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L’altruismo nel mondo animale — di Chiara Barbieri

 Il Centro Studi Filosofia Postumanista vi propone la recensione a cura di Chiara Barbieri, studiosa di etica ambientale, de L’altruismo nel mondo animale (Animal Studies, 17, 2017). L’autrice interseca i nuclei tematici affrontati nel numero, che ruotano intorno all’esistenza e alla concettualizzazione dell’altruismo e dell’empatia nelle pratiche comportamentali degli animali non-umani, con la più ampia corrente teorica degli animal studies. L’obiettivo è evidenziare come al centro del dibattito sia la messa in discussione di una prospettiva che relega il non-umano nel regno della passività e dell’oggettificazione, per inaugurare uno scenario d’indagine in cui all’animale è riconosciuto lo status di soggetto di relazione.
 
 

Pubblicato il 27 giugno 2017, il numero 17 della rivista italiana Animal Studies affronta il dibattito sull’esistenza e sulla concettualizzazione dell’altruismo nelle specie non-umane.

Gli animal studies, sin dai propri albori negli anni ’80 del secolo scorso, si prefiggono di gettare uno sguardo concreto e costruttivo sul mondo non-umano, il quale metta per la prima volta l’animale al centro della scena come soggetto e non come oggetto. 

Si tratta altresì di una materia di studio che germoglia grazie ai semi gettati durante la seconda metà del ’900 dalle nascenti etiche dell’ambiente, a loro volta frutto di un’impennata e di una prima forma di contatto tra campi di ricerca quali evoluzionismo, ecologia ed etologia.

Gli animal studies si confermano negli anni a venire quale fervente reticolo d’indagine, per lo più multiculturale e multidisciplinare, che ne assorbe vantaggi e limiti. All’interno di questo numero, cui focus è l’altruismo nel mondo animale, vediamo emergere punti di contatto e di disaccordo tra diversi studiosi, pensatori e ricercatori, che inseriscono le loro riflessioni all’interno di un’indagine sempre più robusta e sempre più importante nell’ottica del welfare animale e della nostra concezione di noi stessi e del mondo che ci circonda.

Se davvero vogliamo impegnarci a contrastare la consistente sofferenza e il quotidiano sfruttamento degli animali, abbattere le barriere intraspecifiche consolidate e riconoscere la realtà emotiva degli altri animali è il primo passo da compiere.

Gli studi sull’altruismo sono intimamente correlati a quelli sull’empatia, filone di ricerca che negli ultimi anni è stato sull’onda di una notevole intensificazione ed espansione anche nell’ambito del regno animale, rilanciando una linea di ricerca inaugurata mezzo secolo fa in ambito sociologico ed etologico il cui punto di svolta degli ultimi decenni è rappresentato dagli studi sui neuroni specchio.

Attraverso gli articoli qui proposti vediamo concretizzarsi tale ricerca in una profonda commistione tra scienza filosofia, quale conferma che questa strada sia quella da battere oggigiorno per affrontare le diverse questioni riguardanti il nostro modo di vivere noi stessi, l’ambiente, la società e le relazioni connesse.

Le ultime ricerche ecologiche si sono mosse verso la ricerca di ponti fattuali e teorici tra il mondo umano e il mondo non umano. La difficoltà della spiegazione dei comportamenti altruistici rilevati tra le altre specie, e supportati da una consistente e crescente casistica e da numerosi dati scientifici, risiede nell’apparente contraddizione di essi con la teoria evoluzionistica.

Se, infatti, altruismo è il comportamento che tende ad aumentare il numero di discendenti di un altro individuo a scapito della propria sopravvivenza e riproduzione, risulta evidente quanto una tale definizione cozzi con gli assunti di base dell’evoluzionismo classico. È altresì vero che la filosofia, così come la scienza, è un campo di studi in continuo fermento e cambiamento, che necessita di nuove spiegazioni e interpretazioni, ragione per cui in risposta alle radicalizzazioni del neodarwinismo, il darwinismo è stato, negli ultimi decenni, oggetto di arricchimenti e approfondimenti da diverse angolature.

Ciò che, a mio parere, emerge da questo numero è un tuttora necessario impegno nella lotta contro i residui del pensiero dicotomico. Gli autori insistono sul bisogno di allontanarsi dai casi limite – neutralità scientifica e illusione antropomorfica, scetticismo e antropomorfismo, cognitivo e affettivo – per cercare una via mediana che, sorretta dai punti di forza di entrambe le prospettive possa innescare l’avvio verso una soluzione intermedia, la quale tenga conto di ponti teorici quanto fattuali. Si tratta quindi di un allargamento della concezione evoluzionistica, che non faccia riferimento alle sole cause remote (quindi, biologiche) ma anche e soprattutto alle cause prossime (ossia quelle legate al qui e ora, al contesto).

