beneficio ad entrambi.

Dal 2006, anno nel quale venne messo a punto l’esperimento per la prima volta, circa 400 persone hanno comunicato con un pesce. Per l’esperimento sono state allestite due camere separate ma comunicanti, però, attraverso il sistema ENKI, il cui compito è, in un certo senso, quello di tradurre il linguaggio dell’uomo e del pesce, per permettere così la comunicazione tra i due.

L’esperimento è tutt’ora in corso di sviluppo.

 

KIRA O’REILLY

Kira O’Reilly, una degli artisti britannici più sperimentali, nella sua perfor­mance Falling Asleep with a Pig, tenutasi a Cornerhouse, per ben 36 ore resta sdraiata a terra sulla paglia accanto a Deliah, una femmina di maiale vietna­mita, dormendo insieme a lei.

L’intento è quello di entrare in intimità con l’animale, dimostrando come si possa interagire con le altre specie, abbattendo ogni forma di pregiudizio e superiorità.

Assistendo alle performance dal vivo, il pubblico ha potuto vedere con i propri occhi l’interazione tra l’artista e l’animale ed ascoltare i grugniti e i “versi” di en­trambi, simili in quanto mammiferi, quindi, ha avuto la possibilità di giudi­care personalmente l’evento.

Viene dimostrata la parità tra Kira e Deliah, tra animale umano e animale non umano.

 

RUTH MACLENNAN

Ruth Maclennan è un video artista interessato prevalentemente all’utilizzo di spazi pubblici.

Ha prodotto negli anni una serie di film come Capital, Valley of Castels e Anarcadia, trattando di paesaggi e tracce di azioni passate. Per la mostra Interspecies, organizzata sempre per The Arts Catalyst, ha pre­sentato un progetto intitolato The Departments of Eagles, evidenziando la comunicazione tra falconieri e falchi. L’artista tenta di far vedere le cose, il paesaggio e la città da un altro punto di vista, quello di un animale, in questo caso del falco.

L’esistenza dei falchi, animali da secoli impiegati per la sorveglianza uma­na, è oggi, in un certo senso, legata all’uomo che li utilizza in programmi di allevamento e costruzione di nidificazioni artificiali.

 

NICOLAS PRIMAT

Non posso condividere l’opinione di Montaigne e di altri che attribuiscono agli animali la capacità di comprendere e di pensare.

Non sono preoccupato dal fatto che la gente dice che l’uomo ha l’impero assoluto su tutti gli altri animali; perché sono d’accordo che alcuni di loro sono più forti di noi, e credo che ce ne possano essere anche alcuni che hanno un’astuzia istintiva capace di ingannare gli esseri umani più abili. Ma osservo che loro ci imitano o ci sorpassano solo in quelle delle nostre azioni che non sono guidate dalla ragione.2

L’artista francese, morto nello stesso anno in cui si è tenuta la mostra, è stato l’unico a lavorare direttamente con scimmie e primati. Il suo contatto con gli animali, che ha avuto inizio all’età di quattordici anni nella fattoria di famiglia, lo ha portato a voler indagare sul rapporto tra l’uomo e gli animali, che nella maggior parte dei casi vengono considerati soltanto meri strumenti da sfruttare per soddisfare i propri bisogni. Egli sostiene che in ognuno di noi c’è dell’animalità, così come nelle scimmie è possibile rintracciare dell’umanità.

Per questo motivo ha deciso di studiare le meccaniche di comunicazione interspecifica tra l’uomo ed i primati, lavorando con un gruppo di scimmie Bonobo in uno zoo in Olanda.

Nonostante egli fosse separato dalle scimmie attraverso una barriera di vetro, è riuscito comunque a farsi accettare dalla tribù, comunicando con loro attraverso gesti appresi proprio dallo studio di questi animali. Del 2004 è Portrait de Famille, cioè un ritratto nel quale l’artista appare seduto immobile, mentre le scimmie si muovono introno a lui.

