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La prospettiva ecologista e quella animalista: da animalismo ad antispecismo — di Adele Semeraro

Il presente contributo è un estratto della tesi di Laurea in Sociologia di Adele Semeraro – discussa presso l’università Carlo Bo di Urbino – che si è occupata da un punto di vista giuridico e filosofico dei diritti degli animali. All’interno di questo quadro concettuale, l’autrice ha analizzato due prospettive intrecciate e al contempo profondamente diverse in merito alla relazione tra specie umane e specie non umane: l’ecologismo e l’animalismo. Quest’ultimo movimento è riuscito a portare in luce la questione della soggettività animale ma rimane confinato in un mondo a sé, incapace di porre in discussione il sistema economico che è alla base dello sfruttamento degli animali. È con l’antispecismo che si giunge a teorizzare e praticare «forme di lotta comuni con i gruppi attivi in campo sociale e politico per un radicale cambiamento della società». 

 

 

Rosa Luxemburg

 

Il soldato che li accompagnava, un tipo brutale, prese così a batterli con il grosso manico della frusta in modo così violento che la guardiana, indignata, lo investì, chiedendogli se non avesse un po’ di compassione per gli animali. Neanche per noi uomini c’è compassione, rispose quello con un sorriso maligno e batté ancora più forte (Tratto da: Rosa Luxemburg – Lettera dal carcere di Breslavia – Dicembre 1917). 

 

 

 

 

 

 

Nel presente contributo si intende chiarire il diverso approccio con il quale si affronta la questione dei diritti degli animali, a seconda che la prospettiva adottata sia l’ecologismo o l’animalismo, in quanto si tratta di due prospettive profondamente diverse tra loro, talvolta in contraddizione l’una con l’altra soprattutto per quanto attiene alle conseguenze pratiche.

L’ecologismo ha come obiettivo la preservazione dell’ambiente ai fini della tutela dell’essere umano, della sua salute, della sua qualità di vita, della sua progenie, dal momento che la stessa sopravvivenza umana può essere messa in pericolo dall’emergenza ecologica, strettamente correlata alla progressiva distruzione della biodiversità.

Poiché la biodiversità è la variabilità e la varietà degli organismi viventi e degli ecosistemi in cui vivono, essa misura la ricchezza della vita sulla terra ed offre vantaggi diretti e immediati per l’uomo, come dimostrato da tantissime ricerche ecologiche che sottolineano l’importanza dei cosiddetti Ecosystems Services (aria acqua cibo ecc.) grazie ai quali la nostra specie riesce a sopravvivere (P. Fantilli, P. Costantini; 2012). 

La conservazione dell’essere umano dipende inscindibilmente dalla conservazione di quella del mondo in cui esso vive e nella prospettiva ecologista, gli animali sono considerati componenti dell’ambiente naturale e come tali degni di tutela affinché quest’ultimo nel suo complesso venga preservato.

Secondo questa prospettiva gli animali sono considerati in quanto specie e non in quanto singoli individui. Il concetto di specie è legato alla classificazione degli organismi viventi dal punto di vista biologico, che non tiene conto della capacità senzienti di ciascun individuo.

L’uccisione di animali motivata da ragioni di “sostenibilità ambientale” è un atto che, sotto il profilo ecologista, trova la sua giustificazione.

Se ne riportano di seguito alcuni esempi:

1. Decreto n. 12907/2015 di data 8 settembre 2015 avente a oggetto: autorizzazione al controllo delle marmotte 2015 nei prati da sfalcio con danni rilevanti, nonché presso infrastrutture a rischio. con il quale l’Assessore provinciale – Provincia autonoma di Bolzano – competente per le foreste ha autorizzato, per il periodo dalla data di adozione del provvedimento fino al 30 settembre 2015, il prelievo di 958 marmotte in 39 riserve di caccia.

2. Raccomandazioni dell’Unione Europea: Raccomandazione 78/1999 in cui chiede all’Italia l’eradicazione dello scoiattolo grigio per salvaguardare lo scoiattolo rosso. Raccomandazione 114/2005 in cui chiede all’Italia l’eradicazione della popolazione lungo il Ticino e lo sviluppo di tecniche adeguate al controllo dello scoiattolo grigio.

