mercoledì, dicembre 11, 2019
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Addomesticati. L’insolita evoluzione degli animali che vivono accanto all’uomo — di Nicola Zengiaro

Il Centro Studi Filosofia Postumanista vi propone la recensione a cura di Nicola Zengiaro del testo di Richard C. Francis Addomesticati. L’insolita evoluzione degli animali che vivono accanto all’uomo, (Bollati Boringhieri, Torino 2016). Zengiaro ricostruisce, in modo dettagliato, gli assi tematici su cui si costruisce l’impalcatura concettuale del testo, ovvero analizzare «gli aspetti della biologia evoluzionistica attraverso l’analisi della domesticazione». 

 

Il saggio Addomesticati sviluppa le dinamiche avvenute lungo l’evoluzione dell’Homo sapiens nell’interazione con le altre specie. Da prima della domesticazione, il cui terreno è indagato dalla biologia evoluzionistica, branca che si occupa di ricostruire le relazioni genealogiche, si apre un campo d’indagine sulle risposte date in maniera adattativa alle sfide poste dall’ambiente. La proposta dell’autore è di esaminare gli aspetti della biologia evoluzionistica attraverso l’analisi della domesticazione, dalla quale poi, lungo la descrizione dettagliata di tale avvenimento, si costruisce il tema principale del libro: la natura conservativa dell’evoluzione.

I quindici capitoli descrivono in modo dettagliato le alterazioni indotte dall’uomo sul processo evolutivo, in senso sia creativo sia conservativo, per ogni animale addomesticato. L’ampiezza del libro permette al lettore, specializzato (cui sono dedicate nove appendici molto tecniche alla fine del libro) e non, di comprendere le dinamiche della domesticazione compiuta da parte dell’uomo e dell’importanza che questa vicenda ha avuto nella composizione della diversità nelle specie.

Le varie ipotesi della domesticazione prendono atto dell’impossibilità di definire nettamente quando una specie si è auto-addomesticata e quando la domesticazione è avvenuta per volontà dell’uomo. Il processo di auto-ammansimento si compì mediante selezione naturale, che prende il nome di commensalismo. Infatti, esso è avvenuto con l’avvicinamento degli animali agli accampamenti umani e, progredendo in maniera esponenziale, ha permesso agli animali gestiti dall’uomo l’aumento della riproduzione facendo sì che la prole si adattasse sempre più alla convivenza come evoluzione reiterata.

Per la domesticazione artificiale, lo studio si basa innanzitutto su un tratto universale che muta in
coincidenza al contatto dell’animale con l’uomo: la mansuetudine. I primi progetti di Nikolaj Belâev e Lûdmilla Trut si concentrarono sulla selezione di questa particolare caratteristica, ovvero della capacità delle volpi di tollerare la vicinanza dell’uomo, ma anche della socialità in generale.

Infatti, «la paura e l’aggressività sono le due emozioni fondamentali per la domesticazione; la loro attenuazione è alla radice di ciò che chiamiamo “mansuetudine”» (p. 125). Questi studi hanno evidenziato come il comportamento si è evoluto in concomitanza con aspetti fisiologici degli animali che oggi fanno parte della “nicchia” umana. 

Aspetto chiave del cambiamento comportamentale è l’interpretazione dei gesti e la lettura delle intenzioni umane. Come afferma l’autore, «per un numero crescente di creature sulla Terra, la sfida ambientale più grande è l’uomo» (p. 115).

L’anello mancante tra i vari discendenti sono definiti “ecotipi”, i quali si sono adattati non solo all’ambiente fisico, ma anche all’ambiente umano, e hanno fornito la materia prima per le razze come oggi le conosciamo. Il successivo passo, che avviò le proto-razze, dipese dall’intervento dell’uomo che selezionò alcuni tratti per vari scopi.

Le definizioni nel saggio sono alternate da varie esperienze dirette della vita dell’autore con cui il lettore può facilmente seguire il discorso più tecnico con uno stile narrativo che spezza, a volte, l’indagine minuziosa e la predilezione per la catalogazione delle varie razze differenti. Oltre a ciò sono riportati vari studi sui miti e sulle simbologie religiose attribuite agli animali: dagli dei alle raffigurazioni di Satana.

