sabato, dicembre 15, 2018
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Lo sguardo dell’altro. Umanità e animalità tra arte, natura e filosofia — di Valeria Pizzi

Valeria Pizzi, nel suo lavoro di Tesi in Fenomenologia delle Arti Contemporanee svolto presso l’Accademia di Belle Arti di Urbino, ha analizzato la rappresentazione dell’alterità animale nelle performance di artisti che hanno tentato di avvicinarsi e provare il punto di vista degli animali non umani. In questa forma di produzione artistica, emergono gli Art Orienté Object, un duo artistico costituito nel 1991 da Marion Laval-Jeantet e Benoit Mangin. Volontà degli artisti è capire «cosa significa essere “altro” e non soltanto uomo», un presupposto da cui hanno tratto vita performance come Felinantropy, per giungere a un processo definito di “mithridatisation”. Tuttavia, si chiede Valeria Pizzi, il duo artistico è stato realmente in grado di aggirare l’antropocentrismo o ha oscurato il punto di vista dell’alterità mettendo in luce la propria corporeità?

 

 

ART ORIENTÉ OBJET

“Etre cheval, c’est quoi?”

Si chiede Marion Laval-Jeantet.

Tutti dovremmo chiederci cosa significhi essere cavallo, cane, gatto.

En fait, c’est quelque chose qui vient à l’origine d’une conviction très ancienne, commune à Benoît et à moi, selon laquelle le sens de notre existence terrestre, c’est la dissemblance, le fait qu’on soit tous séparés les uns des autres et que, du coup, on ait à s’adapter à cette notion d’altérité.

On est donc complètement obsédé par la question de l’altérité.1

Loro, gli Art Orienté Objet, decidono di partire proprio da questa curiosità, da questa voglia di capire effettivamente cosa significa essere “altro” e non soltanto uomo.

Il dialogo inter-specie risulta essere, quindi, uno dei principali punti di ricerca del duo artistico, costituito nel 1991, da Marion Laval-Jeantet e Benoit Mangin.

Legati da un forte interesse per l’etologia e le scienze della vita e del comportamento, i due artisti si esprimono attraverso installazioni, video, fotografie e performance, mettendo in evidenza il modo in cui noi esseri umani ci rapportiamo con gli altri esseri viventi e con l’ambiente in generale.

Con l’obiettivo di dialogare con l’animale, il duo, nelle loro performance, sceglie dei mammiferi, in quanto più idonei nello stabilire una corrispondenza con l’uomo.

Felinantropy – Marion Laval-Jeantet

 

Ecco, quindi, che nel 2007 viene realizzata Felinantropy, una performance durante la quale Marion, con indosso una coda e delle protesi simili a zampe, cerca di avvicinare un gatto utilizzando il linguaggio del corpo e la postura tipicamente felina. In tal modo l’animale viene, in un certo senso, “confuso” dall’aspetto dell’artista, ed è portato a considerarlo più come un suo simile che come un estraneo.

 

Dès que je les enfilai et m’adaptais à cette démarche étrange, les chats vinrent me renifler et me bondir dessus pour jouer comme ils ne le faisaient qu’entre eux.

L’objet artistique fonctionnait, il avait déplacé mon rôle dans la hiérarchie féline domestique. Cette première expérience fut logiquement titrée Félinanthropie (2007).2

Osservando le giraffe in cattività, i due artisti si sono resi conto che queste si mostrano particolarmente aggressive nei confronti del personale dello zoo che se ne prende cura, nonostante non abbiano mai conosciuto la libertà vera e propria.

Al contrario, le giraffe libere incontrate in Angola dai due artisti, si sono dimostrate quiete e tranquille. Dall’osservazione del comportamento delle giraffe è emerso che queste comunicano attraverso le oscillazioni della testa, muovendo le orecchie ed incrociando i loro colli ad ogni incontro.

L’uomo è diverso, non ha né collo lungo, né orecchie mobili. Nel 2007, nella performance Necking, tenutasi presso lo zoo di Doué la Fontaine, Benoit Mangin, indossando una protesi di grandezza naturale estesa dal collo alla testa, tenta di comunicare con delle giraffe.

Per la costruzione della protesi fu presa come modello la giraffa femmina più anziana, ma probabilmente l’artista fu scambiato per un esemplare maschio, poiché tutte le femmine gli si avvicinavano, mentre i maschi sembravano più ostili.

