lunedì, dicembre 16, 2019
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Intelligenze plurime — di Roberto Marchesini

Il Centro Studi Filosofia Postumanista vi propone un estratto di Intelligenze plurime, testo in cui Roberto Marchesini analizza l’approccio mentalista all’animalità per individuare in che modo i retaggi di un pensiero antropocentrico producono distorsioni concettuali ed epistemiche che impediscono di comprendere non soltanto il comportamento dell’eterospecifico ma anche della specie umana. La domanda che anima il mentalismo è, infatti, così declinata: «ci separano dalle altre specie differenze di qualità o di quantità?». Si tratta di un interrogativo formulato dal punto di vista dell’essere umano e che racchiude l’animalità in un’unica categoria omogenea. Contro quest’approccio dicotomico, Marchesini declina una nuova proposta, indagando «la pluralità cognitiva dell’universo non umano, una pluralità che include l’uomo come una delle tante stelle nella galassia cognitiva del vivente».

 

La questione della mente animale, vale a dire l’assunzione che anche altre specie possiedano un mondo interiore in grado di coniugare le esperienze acquisite con gli orientamenti specie-specifici in un quadro unitario e attivo nella produzione elaborativo-decisionale, è stata per lungo tempo ed è ancor oggi motivo di discussione tra gli studiosi del comportamento.

La mente animale rappresenta cioè un argomento caldo, carico di significati ambigui e di termini spesso erroneamente utilizzati come sinonimi. Il concetto di “mente” richiama, seppur in modo quasi mai sovrapponibile, quello di pensiero, di coscienza, di sentimento, di intenzione, in un pot-pourri di nessi inclusivi che non facilita certo l’orientamento e la corretta valutazione.

L’approccio mentalistico al comportamento animale richiede necessariamente degli operatori
concettuali ed epistemici
non sempre alla portata delle strutture teoriche e delle modalità acquisitive di un’epoca e si presta ad argomentazioni a latere più di tipo pregiudiziale che di fredda e lucida analisi dei referti. Si tratta di un argomento spinoso non solo perché troppo spesso sviluppato in modo impreciso ma soprattutto perché sollecita emozioni, mette a dura prova le cornici mentali e i pregiudizi, evoca simpatie e contenuti ideologici.

La valutazione della mente animale è un compito arduo per una serie di difficoltà:

  • il problema attributi giacché mentre il comportamento è esplicitato fenomenicamente, le attività mentali devono essere attribuite;
  • l’innumerevole quantità di pregiudizi che gravano sul rapporto uomo-animale,
  • le imprecisioni e la confusione che ostacolano le definizioni stesse delle diverse attività mentali.

 

Se la mente umana già si presta a innumerevoli interpretazioni e a un caleidoscopio di sfumature, quella animale è ancor di più opaca e quindi coatta dal vincolo attributivo: è l’uomo cioè che alla fin fine si trova a propendere per l’una o l’altra lettura. Questo fa sì che nelle ricerche solitamente emerga prima di tutto (o comunque in modo velato) il grado di antropocentrismo dell’autore.

Per alcune correnti di pensiero negare la mente animale è stato un modo per difendere lo statuto speciale dell’essere umano, per altre il riconoscere caratteristiche mentali di ordine proiettivo ai non umani è stato più il frutto di un atteggiamento benevolo, di simpatia o di amore per gli animali piuttosto che una lucida valutazione delle loro caratteristiche.

Queste due tendenze antitetiche, che potremmo definire “separativa” la prima e “cooptativa” la seconda, non hanno di certo favorito la conoscenza della mente animale, poiché nella prima ipotesi si è frettolosamente liquidato il problema attraverso la negazione (l’animale non ha mente), mentre nella seconda si è fuorviata la ricerca utilizzando modelli impropri o negando il bisogno di una ricerca specifica (l’animale ha una mente simile o sovrapponibile a quella umana).

Nell’interpretazione del comportamento animale storicamente l’uomo si è avvalso di due modelli interpretativi di elezione:

a) l’antropomorfismo, ovvero la chiave proiettiva=attribuire all’eterospecifico qualità umane;

b) il macchinomorfismo, ovvero la chiave analitica=utilizzare l’analogia con le macchine.

Entrambe le modalità di lettura hanno forti caratterizzazioni antropocentriche, sono cioè minate nella capacità di guardare il molteplice, prima di tutto perché saldamente orbitanti intorno all’uomo e proposte su piani di indagine e descrizione che in ultima analisi riguardano la nostra specie e i suoi contorni di emergenza da tutto il resto del vivente.

La dicotomia umano-macchinico ha a sua volta generato frattali di dicotomie, tutte in qualche modo afferenti al bisogno di definire un profilo liminale distintivo e parimenti coniugativo con il non umano. In altre parole non è facile uscire dal ginepraio di questa antinomia, anche perché gran parte delle attribuzioni che ordinariamente riferiamo a noi stessi e ai processi antropopoietici vi sono legate a doppio filo.

