venerdì, gennaio 18, 2019
Home > Segnalazioni > Recensioni > Storia naturale della morale umana — di Edoardo Pastore

Storia naturale della morale umana — di Edoardo Pastore

Il Centro Studi Filosofia Postumanista vi propone la recensione a cura di Edoardo Pastore del testo Storia Naturale della morale umana (M. Tomasello; 2016). L’autore individua «in uno stimolante connubio tra filosofia e scienze empiriche» la prospettiva d’indagine attraverso cui Tomasello offre al lettore «una spiegazione evolutiva della comparsa della morale umana». L’opera di Tomasello ha il merito di riuscire a scalfire i pregiudizi negativi che spesso si abbattono sull’interdisciplinarietà: il superamento della barriere nette e definite tra le discipline consente, infatti, a un pubblico variegato di addentrarsi nel testo, per comprendere come sia avvenuto«il complesso passaggio dalle forme di cooperazione strategica dei nostri antenati primati alle forme di comportamento morale tipiche della nostra specie». 

 

Dopo aver ricostruito, nel suo Unicamente umano. Storia naturale del pensiero (il Mulino, 2014), la genesi biologica dei tipi di pensiero specificamente umani, nella sua opera più recente Michael Tomasello, psicologo evoluzionista oggi codirettore del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology di Lipsia, ci offre, in uno stimolante connubio tra filosofia e scienze empiriche, una dettagliata «spiegazione evolutiva della comparsa della morale umana» (p. 3):

una storia naturale che tenta di spiegare, su solide basi sperimentali, come sia avvenuto il complesso passaggio dalle forme di cooperazione strategica dei nostri antenati primati alle forme di comportamento morale tipiche della nostra specie. In questo senso, la specificità di Homo sapiens sapiens rispetto ai suoi antenati sta nella capacità di attuare alcuni processi psicologici – cognizione, interazione sociale e auto-regolazione – che sono via via comparsi durante la sua storia evolutiva e che hanno permesso forme di cooperazione sempre più raffinate e complesse.

Il punto di partenza di questa narrazione è l’analisi della vita sociale dell’ultimo antenato comune all’uomo e alle grandi scimmie, vissuto ipoteticamente circa 6.000.000 di anni fa. Questo primate possedeva una sorta di “morale machiavellica”: in uno sfondo sociale fortemente orientato verso la competizione e la dominanza, egli compiva azioni altruistiche solamente in assenza di competizione per il cibo e solo nei casi in cui l’atto non gli risultava costoso in termini di risorse.

Questi mammiferi possedevano dunque una serie di capacità psicologiche di cognizione e socialità – come quelle messe in atto durante lo spulciamento reciproco – organizzate attorno a un’attitudine prosociale simpatetica, pur rimanendo del tutto privi di quel senso di equità e giustizia che costituisce, insieme alla suddetta simpatia, uno dei due pilastri fondamentali della moralità.

L’evento che determinò il primo passaggio evolutivo fondamentale avvenne circa 2.000.000 di anni fa, quando un cambiamento ecologico epocale costrinse i primi esseri umani a collaborare per la ricerca di cibo.

Con la comparsa di Homo heidelbergensis, circa 400.000 anni fa, questa interdipendenza obbligata che caratterizzava la caccia grossa di gruppo portò alla comparsa di una “morale della seconda persona”:

Homo heidelbergensis — Immagine via Flickr

questi primi esseri umani, essendo letteralmente costretti, per questioni di sopravvivenza, alla collaborazione, riuscirono a costruire interazioni diadiche cooperative, dove svolgevano un ruolo importante il rispetto e l’interesse per il benessere del compagno, che viene ora accuratamente selezionato, la consapevolezza del proprio ruolo all’interno del rapporto cooperativo e una certa equità nella spartizione del bottino.

Il secondo passo evolutivo fondamentale della nostra storia fu indotto da cambiamenti demografici avvenuti circa 150.000 anni fa, e coincide a grandi linee con la comparsa di Homo sapiens sapiens: un forte aumento della popolazione portò alla formazione di un gran numero di gruppi a livello tribale, le culture.

Ognuna di queste operava come un grande “noi” interdipendente, dove ogni membro si identificava col gruppo e svolgeva i compiti più funzionali alla sopravvivenza e al benessere di questo. È qui che iniziano ad apparire abilità cognitive di intenzionalità collettiva, di agentività culturale e di autoregolazione, «che hanno permesso la creazione di convenzioni, norme e istituzioni culturali […] basate su un terreno culturale comune» (p. 7); prima fra tutte, una “morale oggettiva” di norme impersonali, cui tutti i membri della cultura, ora dotati di un senso profondo di “identità morale”, devono sottostare in egual modo.