Approccio nuovamente ripetuto da Benoit, sempre nello stesso anno, nella performance Jeter les bois con un cervo.

Nonostante l’artista indossasse un casco con delle corna di cervo, non è stato affatto semplice avvicinarsi ai cervi, che avevano paura di lui.

Cependant, une fois de plus, nous démontrions la force du leurre visuel, qui, indépendamment des signaux olfactifs, était capable de transformer l’homme, si ce n’est en cerf, tout au moins en hybride homme-animal nettement plus supportable à leurs yeux.3

Tuttavia, dall’indossare delle semplici protesi, si passa a un qualcosa di molto più complesso come la possibilità di ibridare l’uomo, attraverso un’iniezione di “sangue straniero”. Questa performance nasce, quindi, dalla volontà di Marion di “ibridarsi” con l’altro. L’idea iniziale è stata quella di coinvolgere un panda nella performance poi, però, a causa di una serie di complicazioni, si è scelto un cavallo, animale altrettanto lontano dalla costituzione dei primati, che quindi avrebbe sicuramente provocato una reazione molto violenta a livello dell’esperienza complessiva.

 

Attraverso un processo chiamato “mithridatisation”, in onore del re persiano di Ponto Mithridates IV, chesi crede abbia costruito una immunità al veleno di serpente consumandone dosi regolarmente, il corpo dell’artista viene preparato per mesi alla performance. Le sono state iniettate, infatti, dosi sempre maggiori di immunoglobuline per rendere il suo organismo tollerante ed evitare così, che al momento della performance, non si creassero complicazioni.

In effetti c’è stato tutto un processo di mitridatismo, vuol dire che mi sono progressivamente abituata a differenti famiglie di immunoglobuline perché non ci fosse un rigetto massivo dei corpi una volta fatta l’iniezione.

All’inizio, ci andavo un po’ inconsapevolmente poi da un certo momento ho cominciato a risentire degli effetti, ad avere dei problemi di sonno.

Allora mi sono detta che non era insignificante.4

Dal punto di vista formale, invece, sono state realizzate delle protesi simili a zampe di cavallo che Marion ha indossato durante la performance e che le hanno permesso di stare alla stessa altezza del cavallo, vedendo così la realtà dal suo punto di vista.

La prima volta che ho messo queste protesi, la parte alta del mio cranio era all’altezza di quello del cavallo. Dunque, avevamo gli occhi allo stesso livello. È sempre un po’ questa illusione dei primati umani che pensano di poter fissare il proprio sguardo nella stessa configurazione, lo stesso atteggiamento dell’altro, dell’animale.5

La performance si è svolta il 22 febbraio del 2011 presso la Kapelica Gallery a Ljubljana, in Slovenia:

Benoit mi inietta il siero di sangue del cavallo, in seguito resto per un po’ allungata per essere sicura che non ci sia uno shock anafilattico.

Durante questo tempo, un film è proiettato all’attenzione del pubblico che assiste alla performance. In seguito mi infilo questo paio di protesi per fare più giri della sala con il cavallo, poi mi rimetto lunga.

In effetti il tempo è organizzato in modo che venti minuti dopo prendiamo il mio sangue nel momento in cui i marcatori di androgeni del corpo umano, che testimoniano la presenza di un corpo estraneo equino in me, sono presenti in maggior numero. Questo sangue sarà in seguito liofilizzato davanti al pubblico per farci una sorta di oggetto di culto, che ritrovate in queste scatole metalliche che sono un po’ come dei reliquiari, nei quali voi avete dunque, per quanto strano possa sembrare, del sangue di “centauro”, sarebbe a dire il sangue nel momento d’incrocio tra i due, ma liofilizzato, quindi sotto forma di polvere.6

La stessa Marion sostiene di essersi sentita iperattiva:

“Diciamo che l’effetto inatteso è quello della giunzione di tutti questi effetti insieme, che fa si che si risente un’iperattività, possibilmente tiroidea”, sottolinea.

Si è molto molto nervosi, nel senso di un metabolismo aumentato, di un’impressione di potenza e allo stesso tempo un’emotività molto superiore a causa di una stimolazione delle ghiandole surrenali, dell’ipofisi, che fa si che si è molto inquieti ed emotivi. Questa contraddizione tra potenza fisica e fragilità psicologica, mi sembra molto interessante poiché in opposizione con la struttura psicologica dell’uomo, in cui in generale si ha un sentimento o di potenza o di fragilità, ma raramente i due allo stesso tempo.