Successivamente, presso l’Istituto Pasteur di Guyana, è riuscito a creare un film di fantascienza con gli stessi primati. È stato scoperto solo recentemente che le scimmie superiori, come i Bonobo, i gorilla e gli scimpanzè sono dotati di capacità comunicative maggiori di quanto si pensasse fino a qualche anno fa. Questa è una tematica centrale in molti dibattiti odierni: Primat è riuscito a dare una nuova visione di rapporto tra uomo e animale, abbattendo la teoria cartesiana per la quale gli animali sono automi, macchine, prive della capacità di pensare.

 

KARIN ANDERSEN

La ricerca di Karin Andersen, diplomatasi presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna con una tesi fra arte ed ecologia, è incentrata sul tema dell’ibrido.

Mescolando media tradizionali come la fotografia, il video, la grafica, insieme alle nuove tecnologie digitali di elaborazione dell’immagine, l’artista ha creato un modo per esprimere la sua visione della realtà, fatta di intrecci, di contaminazione tra l’uomo e l’animale, creando così delle creature teriomorfe. Orecchie, code, macchie sulla pelle, queste sono solo alcune delle caratteristiche dei protagonisti delle sue opere.

Alla base c’è il superamento dell’antropocentrismo, a favore di una visione più ampia, aperta verso nuovi orizzonti, verso nuovi modi di percepire e concepire il mondo attraverso occhi non umani.

L’artista recentemente ha espresso la propria opinione a riguardo in Animal Appeal. Uno studio sull’antropocentrismo, opera scritta a quattro mani con Roberto Marchesini, con l’intento di evidenziare come l’identità umana si sia sviluppata proprio a partire dal rapporto con l’animale.

 

MARTA DE MENEZES

Grazie alla biotecnologia, oggi, è possibile manipolare la natura, l’essere vivente, in maniera sempre più precisa e controllata. Studiare ciò che ci circonda per migliorare la vita dell’uomo, questo è senza dubbio l’obiettivo primario della biotecnologia, così come quello della scienza in generale. Da qualche tempo hanno iniziato a far capolino alcuni artisti, che, interessati alla sperimentazione artistico-scientifica, fanno dei materiali biologici un medium artistico: DNA, proteine, cellule. Tra questi artisti – “scienziati” troviamo Marta de Menezes, artista portoghese operante da circa un decennio, la quale si propone di esplorare non soltanto il confine tra arte e biotecnologia, ma anche e soprattutto tra naturale e artificiale.

In Nature?, la sua prima opera biologica realizzata nel 1999, l’artista modifica una delle ali di due diverse varietà di farfalle prescelte cioè la Bicyclus e l’Heliconius.

In tal modo, ogni esemplare presenta un’ala naturale, cioè frutto della sua evoluzione, ed una artificiale, modificata dall’artista, evidenziando così la sostanziale diversità tra il naturale ed il naturale “innovativo”.

Naturalmente come ogni organismo vivente, le farfalle modificate finiscono col morire, più spesso dopo l’accoppiamento e la deposizione delle uova. 

Contrariamente a quanto accade agli organismi geneticamente modificati, le cellule germinali delle farfalle non vengono toccate e quindi i motivi artificiali non si trasmettono ai loro discendenti. Ogni farfalla modificata è unica, diversa da tutte le altre.

Questi nuovi motivi non sono mia stati osservati in natura e spariscono rapidamente per non ripresentarsi mai più. Questa forma d’arte ha la durata della vita di una farfalla.

È un’arte che, letteralmente, vive e muore. È al tempo stesso arte e vita. Arte e biologia.3

 

BRANDON BALLANGÉE

Artista americano, nato nel 1974, Brandon Ballengée è un artista visivo, biologo e attivista ambientale. Sulla scia della Menezes, anche la sua ricerca è incentrata sull’impiego della biotecnologia e, nel suo caso, della meccanica della vita, come strumenti artistici.

