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Emancipazione dell’animalità — di Nicola Zengiaro

Il Centro Studi Filosofia Postumanista vi propone la recensione di Nicola Zengiaro del testo di Roberto Marchesini Emancipazione dell’animalità (Mimesis, Milano-Udine 2017, pp. 189). L’autore ricostruisce, in modo dettagliato e minuzioso, le tappe teoriche entro cui si snoda la genealogia critica dell’opera di Marchesini, inserendo il testo nel dibattito più ampio degli animal studies. Ciò che emerge con chiarezza, evidenzia Zengiaro, è il tentativo radicale di Marchesini di invitare il lettore a «rimettere in discussione principi e parametri del concetto di umanità a partire dall’osservazione dei non-umani».

 

Uno dei temi più vivi di questo secolo è sicuramente l’animalità. Sembra ormai chiaro che considerare le definizioni dell’animalità date durante il Novecento (da Heidegger a Derrida, passando per Foucault) come definitorie degli esseri umani odierni e la relativa possibilità di comprenderne le caratteristiche qualitative future (in ambito antropologico quanto politico), risulti poco proficuo e limiti le possibilità stesse della ricerca dell’animalità umana nel contesto contemporaneo.

Nella contemporaneità, infatti, ci troviamo ad affrontare il senso di transitorietà derivanti dalle teorie del divenire, l’arbitrarietà di ogni proiezione identitaria e l’ibridazione con le entità esterne al soggetto che modificano il modo di stare al mondo dei differenti individui.

Il dibattito che Marchesini ha portato nel panorama italiano è uno studio completo sugli Animal studies, campo di ricerca che comprende tre sezioni d’indagine: il campo degli animal cognition studiata dall’etologia (cosa sanno fare gli animali?), degli animal ethics della filosofia politica (quali sono le strategie per la liberazione animale?) e l’animalità che è il campo di ricerca dell’ontologia (che cosa significa essere animale?).

Emancipazione dell’animalità si erge su quattro colonne portanti che vengono svolte minuziosamente nei capitoli di quest’opera:

il primo tratta della giustificazione dell’indefinizione dell’animalità, per sottrarla alla classica catalogazione e tassonomia ontologica dell’umanismo;

nel secondo capitolo emerge il tentativo di ridare un mondo agli animali non umani, privati di ogni loro qualità e indipendenza;

il terzo è dedicato alla ricerca del metapredicato dell’essere-animale nella sua struttura comune;

il quarto vede la denuncia delle dicotomie che hanno fondato la realtà umana, oramai insostenibili.

 

Si riesce a percepire, nella genealogia critica che fa Marchesini del concetto di animalità, l’impresa fondamentale che si attua nel tentativo di emancipare l’essenza dell’animalità stessa in un momento storico così decisivo. Emanciparla da cosa, ci si chiederà. Dall’umanismo che l’ha rinchiusa, categorizzata, definita in maniera netta e precisa per cercare di sottrarla alla sua importanza per gli esseri viventi, per la comunione che ci collega, animale con animale, specie con specie, vita con vita.

È noto quanto il lavoro di Marchesini si inserisca in quel dibattito che sta mettendo in scacco l’umanismo e il costrutto di umanità, già a partire dai suoi primi saggi sul postumanismo a fine degli anni ’90. Ora, però, con quest’opera è evidente che si abbiano delle conferme di un percorso individuale dei suoi studi, riconosciuti a livello internazionale, sull’etologia e sull’antropologia filosoficamente reinterpretate. Se da Darwin a Goodall abbiamo compreso che l’essere umano è un animale tra gli animali, perché è così difficile per l’essere umano pensare l’animalità?

 

Spesso, purtroppo, sono proprio gli studiosi, che non frequentando in modo approfondito i temi della pluralità espressiva del mondo animale, i primi a pretendere di affermare cosa significhi essere-animale, portando la loro ignoranza come valenza di merito e non come pregiudiziale. Tale atteggiamento è ciò che definisco “mancipazione dell’animalità”, vale a dire costrizione della stessa all’interno di una cornice mortificante e coattiva che non le consente di mostrare il suo titolo (Emancipazione dell’animalità; p. 11).

Per Marchesini, infatti, l’animalità è stata concepita come dialettica negativa utilizzata in ciò che l’autore definisce “principio di elezione identitaria”. Non solo, ma la dialettica si è eretta tra una collezione di predicati e una indefinizione tautologica per far risaltare dallo sfondo indistinto dell’animale (al singolare generale) una figura nettamente distinta e distinguibile di umano.