A parlare dell’esistenza di queste diverse cause, radici e sviluppo dell’altruismo, è Roberto Marchesini. Il suo articolo ha l’obiettivo di fornire una dimostrazione della relazione che intercorre tra il principio di fitness e i comportamenti prosociali riscontrati in certe specie animali.

La fitness costituisce un comportamento consolidato e trasmesso geneticamente in una specie, che ne garantisce il successo riproduttivo. I comportamenti prosociali, invece, corrispondono allo sforzo di un determinato individuo di spendere delle risorse per il gruppo.

Marchesini sostiene fermamente, con una ricostruzione precisa e raffinata, la non contraddizione tra fitness atteggiamenti prosociali, che egli inquadra come risultato dell’epimelesi, e che, consolidati e presenti tuttora, devono necessariamente costituire un vantaggio per la specie, collocandosi di diritto all’interno del paradigma darwiniano.

Marchesini riesce, a mio parere, a condurre un’ottima analisi giocando consapevolmente su concetti quali relativo e assoluto, che corroborano la sua argomentazione e, parallelamente, introducono il discorso dell’abbandono delle rigidità dualistiche. Egli ci spinge a soffermarci sul fatto che l’evoluzionismo, di per sé, sia una scienza in continua metamorfosi, che collabora con i soggetti che forgia in un continuo ed eterno scambio, attraverso una serie di modificazioni e compromessi.

L’evoluzionismo non è una scienza fatta e finita, continua a evolvere al passo con il nostro modo di vivere e recepire input e dare risposte all’ambiente. Così, la fitness non può essere un valore assoluto, un «algoritmo o una tautologia», al contrario costituisce il portato di diversi e numerosi fattori varianti. Il valore di fitness è fluido in quanto risponde a pressione selettiva instabile e mutevole.

Forte della propria formazione post-umanista, l’analisi che conduce fa notevole affidamento al concetto di polarità dialogica, che l’autore applica a diverse nozioni. Ambiente e soggetto dialogano, soggetti all’interno di una specie dialogano, soggetti appartenenti a specie diverse dialogano. Umano e non umano, dialogano. E in questo dialogo si manifesta il doppio contributo identitario dell’alterità, ossia riflessione ed evoluzione identitaria [1].

Richard Dawkins

 

Marchesini si allontana così da una concettualizzazione della fitness vincolata all’idea del gene egoista promosso dalle teorie neodarwiniane. Il percorso che traccia ci porta logicamente a compiere un passaggio che porta a concepire l’altruismo come risultato stesso della fitness, come effetto collaterale di comportamenti biologicamente inscritti in alcune specie, quali mammiferi e uccelli.

 

 

La cura parentale, la cooperazione sociale, sono innanzitutto vantaggi riproduttivi, i quali a loro volta producono in chi li attua piacere e soddisfazione che li porta a perpetuarli e mantenerli. L’empatia è un co-sentire, un allargamento del proprio sé oltre i suoi stessi confini corporei, è pre-riflessiva, innanzitutto emotiva.

Se una delle difficoltà nell’attribuire empatia agli animali deriva dal fatto che non si è certi della loro coscienza, il fatto di ritenere l’empatia una manifestazione naturale e sotto il livello cosciente elude questa stessa difficoltà. L’empatia non necessita comprensione dello stato mentale altrui, è una co-sensazione dell’emozione che l’altro sta provando, e avviene a un livello sub-personale che deriva da pulsioni biologiche primordiali, applicate poi alle diverse situazioni. I sentimenti non hanno bisogno di riflessione a priori, o non sarebbero tali.

Credo che Marchesini sappia condurre la propria argomentazione in modo magistrale e profondo, scientificamente solido e senza timore di cedere alla potenza del sentimento, che da oggetto diventa anche mezzo, nelle sue parole.

L’altruismo si manifesta come epifenomeno: il grande vantaggio di questa asserzione è di essere possibilmente mai contestabile. Che controllo possiamo avere sugli effetti collaterali?

Interessanti e parzialmente interconnesse sono le riflessioni di Marc Bekoff e Véronique Servais. Essi si concentrano maggiormente sulla questione etica della valutazione dell’altruismo, analizzando le tipiche predisposizioni dell’uomo contemporaneo occidentale nei suoi confronti.

Il primo compie un’apologia di se stesso rispetto alle accuse mosse dalla biologa inglese Marian Dawkins, nel suo testo Why Animals Matter (2012), in un articolo tradotto e pubblicato per la prima volta in italiano.