Fulcro, però, è proprio il processo di crescita e di trasformazione degli organismi viventi, inparticolar modo delle rane. Dal 1996, l’artista crea opere d’arte multidisciplinari ispirate ai suoi esperimenti laboratoriali fatti sugli anfibi, concentrandosi soprattutto sulle malformazioni di questi esseri. Le sue opere, che si presentano sotto forma di fotografie ad altissima definizione, possono essere considerate, in un certo senso, delle radiografie: il risultato è un insieme di onde luminose riflesse e giochi cromatici.

Tra i suoi lavori abbiamo il ciclo Styx, che consiste in una vetrina di scheletri di rane deformi, quasi reliquie, conservati in contenitore retroilluminati riempiti di glicerina. Collapse, invece, è la risposta di Ballangée alla crisi globale della pesca nel mondo. L’opera consiste in una grande installazione di 26.162 esseri, cioè 370 specie di pesci ed organismi acquatici, conservati in vasetti. Tra questi vasi, ce ne sono alcuni vuoti, che rappresentano le specie in via di estinzione o già completamente estinte.

Il lavoro cerca di confondere i confini già ambigui fra l’arte ambientale e la ricerca ecologica. […] Come artista impegnato nella salvaguardia della natura, la sparizione della biodiversità a livello globale è per me una preoccupazione e un punto di interesse allo stesso tempo.4

 

ADAM ZARETISKY E JULIA REODICA

Noi proviamo un forte desiderio di circondarci degli organismi più conosciuti e meno conosciuti sulla terra, i cavalli da tiro industriali della biologia molecolare. Quando diciamo “circondarci”, intendiamo in maniera caotica e brulicante: mosche, vermi, rane.

Abbiamo riempito una stanza asettica portatile con uno schieramento delle meno asettiche forme di vita industriale possibili. Ci dilettiamo con la bioarte intesa come amore per ciò che è viscido, appiccicoso, gommoso, pulsante, palpitante, che salta, che svolazza, che vive e muore, che mangia e fa sesso: la Vita di Tutti i Giorni.5

Questo è Workhorse Zoo, una serie di performance presentate da Adam Zaretsky, bio artista ed ecologista, in collaborazione con Julia Reodica (membro del personale tecnico del San Francisco Exploratorium) tenutesi a partire dal 2001 in laboratori biotecnologici e zoo in America (Salina Art Centre in Kansas) ed Australia (SimbioticA).

Zaretizky si è fatto rinchiudere in una camera asettica trasparante di tre metri per tre per una settimana insieme a varie specie animali: lieviti, batteri, mosche, vermi, rane, topi, pesci, piante e uomini, che si trovano a dover convivere insieme e a condividere uno spazio ridotto.

Perchè? Per mettere in luce come gli animali, cavie della scienza, siano stati condannati a vivere in zoo e laboratori, privati della loro libertà; per dimostrare come l’uomo continui a studiare gli altri animali per migliorare la propria vita, per soddisfare i propri bisogni. Durante quella settimana gli animali, tutti, sono stati istigati a divorarsi a vicenda pur di sopravvivere.

 

Alcuni animali sono stati uccisi per essere consumati.

La loro morte è stata portata a termine il più velocemente possibile.

[…] I topi hanno mangiato le Piante. Le rane hanno mangiato i Pesci.

I Pesci hanno mangiato le Mosche, i Vermi e le proprie Uova.

I Vermi hanno mangiato i Batteri e gli Escrementi.6

 

SYMBIOTICA

Dallo studio dei tessuti viventi, nasce nel 1996 Tissue Culture & Art Project, un programma di ricerca volto alla creazione di “entità semi-viventi”.

