martedì, dicembre 10, 2019
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Fragile umanità. Il postumano contemporaneo — di Nicola Zengiaro

Il Centro Studi Filosofia Postumanista vi propone la recensione a cura di Nicola Zengiaro del testo Fragile umanità. Il postumano contemporaneo di Leonardo Caffo (Einaudi, Torino 2017, pp. 109). Zengiaro evidenzia che obiettivo dell’autore è «accompagnare il lettore in un viaggio che lo porterà alla scoperta di un’umanità altra», attraverso un movimento di decostruzione e ricostruzione continuo. La decostruzione dello specismo è, infatti, accompagnata dalla creazione di una filosofia dell’anticipazione, una teoria che mira a cambiare la prassi, «reinterpretando un’umanità come un’opera aperta alle altre forme di vita che costellano il mondo».

 

La prima serie di domande che aprono il saggio Fragile umanità danno immediatamente una prospettiva teorica entro cui l’autore si muove:

«Qualcuno riesce davvero a pensare al di là dell’umano? Oltre i limiti di questo scheletro assunto a modello di vita? O al prima della nostra comparsa nella sfera dell’apparire e dell’essere?» (p. 7).

L’intento di Caffo, che si inserisce pienamente nel panorama postumanista e dell’animalità, è quello di accompagnare il lettore in un viaggio che lo porterà alla scoperta di un’umanità altra. Infatti, nelle prime pagine del libro incontriamo subito la tesi che è sviluppata lungo tre trasformazioni (poste su tre assi che fondano l’antropocentrismo dal quale l’autore cerca di uscire: l’asse etico, l’asse metafisico e l’asse scientifico) in cui il «“Postumano contemporaneo” è il frutto di una speciazione […] tale da rendere i postumani completamente diversi dagli appartenenti alla specie Homo sapiens» (p. X).

L’intero saggio è una decostruzione e ricostruzione costante. La forza delle tesi di Caffo è proprio quella di responsabilizzarsi davanti ad ogni movimento decostruttivo, nel quale emerge immediatamente un piano d’azione teoretica legata sempre alla praticità quotidiana (stile mantenuto dal saggio precedente La vita di tutti i giorni) in cui è necessario, per fondare una filosofia dell’anticipazione, ricostruire e offrire un’alternativa.

Debitore delle ultime parole del filosofo algerino Jacques Derrida, il quale anticipava che la filosofia che verrà è la filosofia dell’animalità, Caffo costruisce una filosofia dell’anticipazione, lungo la seconda parte del libro, in cui traccia ben sette tappe da percorrere per costruire il Postumano contemporaneo.

Partiamo, però, dalla prima parte del testo: la Trasformazione.

L’autore comincia con l’asse etico identificato nella decostruzione dello specismo, ossia la discriminazione di Homo sapiens delle altre specie animali. Il motivo addotto per considerare la fondazione di una nuova etica, a partire dallo specismo, è che «tutta la nostra società è costruita sullo sfruttamento istituzionalizzato degli animali non umani: […] i non umani stanno al mondo sostanzialmente per garantire un benessere totale alla specie Homo sapiens» (p. 7)

La riconsiderazione degli animali non umani parte proprio dal fatto che, e qui l’autore si distanzia dall’antispecismo di prima generazione di Singer e Regan, gli animali non “esistono”. Siamo circondati tutti i giorni dagli animali, i quali compongono gli oggetti del nostro benessere quotidiano. Chi di noi non ha avuto un inserto di pelle nelle sue scarpe? Di chi è quella pelle? O ancora, chi non ha mai avuto della carta da parati in casa, o una pellicola per la macchina fotografica?

Tutto ciò è costituito dal resto dei corpi di animali non umani, dai piccoli oggetti fino alle caramelle gommose che abbiamo mangiato da bambini. Caffo, allora, propone di intendere lo specismo come una «dimenticanza: ci siamo dimenticati che non siamo da soli» (p. 9). Ma non è che non siamo soli nel mondo, ma non siamo soli nemmeno a casa nostra, nella nostra intimità perché «gli animali sono ovunque ma noi non possiamo vederli perché, banalmente, li abbiamo nascosti: lo specismo è anche un nascondimento» (p. 10). Nonostante tutto ciò, specismo è un termine morale, dunque punto decisivo è comprendere come dovremmo comportarci nella consapevolezza di ciò che tutti i giorni è attuato verso gli animali non umani.

Allora la domanda riguarda in realtà il proprio modo di vivere nei confronti dell’alterità. «Quale umano segue dallo specismo?» si domanda l’autore. Un’umanità consapevolmente specista è cieca davanti ad un mondo sommerso. Un’umanità che toglie il mondo a chi ha diritto di vivere le proprie esistenze in pace è una fragile umanità. Scegliere di non vedere il mondo degli animali non umani è ciò che caratterizza una specie ora mai in lenta in estinzione.

Derrida at Jorge Luis Borges’ home in Buenos Aires (1985) 

Eccoci dunque alla prima trasformazione: l’antispecismo che agisce sulla vista. «Ciò che era invisibile ora è palese – il mondo sociale, e da noi regolato, è in fondo un mattatoio: ovunque attorno a noi giace la morte senza senso autorizzata dallo specismo» (p. 23). L’anticipazione sta nel vedere le cose dietro alle cose, prima che la falsa immagine che abbiamo del mondo si metta in moto. Attraverso la filosofia «ci rendiamo conto che non può essere davvero giustificato produrre la vita degli animali soltanto per beneficiare di vizi, gusti e sapori, che sono gli stessi di un umano primitivo che dovrebbe essere scomparso da millenni» (pp. 25-26).