Questo genere di fenomeni contraddittori, che potrebbero essere inerenti all’essenza equina – non lo sappiamo – costituiscono un’impressione perfettamente sorprendente, perché è chiaramente evocatrice di una diversità.

È come se avessi vissuto momentaneamente una diversità.7

L’artista entra in comunicazione con il cavallo, va oltre la tipica visione antropocentrica dell’uomo superando ogni diversità.

È possibile, tuttavia, rintracciare ancora in questa performance una certa dose di antropocentrismo, o, meglio ancora, di egocentrismo.

[…] l’uomo è ancora l’attore principale che si muove all’interno di un palcoscenico, e che di conseguenza può utilizzare l’animale come supporto.

L’animale può essere un cavallo appeso, un insieme di insetti incastonati dentro ad un supporto. Che differenza c’è tra questo e l’utilizzo della pelle animale? Nessuno.

Ancora, il corpo è protagonista della scena e tutto il resto è qualcosa che gli ruota intorno. Questa è una differenza fondamentale con quegli artisti che in qualunque modo, non necessariamente prendendo pezzi o corpi di animali o animali e portandoli sulla scena, ma semplicemente, cercano di provare l’esperienza artistica dell’accoglienza dell’alterità.8

Secondo Roberto Marchesini, quindi, anche in questo caso, attraverso la sua performance, l’artista mette comunque in luce il proprio corpo, oscurando quello dell’animale. Nonostante ci sia di fondo la volontà di evidenziare il rapporto uomo-animale, evidentemente è sbagliato l’approccio artistico.

L’animale, ancora una volta, anziché protagonista assoluto, viene trattato come strumento per dimostrare la superiorità umana.

 

CONCLUSIONE

[…] accettato questo processo di ibridazione con la tecnologia, con gli animali, con il mondo, con la natura, in genere, accettata questa ibridazione, la differenza fondamentale tra il mio approccio e quello dei transumanisti, è che io ritengo che questa ibridazione produca vulnerabilità, produca bisogno di mondo, non produca autonomia o dominio sul mondo.9

Marchesini parla di un senso di vulnerabilità dell’uomo, del suo bisogno dell’altro animale, un bisogno che l’essere umano fatica ad accettare.

Questo perché, ammettere che l’animale sia stato maestro per l’umanità significherebbe subordinarsi ad esso, ammettere la propria inferiorità nei suoi confronti.

L’umanità che ammira l’animale e, allo stesso tempo, lo nega in qualità di suo maestro.

Questo è il comportamento contraddittorio tipico del genere umano che lo porta ad assumere, tutt’oggi, un atteggiamento sbagliato nei confronti dell’alterità e a considerare privo di valore tutto ciò che non è umano.

Questo è evidente nel modo in cui l’essere umano tratta l’animale: la caccia, l’abbandono ed i maltrattamenti, gli allevamenti intensivi, gli zoo e i circhi, ma ancora peggio la vivisezione e le manipolazioni genetiche.

L’animale che viene trattato come cosa, come oggetto da sfruttare e da utilizzare in base alle nostre necessità, in base al nostro piacere, soltanto perché privo della facoltà di parola e di ragionamento.

In base a quale diritto l’uomo può comportarsi in questo modo?

Perché è un essere superiore?

Ma superiore in base a che cosa?

Con questo tipo di ragionamento si incappa nello Specismo, nella discriminazione in base a razza, genere, sesso.

Non riconoscendo la nostra animalità, neghiamo anche la loro; eppure accettare loro, ci permetterebbe di accettare meglio anche noi stessi.

Attraverso la scienza e le nuove tecnologie, oggi, è possibile indagare sul mondo animale in maniera molto più approfondita e dettagliata.

Molti artisti lavorando con gli animali cercano di portare avanti le loro cause, le loro idee. Molti di questi, però, mantengono comunque l’attenzione sull’artista, sul loro corpo, e non su quello dell’animale.

Bisogna fare molta attenzione a questo, al livello di egocentrismo dell’opera d’arte, secondo me, finché è accentrata sull’ego, difficilmente potrà parlare di decentramento o di uscita dalle cornici umanistiche.10

Pochi sono coloro che con una certa modestia, abbandonano questa loro centralità nell’opera, attribuendola all’animale.

La stessa Marion Laval Jeantet, pur tentando di capire cosa significhi essere cavallo, non riesce a fuoriuscire dall’idea antropocentrica, lavorando comunque sul proprio corpo, mettendolo in mostra, divenendo lei stessa opera d’arte, e non il cavallo che la affianca.