Il processo comincia generalmente con la costruzione di strutture di polimeri biodegradabili/bio-assorbibili dalla forma desiderata che vengono in seguito inseminate con cellule viventi proveniente da organismi complessi, poi coltivate all’interno d
i bioreattori. […] Gli esseri semi-viventi non sono imitazioni di uomini e non cercano di prenderne il posto. Essi sono simili alle – 
e al tempo stesso differenti dalle – altre creazioni umane (il fenotipo esteso dell’Homo Sapiens), come i manufatti o le varietà selezionate di piante e di animali (sia domestici che di allevamento). Queste entità sono dei sistemi biologici viventi concepiti artificialmente, che hanno bisogno di un intervento umano e/o tecnologico per la loro costruzione e il loro mantenimento.7

 

Si tratta di una vera e propria coltivazione di tessuti extra corporea, la cui crescita è vincolata e controllata dall’intervento degli artisti.

Disembodied Cuisine, letteralmente “cucina disincarnata”, nasce dall’ipocrisia umana, promotrice di una categorizzazione degli esseri viventi in quelli domestici e quelli intesi come cibo, fonte di nutrimento. Questo progetto, nato nel 2000 presso il Laboratorio di ingegneria dei tessuti e di fabbricazione di organi del Massachusetts General Hospital, consiste, infatti, nella creazione di cibo a partire dalla coltivazione del muscolo scheletrico di una rana su dei polimeri.

La performance, durante la quale sono state mostrate le “bistecche” in crescita, è terminata con un banchetto aperto a tutti gli spettatori.

La prima “bistecca” è stata creata a partire da cellule di feto di agnello, parliamo quindi di un essere vivente ancora non nato.

Sarà possibile, in un futuro prossimo, mangiare carne senza sfruttare ed uccidere animali? Forse…

 

Valeria Pizzi

 

 

NOTE

1 Anthony Hall, “Intervista a Anthony Hall”, su www.we-make-money-not-art.com, 21 Febbraio 2008, http://we-make-money-not-art.com/interview_with_anthony_hall/

Traduzione nostra:” E’ in corso. Ho cominciato a lavorare con il pesce elettrogenico nel 2005; ENKI technology è il titolo che gli ho dato nel 2006 durante il mio periodo a ENSAD, a Parigi. Questo è stato il momento in cui ho realizzato che potevo creare una tecnologia di trattamento che potesse essere veramente funzionale. C’era in me l’urgenza di concludere davvero qualcosa e così ho lanciato il concetto base di ENKI technology. La cosa divertente era che pensandoci adesso, quello semplicemente marcò un nuovo inizio. Mi ci volle un anno solo per convincere il direttore di Pepiniere che era a tutti gli effetti un vero progetto e non una qualche congettura fantascientifica!Pensandoci non ho mai veramente finito niente, sono più eccitato dalla nozione di continua sperimentazione. Non voglio smettere di scoprire. Più lavoro su ENKI, più cose ci sono da fare e provare, continua ad avere nuovi sviluppi. Ci sono sempre più domande.”

2 Cartesio, Lettera al Marchese di Newcastle, 23 novembre 1646; citato in Ditadi 1994.

3 Jen Hauser (a cura di), Art Biotech, Bologna, CLUEB, 2007, intervista a Marta de Menezes ,“Il laboratorio come atelier dell’artista”, pag 97 (edizione italiana a cura di Pier Luigi Capucci, Franco Torriani).

4 Jen Hauser (a cura di), Art Biotech, Bologna, CLUEB, 2007, intervista a Brandon Ballangée, “Recupero di specie attraverso un’evoluzione genetica non lineare”, pag 108 (edizione italiana a cura di Pier Luigi Capucci, Franco Torriani).

5-6 Jen Hauser (a cura di), Art Biotech, Bologna, CLUEB, 2007, intervista a Adam Zaretsky, Julia Reodica, “Workhorse Zoo”, pag 111-113, (edizione italiana a cura di Pier Luigi Capucci, Franco Torriani).

7 Jen Hauser (a cura di), Art Biotech, Bologna, CLUEB, 2007, intervista a Oron Catts, Ionat Zurr, Guy Ben-Ary, “Che cosa/Chi sono gli esseri semi-viventi creati”

 

 

 

Laura De Grazia
Laura De Grazia

Laura De Grazia, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.

http://www.filosofiapostumanista.it/

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *