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Il Maiale è il nostro maestro. Animali ed Ebrei un rapporto lacerato — di Manuela Macelloni

Il Centro Studi Filosofia Postumanista vi propone la recensione a cura di Manuela Macelloni del testo Il Maiale è il nostro maestro. Animali ed Ebrei un rapporto lacerato (Valentina Sereni, Delfina Piu, Mimesis Edizioni, Milano – Udine 2014, pp. 241, 22 euro). L’autrice analizza, in modo dettagliato, il nucleo argomentativo dell’opera e gli effetti che scaturiscono dalla lettura del testo: la «rilettura della Torà in chiave anti-specista e anti-antropocentrica» invita al superamento di una visione egoica, attraverso cui «ricucire la lacerazione solipsistica che ha prodotto questo mortifero e mortale silenzio».

 

Spesso si è portati a leggere nella tradizione religiosa la più forte espressione di antropocentrismo: l’approccio creazionista che sta alla base delle tre principali tradizioni religiose monoteiste – ebraismo, islamismo, cristianesimo – pone l’uomo all’apice della piramide della creazione e per ciò più vicino a Dio. A ribaltare un siffatto approccio interpretativo è proprio questo testo che, attraverso una rilettura della Torà in chiave anti-specista e anti-antropocentrica, mette in seria crisi il dogma per cui l’uomo sia il prescelto dominatore della Creazione.

Questione cruciale, per una rilettura in chiave anti-antropocentrica della religione ebraica, è la relazione con l’animale e il particolare rapporto che la religione ebraica intrattiene con il mangiare carne. È, infatti, a partire dalla lacerazione con il mondo animale che prende inizio quella rottura di equilibri che ha condotto al “tradimento” del messaggio originario. 

La Torà, secondo la rilettura proposta, esporrebbe una visione anti-specista e anti-antropocentrica per cui non sussisterebbe una gerarchia tra le specie, ma una comunione nella sopravvivenza e, questa condivisione delle risorse e della creatività, sarebbe stata suggellata dal divieto originario di mangiare la carne.

L’atto di mangiare gli animali avrebbe quindi prodotto un sovvertimento dell’ordine tale per cui l’uomo si sarebbe macchiato dei più gravi atti contro la Creazione. Secondo la Torà tutte le creature sono sacrekavod haberiot (p. 156) – e per questa ragione non bisogna far soffrire gli animalitzaar baalè chaim (p. 130) – giacché tale comportamento porterebbe alla distruzione del creatomitzvà di baal taschchit (p. 131).

Il primo capitolo dell’opera (Una questione di metodo) getta le basi per una rilettura della Torà anti-specista: viene esaltato il ruolo della diversità quale fonte di ricchezza produttiva tramite la relazione, «il senso della creazione è vivere e far vivere le diversità» (p. 27).

Proprio l’importanza della diversità si risolve nella sincronia della creazione che annulla ogni impostazione egemonica: la cacciata dall’Eden, il diluvio universale, la torre di Babele, vengono reinterpretati alla luce della tutela delle diversità e della comunione originaria tra i vari esseri viventi.

L’opera pone in evidenza la connessione sistemica di ogni azione con una precisa reazione, testimone del fatto che l’universo si dona in una complessa rete di relazioni, sia che esso prosperi nella giustizia sia che esso si danni nella negatività.

Passaggio fondamentale per comprendere una delle tesi principali dell’opera (Nulla evolve tutto si aggiusta) è la concezione temporale che soggiace alla tradizione ebraica: presente, passato, futuro non hanno un rapporto diacronico ma sincronico là dove, ogni accadimento, può essere oggetto di un ritorno e di una riparazione (teshuva). Ne segue che, nonostante la carne venne concessa in alcuni momenti storici, questo non vieta, anzi è il viatico stesso, un ritorno alle origini, e quindi al vegetarianismo.

L’importanza di questo ritorno e l’eccezionalità del mangiare carne sono testimoniati da tutti i problemi che si dipanano dall’atto di cibarsi dell’animale: l’attenta pratica della scelta del capo, le rigide procedure di macellazione – non solo legate a come deve essere macellato l’animale ma anche da chi – e il divieto di alcune parti del corpo dell’animale hanno lo scopo, oltre che di proteggere l’animale, di ricordare all’uomo che l’azione che sta compiendo deve essere gestita nella misura e per un tempo limitato.

Sono diversi i momenti che legano la storia ebraica all’atto del mangiare carne (I mangiatori di carne. Allevamenti troppo intensivi) e nessuno di essi è scevro di complicanze: l’uomo è per natura un mangiatore di vegetali – la rottura con il vegetarianismo viene interrotta una prima volta dopo il diluvio universale in cui viene ammessa la possibilità di mangiare alcuni tipi di carni con le dovute accortezze – ma vede, nell’evento dell’esodo dall’Egitto, il fatto simbolico più rilevante per comprendere la genealogia del rapporto che lega l’uomo al nutrimento animale.