La seconda si lancia invece in una profonda analisi che prende le mosse dalla considerazione dei due casi limite dell’approccio umano alla comprensione del mondo animale.

Ciò che emerge, è la necessità ancora una volta di un dialogo, un punto di contatto tra scienza ed emotività. Dawkins accusa l’antropomorfismo di Bekoff e colleghi, in maniera altisonante e gratuita. Bekoff stesso, con grande professionalità, non smonta il pensiero di Dawkins cedendo a bassi colpi, al contrario, riabilita il proprio punto di vista argomentando che l’antropomorfismo non sia l’antiscienza, quanto piuttosto l’anticamera della scienza.

La tendenza umana a usare il proprio linguaggio per spiegare l’emotività animale è un fattore necessario e non estirpabile. Non impoverisce il punto di vista dell’animale, ma ci permette di accedervi. Egli critica altresì lo scetticismo di Dawkins rispetto all’esistenza della coscienza animale. È vero, sostiene Bekoff, che le nostre competenze in ambito di coscienza, umana e non umana, sono ancora limitate, ma in continuo progresso.

L’atteggiamento di Dawkins, che svaluta dati esistenti e il lavoro di grandi professionisti, rimane ancorato al passato continuando a promuovere una visione dualistica e superata. La chiave per il welfare animale non è, come la biologa suggerisce, far leva sull’egoismo umano e sull’agnosticismo, atteggiamento d’altronde smentito da dati scientifici solidi.

Quello che Bekoff promuove è un antropocentrismo biocentrico [2], il quale facendo leva su mezzi umani, quali il nostro linguaggio e le nostre ricerche scientifiche, possa costituire la chiave d’accesso al mondo degli animali.

Anche Servais parla di comunicazione inter-specifica. La studiosa rileva come in Occidente sia comune la tendenza a sviluppare e intraprendere due strade, quella della cecità, della neutralità scientifica (ossia, lo scetticismo e l’agnosticismo di cui parla Dawkins) e quella opposta dell’illusione antropomorfica.

Servais struttura un tipo di analisi che parte dal versante comunicativo, analizzando le diverse prassi sovrariportate e le loro effettive conseguenze nello studio del mondo animale e nella quotidianità. Se la neutralità, poggiando ancora oggi su assunti cartesiani, rinuncia a un’interazione reale con il soggetto animale, del quale “nulla conosciamo”, al contempo l’illusioneantropomorfica snatura quella stessa interazione rapportandosi a un animale che è oggetto, piuttosto che soggetto.

Se la neutralità, a livello comunicativo, slega il grido di sofferenza dal significato di cui si fa portatore, l’illusione lega quello stesso grido a un grido umano, negando l’ingresso al e la comprensione del mondo specifico di chi lo produce. Il cambiamento indispensabile è quello di considerare l’animale non-umano, l’altro da noi, come partner di conoscenza, e non oggetto di conoscenza [3].

Sulla base degli studi del biologo e filosofo cileno Francisco Varela, Servais promuove dunque un approccio fenomenologico al comportamento animale. Gli esseri viventi sono soggetti di un mondo di significati, il loro. Ecco perché la studiosa crede vivamente negli sviluppi di un’etologia d’impronta cognitiva fenomenologica.

Ancora una volta, al centro risiede il dialogo: le comunicazioni saranno naturalmente differenti, faranno riferimento a mondi di significati differenti, ma lo sforzo da compiere è quello di elevarsi dal proprio ristretto punto di vista, rinunciare al proprio sé egoistico per un sé allargato, che ci permetta di ampliare la prospettiva per una partecipazione attiva al comportamento degli altri animali.

Traslando simili considerazioni al concetto di empatia, Servais fa riferimento agli studi della filosofa e psicologa francese Elisabeth Pacherie, la quale rintraccia due tipi di empatia, diretta e indiretta. La seconda necessita di una forte componente immaginativa, applicabile alle situazioni non trasparenti, ossia quelle che intercorrono tra noi e gli altri animali.

Se la tendenza all’antropomorfizzazione è qui di facile accesso, la sfida è quella di non cedervi. La soluzione è affidarsi alle conoscenze oggettive di etologia ed ecologia di specie, supportate dalla nostra flessibilità immaginativa. Solo così, potremmo sviluppare una coscienza intelligente che poggia su dati scientifici e capacità di lasciar andare il proprio sé, restando consapevoli delle proprie emozioni.

Tali considerazioni si legano d’altronde a studi precedenti, i quali hanno permesso il passaggio da un paradigma antropocentrico e individualistico a uno collettivo e di società. Come argomenta Marta Spazzafumo, si è compiuta una naturalizzazione necessaria dell’etica che invita alla comprensione del comportamento animale tramite l’empatia, dove corpo ed emozioni hanno il primato sulla ragione.