Inoltre, l’utilizzo degli animali si sviluppò con il benessere umano e le pratiche culturali, in primis come fonte di cibo. Avvenuta la rivoluzione agricola però, gli animali si divisero in animali da compagnia e animali da cibo all’interno delle stesse specie, laddove i primi avevano un nome e i secondi un utilizzo che variava dalla formazione di utensili per la caccia fino alla produzione di fibre tessili. Dopo la domesticazione, alcuni animali dipendevano dall’uomo per sopravvivere nel nuovo ambiente.

«Uno dei vantaggi di essere una renna domestica è che l’uomo ti protegge, rendendoti meno vulnerabile alla predazione. Di conseguenza le mutazioni cromatiche che ti rendono più visibile non sono un grosso svantaggio, come potrebbero esserlo per una renna selvatica» (p. 214).

Sorge in modo esplicito il riferimento alla struttura fisiologica degli animali addomesticati la quale, una volta distanziata dal suo stato di sopravvivenza selvaggia, adattandosi a un ambiente più sicuro e organizzato, si modifica non prestando più attenzione alla mimetizzazione del pelo o alla forza fisica, o ancora all’agilità o ad alcuni aspetti somatici tipici dell’aggressività.

Il processo di domesticazione, infatti, evidenzia tratti omologhi in tutti i mammiferi che evolvono insieme, definiti come “fenotipo addomesticato”, che comprende: mansuetudine, socialità accresciuta, colorazione variabile, taglia ridotta, zampe accorciate, muso accorciato, orecchie pendule, dimensioni del cervello ridotte (per le aree sensoriali, non cognitive), dimorfismo sessuale ridotto. Questo processo avviene solo negli ambienti umani e grazie all’ascendenza comune.

François Jacob utilizzò il termine “bricolage” per riferirsi alle alterazioni evolutive superficiali dello sviluppo. Un ottimo esempio dell’aspetto conservativo dell’evoluzione e del bricolage operato dalla selezione naturale è l’evoluzione del cervello umano. Questi aspetti, anche se allo stadio iniziale, presentano un alto livello di inerzia che prosegue in modo costante.

Alcune delle domande poste dall’autore vertono su come l’uomo sia riuscito a controllare gli antenati selvatici di animali dotati di considerevole stazza e forza, come i dromedari, dei quali le razze selvatiche non esistono più.

L’autore rivela che «la domesticazione è un processo evolutivo. In questo senso non ha nulla di eccezionale, se non nella misura in cui fu guidata consapevolmente dall’uomo» (p. 368). Infatti, il filo conduttore che segue le varie specie sottomesse dall’uomo è quello di capire il come tutto ciò è avvenuto. Come ha fatto un animale ad addomesticare tutti gli altri?

Gli animali hanno avuto il merito di consentire all’uomo di abitare in zone del pianeta altrimenti inaccessibili. Altri invece hanno influenzato la storia dell’umanità. Il destino di molti animali si legò a quello dell’uomo, sebbene le iniziali ostilità, e viceversa. «Ciò ha spinto alcuni ad affermare che anche l’uomo sia stato addomesticato; o meglio, si è auto-addomesticato» (p. 294).

Gli ultimi tre capitoli sono dedicati all’essere umano e all’ipotesi del processo di auto-addomesticazione. La prima sezione scandaglia le varie genealogie dei primati, tracciando analogie e differenze comportamentali e fisiche, per poi puntare dritti alle ultime domande che rivelano lo sguardo neutrale della ricerca dell’autore.

«Ciò spiegherebbe molte delle nostre singolari caratteristiche, non ultime la nostra capacità senza pari (tra i primati) di cooperare con gli altri e la nostra ipersocialità» (p. 300).

Gran parte dell’apprendimento dei primati è di tipo sociale; perciò la domanda si sposta essenzialmente sull’evoluzione delle emozioni umane, in particolare sul comportamento empatico.

«La nostra ipersocialità deriva forse dall’auto-domesticazione, frutto della selezione naturale per la mansuetudine?» (p. 326).

Con quest’ultima domanda, che rovescia il piano dei rapporti da verticale a orizzontale, e da univoco a biunivoco, l’autore mette alla prova le ultime frontiere della biologia evoluzionistica cercando di dare una risposta esauriente a tale quesito fortificando ulteriormente il valore di tale riflessione notando che «noi esseri umani siamo i primati più intelligenti e più sociali. I due aspetti sono collegati?» (p. 335).

Nicola Zengiaro

 

La recensione è apparsa su Animali totem (Animal Studies, 18/2017). 

Laura De Grazia
Laura De Grazia
Laura De Grazia, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it/

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