La seconda trasformazione si basa sull’asse metafisico. L’opposizione tra il sistema tolemaico e copernicano è utilizzata per rendere conto di una posizionalità errata da parte del pensiero umanista. Infatti, l’uomo al centro dell’universo, insieme al suo pianeta attorno al quale gli astri ruotano, ci rende un’immagine distorta di noi stessi rispetto all’alterità (che prima era invisibile).

Quest’aspetto riproduce una logica in cui la concezione metafisica pone l’umano al centro e al vertice dell’ontologia. Ovviamente l’umano che segue dal sistema tolemaico assume un carattere speciale nella biodiversità. In questo senso non ci si accorge che l’alterità ecologica è riferita a un sistema di percezione differente in ogni ente, e dunque la fallacia riposa sulla visione antropocentrica come misura di tutte le cose. È così allora che il sistema copernicano ci riposiziona in periferia. La domanda è «come si vive in periferia?» Come tutti gli altri enti.

Il Postumano contemporaneo si basa sulla consapevolezza di non avere un ruolo speciale e, soprattutto, che un modello centrale con cui misurare tutte le cose non esiste affatto. Il movimento, che attua questo riposizionamento, viene utilizzato per reinterpretare il limite umano come una risorsa: «se tutto è periferico, tutto è centrato» (p. 33). Ed ecco che possiamo vedere emergere dal fondo ecologico indifferenziato mille sfumature della vita, infinite forme di vita uniche e irripetibili che si ibridano le une con le altre lungo i bordi di un cerchio ormai rotto, il cui centro è sempre stato vuoto.

L’asse scientifico, la terza trasformazione. La posizione del postumano assume un’altra direzionalità attraverso la quale dobbiamo comprendere da dove arriva questa nuova figura. Le ideologie che sorreggevano una direzionalità dall’alto verso il basso, in cui Dio creava l’universo dall’ente più semplice al più complesso, instaurata dal creazionismo, hanno fondato le più efferate discriminazioni nella storia dell’Uomo. Ciò ha proposto, infatti, un prototipo di Uomo: maschio, bianco, etero, normodotato ecc.

Ma, come viene anticipato nella seconda trasformazione, un unico punto di riferimento non esiste. Allora il riferimento è posto in Dio: «l’umanità fatta sul calco di Dio, e da Dio, pronta e creata per dominare su tutte le altre forme di questo mondo» (p. 41). L’autorizzazione al dominio è data da Dio all’Uomo posto nuovamente al vertice del creato. La verticalità innalza la voce di un antropocentrismo simbolo dell’umanesimo. Però la posizione verticale, eretta, dona insieme alla sua presunzione l’angoscia della sua stessa importanza. Perciò è necessario per l’essere umano scrollarsi di dosso la responsabilità donatagli e riappropriarsi di una condizione umile (appunto humilis, vicino alla terra).

Il riposizionamento, questo riavvicinamento alla terra, fa parte dell’adattamento della nostra specie. Proprio per questo motivo il percorso verso il Postumano, secondo l’autore, è un percorso naturale della nostra specie.

«L’immagine che segue da un processo emergente, piuttosto che ascendente, è quella di un’umanità che priva di un’infusione divina prende coscienza del caos da cui proviene» (p. 47).

Immagine via Flickr

Il Postumano è fatto della stessa sostanza di cui sono fatti i corpi di tutti gli altri viventi. Ed è proprio grazie al fatto di riconsiderare il corpo animale che dunque siamo che possiamo spezzare le barriere di specie, per gettare questa nuova figura al di fuori dell’antropocentrismo. L’uomo come costrutto deve tramontare, la condizione postumana è l’anticipazione di un futuro finora inimmaginato.

«In questo senso la teoria filosofica che propongo, il postumano contemporaneo, serve a catturare il principio evolutivo di questa specie a cui alcuni di noi potrebbero appartenere: diversi nelle usanze alimentari, nelle relazioni con l’ambiente (ecologisti), e in infiniti altri aspetti, alcuni umani hanno già abbandonato la loro specie di appartenenza verso una nuova casa per il loro essere» (p. 60).

Segue, nella seconda parte del libro, una ricostruzione precisa e puntuale delle condizioni di possibilità e degli spazi di sovrapposizione che ci attendono dopo aver unito la teoria alla prassi. Sette tappe sono tratteggiate dall’autore per rendere conto della speciazione della nostra specie (in senso biologico quanto culturale e politico).

Lungo queste tappe sono descritti nuovi scenari, processi di ricostruzione che lo stesso autore paragona al lavoro di un architetto che ricostruisce dalle macerie l’immagine di un mondo nuovo e con esso di una nuova umanità che lo abita. Infatti, uno degli ultimi capitoli è intitolato Progettarsi.

Lascio al lettore, dunque, il gusto di costruire il mondo che verrà a partire dal proprio, attraverso la lettura di questo manifesto della filosofia dell’anticipazione. Reinventare noi stessi significa fare di questa fragilità e instabilità la nostra forza, reinterpretando un’umanità come un’opera aperta alle altre forme di vita che costellano il mondo.

Nicola Zengiaro

Laura De Grazia
Laura De Grazia
Laura De Grazia, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it/

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