In conclusione, Tomasello ritiene che le norme morali oggettive, il frutto più maturo della nostra evoluzione comportamentale, non siano altro che norme sociali, funzionali alla sopravvivenza e al benessere del gruppo culturale in cui nascono, strettamente connesse – ed è questo il fattore decisivo – alla morale naturale della cui storia si è abbondantemente parlato.

A livello normativo, abbiamo qui dunque a che fare con una sorta di utilitarismo della norma “naturale”, dove l’utile è ciò che massimizza la fitness riproduttiva di un determinato gruppo culturale. Questa visione riesce a rendere conto, in primo luogo, dei conflitti morali che possono sorgere fra culture diverse:

l’oggettività del giusto e dello sbagliato è, infatti, sempre connessa a uno specifico gruppo sociale, in un momento storico determinato;

in secondo luogo, è in grado di rendere conto dei conflitti interni al singolo individuo tramite l’influsso esercitato su di lui da ben tre morali distinte: quella della simpatia, quella dell’equità nel modo della seconda persona e quella della giustizia orientata al gruppo, che possono sempre essere in conflitto fra di loro.

È inoltre opportuno notare, come l’autore ci ricorda in una delle prime pagine del libro, che una spiegazione evolutiva del perché gli uomini si comportano in modo morale non implica che l’azione morale sia in qualche modo predeterminata dalla natura dell’uomo, cosa che minerebbe le fondamenta della morale stessa. La risposta a questa obiezione, che risale già ai primi critici di Darwin, è semplice:

«il punto è che la causa ultima coinvolta nel processo evolutivo è indipendente dall’effettiva presa di decisione degli individui che cercano di realizzare i loro personali scopi e valori» (p. 9).

La possibilità dell’azione morale è, diciamo così, biologicamente determinata, mentre la sua realtà, la sua effettiva attuazione, non dipende che dal libero arbitrio dell’agente in questione.

La collaborazione con le scienze empiriche non è certo un fatto di assoluta novità nella storia della filosofia, e non è necessario scavare troppo a fondo nel passato per rinvenirne le tracce: basti pensare all’orizzonte newtoniano del pensiero di Kant, alle riflessioni di Cassirer sulla teoria della relatività o alla più recente “svolta cognitiva” in filosofia del linguaggio.

Oggi, tuttavia, sembra che a questa interdisciplinarità faccia sovente eco un qualche pregiudizio negativo, come se non solo il contenuto, ma la stessa essenza della scienza fosse in qualche modo mutata; pregiudizio forse dovuto più alla difficoltà di accesso che caratterizza le scienze odierne – probabilmente maggiore, per astrattezza e specialismo, rispetto al passato – che all’effettivo demerito delle opere che di questa collaborazione hanno fatto il loro fondamento.

Il libro di Tomasello sembra in grado di fugare questa difficoltà di fondo. L’opera, infatti, in cui il pubblico specialistico riconoscerà un’organica sistematizzazione delle tesi già esposte dall’autore nei suoi articoli precedenti sul tema, qua e là ampliata da nuove intuizioni e da una ricca bibliografia, ha caratteristiche che le permettono di essere apprezzata anche da lettori meno esperti: i concetti e i passaggi argomentativi più ostici sono sempre spiegati con notevole chiarezza, e la costante presenza di riepiloghi, tabelle riassuntive e rappresentazioni grafiche in ogni parte del libro permette di non perdere mai il filo del discorso.

Così, anche i numerosi esperimenti comportamentali – condotti, spesso dall’autore stesso, su primati e bambini umani – e le loro non sempre scontate implicazioni filosofiche sono accostati con naturalezza, in una scrittura piana e precisa, sicché il lettore avrà l’impressione di avere a che fare con un discorso facilmente comprensibile, sempre fondato su sicuri risultati scientifici e su una notevole padronanza della letteratura. Un’opera dunque di indubbio valore, scientifico e divulgativo, che varrà a molti da ottima introduzione a una branca di studi che sta producendo sempre più spesso opere di meritato interesse.

Edoardo Pastore

 

La recensione è stata pubblicata su Animali Totem (Animal Studies, 18/2017). 

 

 

Laura De Grazia
Laura De Grazia
Laura De Grazia, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it/

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.