3. Legge Regione Veneto del 26 maggio 2016, n. 15 “Misure per il contenimento finalizzato alla eradicazione della nutria (Myocastor Coypus)

Si può osservare come il linguaggio giuridico adottato in tali provvedimenti, utilizzi termini quali “controllo”, “prelievo” e “contenimento”, che non rendono immediatamente comprensibile ai più che si tratta della uccisione di animali.

Dagli esempi sopra riportati risulta evidente come gli animali siano considerati dalla legislazione attuale meri strumenti, tutt’al più da tutelarsi in quanto specie, ma sacrificabili come singoli individui in ragione della priorità degli interessi umani.

L’ottica animalista, al contrario, non può condividere questa pratiche di uccisione, in quanto ritiene gli animali capaci di esprimere una propria soggettività e in ragione di questo devono essere presi in considerazione come individui e non come genere o specie, e in quanto individui devono essere trattati dalla regolazione sociale e giuridica come soggetti e non come oggetti.

Si può dunque affermare che:

nell’ottica ecologista il rapporto tra gli esseri umani e gli animali è pur sempre una relazione tra soggetto e oggetto mentre nell’ottica animalista tale rapporto si configura come una relazione tra soggetti diversi (V. Pocar; 1998). 

Queste due differenti prospettive producono effetti contrapposti per quanto attiene i diritti degli animali, in particolare la prospettiva ecologista nega di fatto che agli animali possano essere riconosciuti diritti soggettivi dal momento che «la nozione di diritto soggettivo, rappresenta la sfera di assoluta autonomia e libertà del soggetto che comprende il diritto alla vita, al proprio corpo, alla libertà» (S. Castignone; 2013). 

La visione animalista, al contrario, ritiene che gli animali, in quanto soggetti, debbano essere titolari di diritti nei confronti dei quali gli esseri umani sono tenuti a doveri diretti aprendo così la strada ad una«giustizia interspecifica» (P. Toniolo; 2013). 

Il termine specismo è stato introdotto nel 1970 da Richard D. Ryder, psicologo inglese che ha rifiutato per motivi etici la sperimentazione animale, ma è divenuto di dominio pubblico, almeno nel mondo intellettuale, dal filosofo australiano Peter Singer nel suo libro Liberazione animale del 1975.

Secondo Singer, specismo è:

Un pregiudizio o atteggiamento di prevenzione a favore degli interessi dei membri della propria specie e a sfavore di quelli dei membri di altre specie (P. Singer; 2003). 

Sempre Singer ritiene che lo specismo si possa considerare come parte integrante di quella lunga serie di violazioni del principio di eguaglianza, che hanno nel razzismo e nel sessismo le loro espressioni intra-specifiche più note:

Peter Singer

 

Il razzista viola il principio di eguaglianza attribuendo maggior peso agli interessi dei membri della sua razza qualora si verifichi un conflitto tra gli interessi di questi ultimi e quelli dei membri di un’altra razza. Il sessista viola il principio di eguaglianza favorendo gli interessi del proprio sesso. Analogamente, lo specista permette che gli interessi della sua specie prevalgano su interessi superiori dei membri di altre specie. Lo schema è lo stesso in ciascun caso (P. Singer; 2003). 

 

 

 

 

Si può dunque affermare che con il termine specismo si indicano quelle posizioni filosofiche che utilizzano le differenze biologiche esistenti tra umani e non umani al fine di accordare agli umani e solo a loro uno stato morale privilegiato; ciò nella convinzione che l’appartenenza alla specie umana di per se stessa conferirebbe caratteristiche moralmente rilevanti quali l’anima, il linguaggio, la razionalità, non possedute dalle altre specie. 