Non è un caso se il dibattito del Novecento ha visto puntualmente la contrapposizione accesa tra a) continuisti, coloro che non individuavano salti di continuità tra l’uomo e gli altri animali nelle diverse caratteristiche mentali, e b) discontinuisti, coloro che vedevano tra l’uomo e le altre specie animali un salto quantico tale da assumere per la nostra specie salienti differenze qualitative (non solo quantitative) rispetto alle altre specie.

La questione per certi versi è ancora aperta: ci separano dalle altre specie differenze di qualità o di quantità?

Il problema è che la domanda è mal posta per un’innumerevole serie di ragioni, in primis che non è possibile utilizzare il termine “animale” come una categoria omogenea tale per cui possa valere la domanda nei suoi parametri interni.

L’argomento principe di questo saggio o, se si vuole, l’obiettivo che mi sono posto è proprio il dimostrare come questa domanda posta in modo contrappositivo non solo non sia utile a trovare una risposta ma addirittura sia fuorviante per la ricerca.

Gli animali non sono una categoria, non possono essere trattati come una polarità da cui poter tirar fuori i due termini (umano e non umano) per oscillazione di sfondo.

Non nego le differenze qualitative proprio perché sono continuista e darwinista – tra le specie si sviluppano differenze salienti nelle performance presentate: si pensi per esempio alle diverse sensorialità – ma evito attentamente di utilizzare l’uomo come misura.

Il punto centrale, che purtroppo difficilmente viene preso in considerazione, è che le differenze qualitative riguardano tutte le specie, vale a dire che il problema della diversità-peculiarità non è una questione di rapporto uomo-animale ma di relazione tra specie.

Il titolo di questo saggio, Intelligenze plurime, vuole proprio sottolineare la pluralità cognitiva dell’universo non umano, una pluralità che include l’uomo come una delle tante stelle nella galassia cognitiva del vivente. In questo quadro le altre cognitività si troveranno a essere più o meno prossime a quella umana a seconda della vicinanza filogenetica (gradiente omologico=qualità di somiglianza per ascendenza) e a seconda del grado di sovrapposizione adattativa (gradiente analogico=qualità per convergenza evoluzionistica).

Ciò non di meno occorre uscire dall’ossessione del confronto con l’uomo se si vuole applicare all’ambito mentale la stessa chiave di indagine che ha dato ottimi frutti per esempio nella ricerca sui sensi.

Quando si parla di mente le difficoltà esorbitano il rapporto uomo-animale – e le conseguenti difficoltà inferenziali e quindi attributive – ma sono riconducibili a un vizio che pesa sull’intero ambito epistemico delle attività mentali: la confusione descrittiva e semantica. Infatti siamo abituati a usare molti termini per definire:

  1. a) stati mentali,
  2. b) contenuti mentali,
  3. c) funzioni mentali,
  4. d) processi di esplicitazione,
  5. e) funzioni cognitive implicite.

 

Talvolta più termini (molti d’uso comune) vengono adoperati in modo sinonimico da alcuni studiosi e, al contrario, con marcate distinzioni da altri. Le definizioni correnti presentano aloni semantici spaventosamente ampi rispetto alle necessità dell’approccio scientifico che, viceversa, deve poter individuare con precisione di cosa si stia parlando.

Inoltre molto spesso anche tra i ricercatori non vi è un accordo preciso circa le effettive differenze tra le componenti-funzioni mentali e i sistemi esplicativi chiamati a interpretare – si veda per esempio il modo di considerare le macchine informatiche quali modelli utili per spiegare le funzioni elaborative della mente.

Di certo ogni volta che si dà una definizione si semplifica un fenomeno complesso e in qualche modo lo si ingabbia all’interno di una categoria che necessariamente presenta contorni sfumati e aree dove è assolutamente arbitraria (o comunque discutibile) l’attribuzione all’una o all’altra categoria.

Ma è altrettanto vero che senza un piano sistematico di attribuzione e una definizione omogenea delle diverse componenti è molto difficile muoversi nel mare magno della cognitività; è indubbia pertanto la necessità di avere un chiaro orizzonte descrittivo-esplicativo sui concetti che nel loro insieme costituiscono la mente. A tal riguardo mi sforzerò di essere quanto più puntuale cercando di adottare per la terminologia le definizioni maggiormente utilizzate e dettagliate.

Un problema epistemico rilevante riguarda la capacità di uscire dalla logica dicotomica. Spesso per emendare l’antinomia persona/cosa o umano/macchina cadiamo in altre antinomie ugualmente fuorvianti. L’uomo peraltro sembra avere una forte propensione epistemica per le dicotomie (natura/cultura, soggetto/oggetto, maschio/femmina, innato/acquisito, deduttivo/induttivo, istruito/selezionato, pulsione/risposta) come se per mettere a fuoco un ente avesse bisogno di definire un fondale antitetico.

Non a caso la storia del pensiero è piena di dicotomie, che si susseguono e che vengono superate da nuove dicotomie: la ripartizione del mondo animale in umano e non umano è forse la prova più esemplare di questa difficoltà.

 

Laura De Grazia
Laura De Grazia
Laura De Grazia, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it/

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