Essa tenta attraverso la scienza di “sentirsi” animale, provando alcune sensazioni tipiche del cavallo, ma nonostante questo non riuscirà mai veramente ad essere cavallo.

Nessuno potrà mai sapere cosa significa nitrire o galoppare.

Sarebbe bello cercare di capire cosa significhi essere cavallo, cane o gatto, ma la scienza, almeno per il momento, non ce lo permette.

Questo tentativo dell’artista di provare le sensazioni animali può in parte essere considerato come un desiderio di godere, per una volta, di quelle capacità, di quelle virtù tipiche del cavallo?

Di quelle virtù di cui l’uomo non può e non potrà mai godere pienamente?

Potrebbe essere così, oppure no.

Probabilmente in lei c’era soltanto il desiderio di avvicinarsi all’altro, di sentirlo un po’ più vicino.

Ebbene, se così fosse, allora tutti dovremmo, a mio parere, iniettarci del sangue animale nell’organismo.

In questo modo, forse, riusciremmo ad abbattere tutti quei pregiudizi che ci portano ad abusare e a non rispettare queste creature, questi esseri viventi.

Forse riusciremmo ad accettare la loro diversità e, soprattutto, la loro presenza nel mondo.

Forse riusciremmo a capire che il nostro non è l’unico né il vero modo di vedere la realtà, ma che ce ne sono molteplici e diversi tra di loro, ognuno dei quali va accettato e capito.

L’altro è dotato di bocca per mangiare, orecchie per sentire, naso per odorare, zampe per toccare ed occhi per vedere. 

Occhi con i quali vede il mondo, lo percepisce, lo vive.

 

Valeria Pizzi

 

 

FONTI

1 AoO, “Que le cheval vive en moi” ou quand l’art contemporain explore “la part animale”, 16 Aprile 2011, www.debelleschoses.com, http://debelleschoses.com/2011/04/16/«-que-le-cheval-vive-en-moi-»-ou-quand-l’art-contemporain-explore-«- la-part-animale-»/

Traduzione nostra:” Essere un cavallo: cos’è? In effetti è qualcosa che deriva da una convinzione molto antica comune a Benoit e a me secondo la quale il senso della nostra esistenza terrestre è la dissomiglianza, il fatto che siamo tutti separati gli uni dagli altri e che, dunque, bisogna adattarsi a questa nozione di alterità. Siamo quindi completamente ossessionati dalla questione dell’alterità.

2 AoO, Marion Laval Jeantet, “La parte animale. De l’incorporation du sens”, www.rurart.org, http://www.rurart.org/ CENTRE-D-ART/LA-PART-ANIMALE-Art-Orienté-Objet-rurart2011/art-oriente-objet-de-l-incorporation-du-sens-rurart2011.php

Traduzione: “Da quando me le sono infilate e mi sono adattata a questa camminata strana, i gatti venivano ad annusare e a salirmi sopra per giocare come facevano solo tra loro. L’oggetto artistico funzionava, aveva spostato il mio ruolo nella gerarchia flina domestica . Questa esperienza fu logicamente intitolata Félinantropie (2007).”

3 AoO, Benoit Mangin, “La parte animale. De l’incorporation du sens”, www.rurart.org, http://www.rurart.org/CENTRE-D-ART/LA-PART-ANIMALE-Art-Orienté-Objet-rurart2011/art-oriente-objet-de-l-incorporation-du-sens-rurart2011.php

Traduzione: “Tuttavia,ancora una volta, noi dimostriamo la forza della loro vista, che, indipendentemente dai segnali olfattivi , era capace di trasformare l’uomo, se non incervo, almeno in un ibrido uomo-animale più sopportabile ai loro occhi.”

4 – 5 – 6 – 7 AoO, “Que le cheval vive en moi” ou quand l’art contemporain explore “la part animale”, 16 Aprile 2011, www.debelleschoses.com, http://debelleschoses.com/2011/04/16/«-que-le-cheval-vive-en-moi-»-ou-quand-l’art-contemporain-explore-«-la-part-animale-»/

8 Roberto Marchesini, Intervista del 18 Novembre 2015, intervista personale.

9 – 10 Roberto Marchesini, 18 Novembre 2015, intervista personale.

 

Laura De Grazia
Laura De Grazia
Laura De Grazia, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it/

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