Abbiamo già avuto modo di esaminare come sia già ampiamente dimostrato, che almeno la maggioranza degli animali condivide con gli esseri umani una serie di caratteristiche identiche sotto tutti gli aspetti moralmente rilevanti; pertanto lo specismo legittima la discriminazione tra umani e animali sulla base di mere differenze biologiche che, come tali, sono completamente irrilevanti sul piano della considerazione etica, poiché diversamente dovremmo pensare che anche le differenze biologiche tra gli umani giustificherebbero la disuguaglianza e la discriminazione (razza, sesso, ecc.).

In questo senso, lo specismo sussumerebbe in sé tutte quelle ideologie che intendono tracciare una linea invalicabile tra noi e loro, a prescindere da chi siano i ‘noi’ e qualunque siano i ‘loro’, dove ai ‘noi’ sono concessi diritti e potere e ai ‘loro’ sofferenza e sopraffazione. Nelle parole di Theodor W. Adorno:  L’affermazione ricorrente che i selvaggi, i negri, i giapponesi, somigliano ad animali, o a scimmie, contiene già la chiave del pogrom (M. Filippi, Brevi note su specismo e antispecismo). 

Lo specismo non è però, solo una dottrina accademica più o meno sostenibile, ma, tramite il suo dispositivo “differenza=gerarchia”, ha anche importanti risvolti pratici. Grazie alla sua svalutazione in sede teorica degli animali non umani a puri oggetti totalmente disponibili, lo specismo ne rende possibile nella pratica, tramite la loro assimilazione a beni di proprietà e di consumo (merci), lo sfruttamento e l’uccisione a vantaggio di qualunque interesse umano (M. Filippi, Brevi note su specismo e antispecismo). 

Valerio Pocar individua tuttavia uno«specismo di secondo grado» (V. Pocar; 2013) che pone gli animali su una immaginaria scala gerarchica in base a come le specie animali sono percepite più vicine all’uomo, non tanto sotto il profilo biologico ma piuttosto sotto il profilo culturale.

Un esempio tipico del mondo occidentale è rappresentato dai cani e gatti (cosiddetti animali d’affezione) che proprio per il fatto di vivere accanto a noi da millenni risultano più familiari e con i quali è più facile instaurare un rapporto empatico. Quanto sopra può essere tradotto nei comportamenti di coloro che:

amano cani e gatti e si cibano di vitelli e maiali a dispetto del fatto che si tratta di specie di mammiferi, a noi ugualmente somiglianti e di pari livello intellettuale e cognitivo. Ho ritenuto di definire questo atteggiamento come specismo di secondo grado (V. Pocar; 2013). 

Ciò deriva dall’equivoco di considerare la propria capacità umana di relazionarsi con certe specie animali rispetto ad altre come criterio valido per privilegiare certe specie rispetto ad altre, come se le specie altre non fossero ugualmente senzienti.

Non si accorgono, in altre parole, della rischiosa contraddizione implicita in un orientamento di questo tipo (V. Pocar; 2013). 

In contrapposizione allo specismo, con il termine antispecismo si indica un movimento filosofico, politico e culturale che si pone come obiettivo il superamento della discriminazione basata sulla differenza di specie.

Sulla scia degli scritti di Ryder, Singer e Regan nasce nel 2001 in Italia il Movimento Antispecista che pubblica nel 2002 il Manifesto per un’etica interspecifica nel quale si riconosce a tutti gli esseri senzienti uguali diritti alla vita, alla libertà, al rispetto, al benessere e alla non discriminazione nell’ambito delle rispettive esigenze. 41

Se ne riportano di seguito gli articoli:

Art. 1 – Gli animali umani e non-umani – in quanto esseri senzienti, ossia coscienti e sensibili– hanno uguali diritti alla vita, alla libertà, al rispetto, al benessere, ed alla non discriminazione nell’ambito delle esigenze della specie di appartenenza.

Art. 2 – Nei confronti delle altre specie gli umani, come tutti gli esseri senzienti ai quali venga riconosciuta la potenzialità di “agente morale”, sono tenuti a rispettare i suddetti diritti, rinunciando ad ogni ideologia antropocentrica e specista.