La carne viene introdotta come punizione che Dio abbatte sull’uomo giacché, accortosi che la lotta per la ribellione alla schiavitù egizia non aveva lasciato alcuna traccia nel cuore del popolo ebraico, decise di punirlo togliendogli, quale fonte di nutrimento principale, la manna – principio di misura secondo le regole della scarsità – e sostituendo ad essa la carne:

«Voi mangerete non per un giorno, né per due giorni, né per cinque giorni, ma fino a un mese intero, fino a che vi uscirà dalle narici e ne avrete la nausea» (p. 91).

L’atto del mangiare carne è quindi connesso a una perdita di misura, di equilibrio e si congiunge a una dimensione di eccesso, squilibrio e rovina. La misura è quella regola etica fondamentale, per la religione ebraica rappresentata dallo shabbat, da non considerarsi esclusivamente come giornata diriposo dell’essere umano, quanto piuttosto come momento di pace e di tranquillità della Creazione tutta, affinché possa tornare a immergersi in se stessa prima di riprendere lo scambio proficuo con la diversità.

Questo senso di misura, di ordine, pace, ciclicità, riposo è ciò che manca agli allevamenti intensivi di oggi che rappresentano, al contrario, la perdita radicale di ogni forma di misura e di riguardo per l’alterità – testimoniato dallo sfruttamento unilaterale delle risorse come se fossero inesauribili – e che rendono inapplicabile il rispetto delle norme di vita e macellazione dell’animale richieste dalla religione; per questo motivo nessuna carne può essere considerata kasher (kasher è il cibo “adatto”, quello che può essere consumato giacché preparato nel rispetto delle norme alimentari ebraiche).

L’uomo, nella tracotanza solipsistica del suo antropocentrismo, si interpreta – serrato è l’attacco a tutti gli inadeguati interpreti, autorevoli decisori, della tradizione volta a difendere il guadagno più che l’originarietà del messaggio ebraico (Una Halachà sbagliata. Ritorno al Faraone) – quale dominatore della realtà.

Ecco quindi che si genera l’opposizione tra una vecchia dimensione aurea in cui l’uomo era «in mezzo agli animali» (p. 229) e una dimensione corrotta in cui l’uomo costruisce per sé una torre egemonica (Torre di Babele) da cui voler governare il creato (Verso la solitudine). Ciò che ne segue è la sostituzione di una dimensione ecologica con una dimensione egoica e solipsista, passando da una rete di relazioni a un’univocità anti-relazionale: l’uomo non va più alla ricerca del giusto ma solo di ciò che è vantaggioso per la sua specie.

L’animale è ridotto a servitore, non recita più il ruolo del maestro ma è un oggetto al servizio: «Che cosa è un animale? Da un punto di vista zootecnico un animale è una macchina» (p. 198); lunga è la lista degli animali in via di estinzione e incombente è il rischio di distruggere l’animale quale identità costringendolo a essere solo per la morte.

La tracotanza umana, testimoniata dagli allevamenti intensivi, porta l’uomo a perdersi nella dismisura del suo ego: smarrendo la relazione con l’alterità spreca anche la conoscenza di se stesso. L’uomo, attraverso una logica dominante e per questo fagocitante, riduce la sua condizione esistenziale: da animale in con-divisione ad animale solo.

Ma vi è ancora una strada percorribile (teshuva) quella del tempo che ritorna, quella del maiale (Verso la redenzione. Venuta del Messia). Maiale, in ebraico, è chazir e deriva dalla radice del verbo leachzor che significa ritorno. Il maiale, bestia per antonomasia, vietato nell’alimentazione ebraica, è testimone della sincronia, della circolarità, dell’epoca messianica in cui tutta la Creazione risplenderà nella sua grandezza. Epoca in cui uomo e animale non rappresenteranno una dicotomia, ma una polarità in cui uno riscoprirà nell’altro il suo fondamento costitutivo e la sua ragion d’essere.

La forza del testo è quindi testimoniata dalla capacità di ripensare l’impostazione teologica antropocentrica dell’ebraismo e insieme di mettere in discussione la sostenibilità dei sistemi di produzione alimentare. Solo riscoprendo l’intima connessione e la polarità che lega ogni specie e il creato tutto, solo reintroducendo il dialogo, si può ricucire la lacerazione solipsistica che ha prodotto questo mortifero e mortale silenzio.

Manuela Macelloni

 

La recensione è apparsa su Animali totem (Animal Studies, 18/2017). 

 

 

 

 

 

 

 

Laura De Grazia
Laura De Grazia
Laura De Grazia, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it/

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