Tale movimento di predizione aprioristica dell’animalità ha uno scopo preciso: separarcene il più possibile, rinchiuderla in una parola per demonizzarla e infine rimuoverla dentro e fuori di noi.

Più l’animale umano si separa e sottomette, domina e nomina, l’animalità, meno è animale, e più si avvicina a quel costrutto dell’umanismo che ritroviamo nel prototipo di uomo delineato da Leonardo da Vinci nell’uomo vitruviano che rappresenta il tentativo disperato di uscire dall’indistinto attraverso principi e parametri di separazione.

Tutte le volte che ci riferiamo alla condizione animale, in qualche modo andiamo a pescare all’interno di una confusa e contraddittoria collezione d’immagini e di riferimenti, la cui ambiguità referenziale, duttilità ermeneutica, vestibilità adattativa, imprecisione segnaletica presenta una mirabile funzionalità a ogni tautologia (Emancipazione dell’animalità; p. 14).

Ci si chiederà, inoltre, come sia possibile allora avvicinarci al concetto di animalità senza passare per ciò che l’uomo ha sempre pensato e detto su di essa per allontanarsene.

Un primo movimento è quello di sottrarla al processo di strumentalizzazione che l’ha resa schiava e che l’ha istituita a controparte, specchio rotto e malato in cui l’uomo distingue e identifica le alterità non-umane come controtermine di un ente fittizio (autopoietico, impermeabile e totalmente emancipato). Dunque, la prima mossa è la riconsiderazione dei non umani a partire dalla liberazione dell’animalità dell’animale umano. Infatti, essere-animali (umani e non) significa costruire la propria singolarità, emancipare la propria presenza unica e irripetibile.

L’emancipazione dell’animalità è pertanto un processo di liberazione che riqualifica la differenza qualitativa nei suoi diversi livelli di appartenenza, senza pretendere una rimozione del principio predicativo stesso, bensì utilizzandolo come motore di singolarità (Emancipazione dell’animalità; p. 16).

È proprio tale singolarità che mette l’animale in relazione, in dialogo con il mondo. L’animalità è una dimensione predicativa che accomuna e nello stesso tempo distingue, e in questo caso il predicato dell’essere umano è una particolare declinazione dell’animalità, vista nella sua essenza come un flusso, un continuum che attraversa le specie. Dobbiamo, però, prima di tutto, liberarci dai pregiudizi che limitano il pensiero su questo tema profondamente complesso. L’animalità non è un elenco di caratteristiche ma piuttosto una dimensione aperta e mai chiusa in predicati definiti.

Se saremo capaci di guardare al nostro essere-animale con occhio sereno, accettando i diversi piani di condivisione e le relative singolarità, saremo anche in grado di comprendere meglio il proprio della condizione umana, senza aver la pretesa o il timore dell’alienazione (Emancipazione dell’animalità; p. 27).

L’audacia delle tesi di Marchesini tocca il suo apice nell’originalità di un nuovo modello di pensiero che rivoluziona il dibattito contemporaneo.

La prima rivoluzione la troviamo nell’azione dubitativa costante e nella ricerca giustificativa, corroborata da studi etologici, zooantropologici e filosofici, delle varie visioni dell’uomo sull’alterità non-umana e sulla sua stessa animalità vissuta in modo estraniante.

L’attivazione di un progetto dubitativo è ciò che definisco perciò come “emancipazione dell’animalità”, vale a dire liberare l’animalità dalle mille coazioni che si sono andate sedimentando lungo il processo di estraneazione o costruzione dell’umano, partendo dalle contraddizioni, ambivalenze, ricorsività, fallacie logiche, improprietà che l’ermeneutica tradizionale mostra, ma altresì dall’insufficienza esplicativa con cui dobbiamo fare i conti (Emancipazione dell’animalità; p. 34).

La seconda è il modello proposto dall’autore in linea con i dettati epistemologici di base che ricontestualizza gli studi dell’etologia classica in un’etologia filosofica, la quale passa da una spiegazione meccanicistica (automatismo) a una elaborativa basata sulla matrice funzionale (strumento) che è il nuovo manifesto della soggettività animale.