Frans de Waal

Gli studi di de Waal riconducono la comparsa dell’altruismo e dell’empatia a un’evoluzione della moralità di origine sociale di numerose specie animali. L’etica, lungi dall’essere un’acquisizione recente e specificatamente umana, affonda le sue radici nelle dinamiche sociali animali, dalle cure parentali alle dinamiche di gruppo. Le teorie morali sono dunque prodotto dell’evoluzione, che risponde a un bisogno.

Queste considerazioni permettono di tracciare una linea di continuità tra le società animali e quelle umane, e di estendere l’altruismo oltre la sfera morale e comportamentale prettamente umana. La studiosa cerca di redimere una nuova concettualizzazione dell’empatia che sia scevra dalle ambiguità derivate dalle definizioni correnti.

L’empatia viene così svincolata dalla sua definizione strettamente cognitiva, quale fosse pura attribuzione di stati mentali. L’immagine affascinante che viene riproposta è quella della matrioska di de Waall: una figura inclusiva, il cui nucleo corrisponde al solo contagio emozionale, pre-riflessivo, inscatolato in una serie di gusci che arrivano a comprendere anche il versante cognitivo, per cui è necessaria la consapevolezza di sé, presente in alcune specie. La capacità emotiva dunque non è una recente acquisizione umana, ma è forgiata dalla natura ancestrale e si riversa e sviluppa successivamente nelle società.

In questo senso, l’articolo di Brunsteins compie il passo decisivo. Se la difficoltà di attribuire l’altruismo agli animali risiede nella conoscenza frammentata che disponiamo della loro coscienza, e dal fatto di ritenere l’empatia come meramente cognitiva, la soluzione sta nel considerare vie parallele a quelle scientifiche, come la via filosofica. Le emozioni, ci dice, sono un processo.

Wilhelm Dilthey

La studiosa si rifà alla definizione di empatia proposta da Wilhlem Dilthey, filosofo e psicologo tedesco, quale comprensione delle scienze sociali. Abbraccia così la scia del cambiamento di paradigma avviata da de Waall, che vira dall’individuale al sociale. La stessa Servais aveva sottolineato come il percepire quotidianamente il mondo e il comportamento degli altri animali sia fondamentale per comprenderli.

Oltre i dati scientifici di cui disponiamo, a cui non dobbiamo rinunciare, e con i quali bisogna progredire, è indispensabile calarsi nell’altro per poter compiere quel passo trasversale necessario a decentrare la nostra prospettiva. In questo modo ci si riaggancia al discorso di Bekoff contro Dawkins: l’antropomorfismo funge da supporto alla scienza. Dobbiamo conoscere profondamente i nostri stati emotivi e leggerli da un altro punto di vista, che è altro da noi; un altro che arricchisce, come ci rammenta Marchesini.

Il discorso ritorna sempre, negli scritti presi in esame, a un superamento del dualismo.

Leggendo gli articoli che compongono questo numero siamo facilmente portati a tessere un fil rouge, il quale si concretizza in una linea immaginaria che lega i due estremi delle concezioni cognitive ed affettive.

Nessuno dei pensatori presi in esame assume una posizione netta per uno dei due estremi: tutti, a loro modo, secondo la loro formazione e il loro campo di studi, cercano di trovare il punto intermedio e la via verso l’attuazione di tale punto.

Non si cerca di negare o attribuire l’uguaglianza tra uomo e altri animali per propendere definitivamente a un si o un no rispetto alla realtà dell’altruismo nelle altre specie. Si tratta di un processo fluido, fatto di assonanze e differenze, di dialogo e flessibilità emotiva e cognitiva, che rende giustizia di un’empatia integrale di diversi soggetti a diversi livelli in medesime situazioni.

Incoraggiante, l’ammonizione finale donataci da Giorgio Celli, che con un testo quasi lirico sull’orientamento sessuale degli altri animali, ci rammenta che l’unica cosa innaturale, è in fondo l’incapacità stessa di amare.

 

[1] Marchesini R. (2010), “Alterità non umane”, in (a cura di) M. Filippi, F. Trasatti, Nell’albergo di Adamo. Gli animali, la questione animale e la filosofia, Mimesis, Milano, pp. 63-82, p. 63.

[2] Bekoff M. (2000), “Animal Emotions: Exploring Passionate Naturea”, BioScience, 50, pp. 861-870.

[3] Marchesini R., “Alterità non umane”, op. cit., p. 69.

 

 

Immagine via Flickr

 

 

Laura De Grazia
Laura De Grazia
Laura De Grazia, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it/

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