Art. 3 – Nel quadro di tale rapporto, eventuali alimenti o prodotti che debbano derivare dalle altre specie vanno ottenuti senza causare morte, sofferenze, alterazioni biologiche, o pregiudizio delle esigenze etologiche. Ove possibile, essi vanno comunque sostituiti con sostanze di origine vegetale o inorganica.

Art. 4 – Uccidere o far soffrire individui delle altre specie (ad esempio sottoponendoli a lavori coatti, usandoli per attività, spettacoli o manifestazioni violente, o allevandoli e custodendoli in modo innaturale), ovvero sperimentare su individui sani e/o nell’interesse di altre specie o altri individui, causare loro danni fisici o psicologici, detenere specie naturalmente autonome o danneggiare il loro habitat naturale, o eccedere in legittima difesa, è una violazione dei suddetti diritti, e va considerata un crimine.

Art. 5 – La ricerca scientifica va sottoposta a severi controlli per assicurarne l’aderenza ai suddetti principi. Il principio di precauzione deve essere rispettato anche nei confronti delle altre specie.

Occorre riconoscere che alla questione animale fino ad oggi non è stata riconosciuta valenza politica e ciò è dovuto in parte al fatto che la moderna difesa degli animali è stata elaborata all’interno della filosofia accademica, i suoi concetti rientravano nell’ambito di un agire etico dell’individuo e non in un agire collettivo organizzato. Tuttavia la questione animale sta assumendo una connotazione politica come evidenziano gli obiettivi dichiarati nel Manifesto per un’etica interspecifica

Obiettivo

Proporre alle forze politiche i principi di un nuovo “codice per gli animali”. Il “Manifesto” è un documento destinato a far presente alle forze politiche e legislative i principi etici ai quali i proponenti si ispirano, ed ai quali essi desiderano che la legislazione vigente venga allineata. Come tale, è sia la presentazione di un obiettivo politico che i proponenti desiderano venga realizzato, sia l’offerta di un sostegno trasversale alle forze che vorranno realizzarlo.

L’antispecismo critica l’animalismo classico per la sua visione settoriale, tendenzialmente autoreferenziale: ci si batte per gli animali, ma senza che vi sia una critica della società moderna e del sistema economico che genera abusi nei confronti degli animali. L’animalismo, tradizionalmente, è un mondo a sé, con scarsi contatti con altre forme di impegno sociale e una debole spinta politica.

Al contrario, l’antispecismo teorizza e cerca di praticare forme di lotta comuni con i gruppi attivi in campo sociale e politico per un radicale cambiamento della società. 

 

Riferimenti bibliografici:

Adorno T.W., Minima moralia. Meditazioni sulla vita offesa, Einaudi, Torino 1994, p. 117.

Castignone S., I diritti degli animali. Un problema aperto, in AA. VV., Emotività animali. Ricerche e discipline a confronto, a cura di M. Andreozzi, S. Castignone, A. Massaro, prefazione di M. Bekoff, Edizioni Universitarie di Lettere Economia Diritto, Milano 2013, p. 21 e sgg.

Fantilli P. , Costantini P.,  “Gli animali selvatici e la tutela della biodiversità”, in S. Castignone, L.Lombardi Vallauri  La questione animale, Giuffrè, Milano 2012, p. 351 e sgg.

Pocar V., Gli animali non umani. Per una sociologia dei diritti, Laterza, Roma-Bari 1998, p. 6 e sgg.

Pocar V., Specismi tra morale e politica” in AA.VV. “Emotività animali. Ricerche e discipline a confronto”, Edizioni Universitarie di Lettere Economia Diritto, Milano 2013, p. 89 e sgg. 48

Singer P., Liberazione animale  Il Saggiatore, Milano 2003, p. 22 e sgg.

Toniolo P. , Essere animale. Soggetto emotivo e oggetto di diritto”,  in AA.VV. “Emotività animali. Ricerche e discipline a confronto”, a cura di M. Andreozzi, S. Castignone, A. Massaro, prefazione di M. Bekoff, Edizioni Universitarie di Lettere Economia Diritto, Milano 2013, p. 29 e sgg.

Laura De Grazia
Laura De Grazia
Laura De Grazia, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it/

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