La terza rivoluzione è il passaggio da un antropomorfismo proiettivo, il quale utilizza i predicati umani come metrica di valutazione, all’atteggiamento inclusivo dell’“antropomorfismo reversivo” in cui è possibile disegnare una condizione zoomorfa, «capace cioè di partire dalla comune “condizione animale” come bisogno di costruire una propria singolarità di intersezione e rispecchiamento di mondo» (p. 126). Quest’ultimo complesso passaggio si attua nell’“antropomorfismo critico” basato su oggettive condivisioni filogenetiche e adattative rilevate nell’omologia, l’analogia e l’universalità rispetto alle leggi fondamentali del vivente, frutto di eredità condivise.

Quando trattiamo l’animalità non dobbiamo pensare solamente agli animali che ci circondano, ma anche alle discriminazioni attuate lungo il percorso di edificazione del prototipo di essere umano. Il concetto di animalità, infatti, è stato utilizzato per stigmatizzare l’umano, «per teorizzare il razzismo, per giustificare l’inferiorità della natura femminile, per distinguere il bambino dall’adulto, per separare anche l’interno dalla sfera umana le propensioni da seguire rispetto a quelle da reprimere» (Emancipazione dell’animalità; p. 69).

L’animale è dunque il luogo della negatività, del senso nichilistico della nostra epoca di muri, confini, paura. Oggi, l’ordine retto dalla separazione struttura/funzione, esterno/interno, umano/non umano, organico/inorganico, animale/macchinico, maschile/femminile perde totalmente di senso qualora l’essere umano riesca, attraverso strumenti periferici alle dotazioni classicamente definite come umane (linguaggio, mente, autocoscienza), a uscire dal punto di vista antropocentrico in una continua oscillazione di prospettiva proiettata sull’alterità che lo costituisce e lo identifica. Ecco allora che riemerge la definizione di “soglia” che caratterizza il dizionario post-umanistico dell’autore:

un sistema relazionale che consente di analizzare il vivente attraverso l’adozione di uno sguardo conoscitivo volto a evidenziare il rapporto tra le soggettività umane e non-umane (Emancipazione dell’animalità; p. 104).

La ricerca della metapredicazione dell’essere-animale si svolge attraverso un’altra terminologia marchesiniana: desidero ergo sum. La soggettività animale si erge a partire dall’essere-desiderante che attiva le modalità d’espressione dell’essere animale nelle differenti vite (umane, feline, ecc.). È chiaro allora che la ricerca ontologica dell’essere-animale si introduce in una purezza espressiva del desiderio umano di conoscere l’alterità.

L’animalità è prima di tutto desiderio, inteso come languore di mondo che mette in moto, dà vita all’azione, rivendica agibilità, stimola la creatività, ovvero il protagonismo in prima persona del soggetto che trasforma la realtà esterna nel suo campo d’intervento, giocando le proprie opportunità nella singolarità (Emancipazione dell’animalità; p. 153).

Questa ricerca onto-epistemologica è atta a manifestare la capacità dell’uomo di accogliere l’alterità animale come ospite, allargando lo spazio identitario (culturale o di carattere biologico). Nell’incontro con i singoli animali non umani è possibile, quanto necessario, rivedere il soggetto per tentare di consegnargli la sua struttura, la sua conformazione e formazione in un’ontologia dell’animalità.

È proprio nello sguardo, nell’incontro di qualcuno che ti guarda, che sei costretto a dar conto di un soggetto che era prima inesistente nello spazio. I dintorni dei mondi animali, in questo senso, possono essere compresi lungo vie periferiche che non caratterizzino solo l’essere umano ma anche le altre specie animali (lo sguardo, l’olfatto, il tatto, ma anche il desiderio stesso, il gioco, le cure parentali).

L’etologia filosofica si inserisce come un cambio di paradigma essenziale nella comprensione dell’essere-animale, laddove è necessario indagare zone di sovrapposizione delineate dall’animalità in quanto non solo l’umano non è più misura del mondo, ma nemmeno misura di se stesso.

Marchesini ci invita lungo tutto il saggio a rimettere in discussione principi e parametri del concetto di umanità a partire dall’osservazione dei non-umani. Il movimento di decentramento, attuato dallo sguardo sulla struttura dell’animalità che accomuna i viventi, ci riporta su di un piano reale che prima d’ora, forse, non si era ancora pensato così a fondo.

Nicola Zengiaro

 

ROBERTO MARCHESINI

Emancipazione dell’animalità.

Mimesis edizioni, Milano-Udine 2017, pp. 189 (€ 18). 

ISBN: 978-8857541778

 

Laura De Grazia
Laura De Grazia
Laura De Grazia, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it/

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